Perche' si dice che stiamo messi male....

FaGal ha scritto:
Pensare a tagliare le tasse senza pensare a come indirizzare la spesa e verificarla è una cretinata a mia avviso, come la teoria di Laffer dimostra. Nessuna economia di un Paese sviluppato si rilancia con i tagli fiscali a meno di non sfaciare l'erario, come Bush insegna

Questo è vero!

Ma perche "Reagan docet" (ma non si scrive Regan :mmmm: ) .

Dopo la presidenza di Reagan non c'è stato forse un lungo boom enonomico negli Usa. :confused:
 
Forse eccessivo
 
boom economico eccessivo
 
FaGal ha scritto:
Pensare a tagliare le tasse senza pensare a come indirizzare la spesa e verificarla è una cretinata a mia avviso, come la teoria di Laffer dimostra. Nessuna economia di un Paese sviluppato si rilancia con i tagli fiscali a meno di non sfaciare l'erario, come Bush insegna


Non l'ho capita. Quando tagli le tasse o proponi di aumentare il deficit e/o proponi di ridurre la spesa ... non mi pare ci siano alternative .....
Chi vuole meno stato taglia le tasse e riduce la spesa pubblica


P.S. Larry Laffer di Leisure Suite Larry?
 
claudio_rome ha scritto:
Non l'ho capita. Quando tagli le tasse o proponi di aumentare il deficit e/o proponi di ridurre la spesa ... non mi pare ci siano alternative .....
Chi vuole meno stato taglia le tasse e riduce la spesa pubblica


P.S. Larry Laffer di Leisure Suite Larry?

Concordo nella coerenza, non nei metodi ma senz'altro è corretto.

Se fai una riforma fiscale e non hai economia che si espande tagli le spese
 
gravi carenze nell'analisi.
Si vede a prima vista che gli analisti che hanno scritto il 'pezzo'
seguente non hanno nel proprio dna ...la capacità di intraprendere.
non c'è un solo accenno a politiche di sviluppo dell'economia
tali da, grazie all'incremento del Pil, aiutare a contenere e/o
ridurre il debito pubblico.....
quote......
L’attuale dibattito sullo stato dei conti pubblici si concentra per lo più sull’analisi di breve periodo e solo in qualche caso si spinge a indicare possibili strategie per la nuova legislatura.

Uno scenario ventennale

In questo breve intervento intendiamo fornire uno scenario previsivo più che ventennale dello stato delle nostre finanze pubbliche con l’intento di individuare i vincoli che la politica si troverà ad affrontare nei prossimi anni, e di fornire indicazioni, sotto forma di avvisi, a coloro che si apprestano ad affrontare il mare aperto delle scelte di policy del prossimo futuro.
A tal fine utilizzeremo il modello del Cer di lungo periodo: contempla la completa specificazione sia delle voci di domanda che quelle di offerta, dalla cui interazione scaturiscono endogenamente i prezzi dei beni e i costi dei fattori produttivi. Senza entrare nel dettaglio dei meccanismi di funzionamento del modello, sottolineiamo solamente che uno dei pregi che lo caratterizzano è il suo fondamento demografico: la stima delle grandezze macroeconomiche e di finanza pubblica è coerente con le previsioni della popolazione italiana dell’Istat. La nostra simulazione perciò incorpora esplicitamente il calcolo degli effetti reali e dei costi economici dell’invecchiamento della popolazione.
Iniziamo valutando (si veda il grafico) l’evoluzione dei due indicatori principe della finanza pubblica: il disavanzo e il debito. Dall’osservazione di queste voci emerge il primo, e forse meno inatteso, avviso: il deterioramento dei saldi di finanza pubblica è strutturale. Secondo la nostra previsione, a legislazione vigente (si veda la tavola), l’indebitamento in percentuale del Pil rimarrebbe intorno al 4,7 per cento fino al 2010, nel secondo ventennio migliorerebbe fino al 4 per cento per poi tornare a peggiorare, raggiungendo il 5 per cento del Pil nel 2030. Tali livelli non consentono ovviamente una riduzione e nemmeno una stabilizzazione del rapporto debito/Pil che nello stesso periodo si porterebbe dall’attuale 108 per cento al 125 per cento.
La contabilità del debito consente di scomporre il dato e di verificare che il suo andamento non è imputabile alla bassa crescita, la cui stima, date le condizioni demografiche sottostanti, è sin troppo ottimistica; nemmeno è imputabile a un eccessivo onere per il servizio
del debito che, sia nella sua rappresentazione media che in quella marginale, resterebbe stabile e contenuto in tutto il periodo di simulazione. La crescita del debito è dunque imputabile all’avanzo primario, e proprio dall’analisi di questo saldo si delineano gli spunti per due avvisi.

