previdenza integrativa

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9 febbraio 2004
Pensioni di scorta, un settore pronto al decollo



Su una cosa sono tutti d’accordo: la previdenza integrativa non è partita con la legge 124 del 1993 voluta dall’allora presidente del Consiglio, Giuliano Amato, né con la riformaDini, la legge 335 del 1995. Ma secondo molti operatori del settore non è riuscita a partire neanche con il pacchetto di regolamenti attuativi varati via via dal ‘96 al ‘98. E alcuni sostengono addirittura che anche la legge 47 del 2000 nonché i decreti dell’anno dopo sono rimasti lettera morta o quasi. «Parliamoci chiaro: i numeri dicono in buona sostanza che il mercato non è mai partito», taglia corto Maurizio Valsecchi, country manager per l’Italia di Tillinghast Towers Perrin, gruppo americano di consulenza del settore. «L’unica soluzione sarebbe un deciso e inequivocabile ridirezionamento del Tfr verso i prodotti della previdenza integrativa». Più possibilista si dice Emanuele Marsiglia, direttore generale del Montepaschi Vita: «Molti osservatori, noi compresi, ritengono che siamo alla vigilia di un vero e proprio boom di tutto questo composito settore. Un’esplosione che però ancora non si è vista, anzi tutto il sistema nelle sue varie componenti