Via fiscale preclusa

Innanzitutto, emerge che lo spazio per manovre di risanamento via entrate è ridotto. Questa valutazione non riflette una adesione ai precetti teorici di main stream. Deriva piuttosto dalla considerazione che il grado di progressività del nostro sistema impositivo determina automaticamente un incremento tendenziale delle entrate totali in rapporto al Pil, che, con qualche approssimazione, viene indicato nella tavola come "pressione fiscale". Quest’ultima dal 44 per cento previsto per il 2006 crescerebbe ininterrottamente nel periodo di previsione fino al 46,2 per cento, collocandosi quindi su livelli che rendono difficile trovare il consenso necessario a ulteriori aumenti. Questo ci permette di formulare il secondo avviso: la via fiscale al risanamento risulterà sostanzialmente impraticabile, potendo essere utilizzata più per operazioni di rimodulazione e di redistribuzione del carico fiscale che di incremento dello stesso.
Se la via fiscale è sbarrata, le risorse necessarie per riportare sotto controllo i conti pubblici dovranno perciò essere rintracciate dal lato delle uscite della Pa. Proprio a questo riguardo elaboriamo il terzo avviso.
Secondo la nostra simulazione, le spese della pubblica amministrazione al netto degli interessi si manterrebbero sostanzialmente stabili intorno al 44 per cento del Pil per i prossimi quindici anni. Successivamente, il loro livello aumenterebbe al 45,5 per cento del Pil entro il 2030. Una semplice scomposizione delle spese complessive (al netto degli interessi) fra quelle a "elevata sensibilità" demografica (pensioni e sanità) (1) e altre spese mette in luce alcune tendenze rilevanti:
- la spesa per pensioni e sanità mostra un andamento continuamente crescente che le porterebbe al 24,2 per cento del Pil nel 2030 – 2,5 punti percentuali in più rispetto al livello attuale;
- le altre spese resterebbero stabili intorno al 21-22 per cento del Pil per i primi anni del periodo di simulazione; in seguito si avvierebbero a una naturale discesa, che ne

ridurrebbe la quota a fine periodo di circa un punto percentuale di Pil.
Appare chiaro perciò che la dinamica ascendente delle spese è guidata dal fattore demografico, mentre già di per sé le altre uscite mostrano una tendenza al declino.
A questo punto le conclusioni potrebbero apparire banali. Ci preme, tuttavia, sottolineare che date le dinamiche appena descritte sia che si decida di intervenire sulle spese a trazione demografica sia che si decida di intervenire sulle altre, tale contenimento non potrà essere perseguito in termini di manovra di puro "taglio". Emerge, infatti, la necessità di pensare a riforme di ampio respiro, che coinvolgano il ruolo e il funzionamento dello Stato, e che seguano un progetto chiaro fin da subito. Ci sembra cioè che sia giunto il tempo delle scelte forti, che siano sì condivise, ma anche coraggiose e incisive. È evidente che una corretta implementazione di queste riforme richiederebbe un margine adeguato di tempo. Ma è proprio il tempo la risorsa che più di ogni altra è stata intaccata dal fallimento della gestione economica della legislatura appena conclusa.
da Lavoce.info

Speriamo che i responsabili dell'economia del nuovo Governo
abbiano idee diverse da quelle menzionate nell'articolo...
 
Non è condivisibile il versante fiscale....ci son 200 miliardi di evasione....che vanno ripresi a tassazione almeno in parte. Poi vanno fatte liberalizzazioni..in questo sì ci vogliono scelte coraggiose e antipopolari
 
FaGal ha scritto:
Non è condivisibile il versante fiscale....ci son 200 miliardi di evasione....che vanno ripresi a tassazione almeno in parte. Poi vanno fatte liberalizzazioni..in questo sì ci vogliono scelte coraggiose e antipopolari

Mi riferisco al settore utilities e libere professioni
 
Capacità di intraprendere...più che il Governo...il problema è della schifezza di banche che abbiamo
 
uno dei 'difetti' dell'imprenditoria italiana
è la scarsità di capitale proprio ed eccessivo indebitamento.
Le banche i soldi li prestano....a chi già li ha..qualcuno dice..
i prestiti richiedono garanzie collaterali....e queste garanzie
le ha chi già tiene el dinero..
 
Hai ragione; il difetto è anche quello della sottocapitalizzazione (le varia BCC che stanno nascendo sono solamente per maneggiare meglio il patrimonio e forse per altro, non hanno alcuna finalità ulteriore). C'è troppa piccola impresa che particellizza il mercato e nel medio lungo periodo non serve a nulla ed è solo perniciosa. Aveva un senso 30-20 anni fa quando satellitava intorno a medie industrie.
Oggi a mio avviso vano spinte le aggregazioni, privilegiandole a scapito della piccola impresa
 
ramirez ha scritto:
uno dei 'difetti' dell'imprenditoria italiana
è la scarsità di capitale proprio ed eccessivo indebitamento.
Le banche i soldi li prestano....a chi già li ha..qualcuno dice..
i prestiti richiedono garanzie collaterali....e queste garanzie
le ha chi già tiene el dinero..

Io credo che uno dei difetti dell'imprenditoria italiana sia la mancanza di integrita'.

Gli imprenditori integri e con buone idee ottengono montagne di denaro (pure troppi) senza bisogno di garanzie (se non il minimo necessario).

Le banche il loro mestiere lo sanno fare bene, ci mancherebbe solo che debbano prestare soldi senza garanzie a quei milioni di imprenditori furbetti che fanno solo i loro comodi.
 
Vorrei aggiungere un piccolo esempio:

1) Entra nella banca un giovane (senza arte ne parte ne storia economica) dalle belle speranze che dice: voglio aprire un ristorante mi prestate 300.000 Euro per aprirlo, non ho nulla da darvi in garanzia

2) Entra nella banca un giovane (senza arte ne parte ne storia economica) dalle belle speranze che dice: voglio aprire un ristorante mi prestate 300.000 Euro per aprirlo, ho da darvi in garanzia l'appartamento di famiglia in centro a Roma che vale 1.000.000 di Euro


3) Entra nella banca un imprenditore che ha 5 ristoranti tutti di successo con un bilancio in attivo negli ultimi 3 anni ed una storia di successo alle spalle. Entra e dice: voglio aprire un sesto ristorante mi prestate 500.000 Euro per aprirlo, non VOGLIO darvi nulla in garanzia.

Vediamo se indovinate la banca a chi prestera' i soldi ....
 
regola fondamentale. Mai fare domande di cui conosci la risposta ;)
 
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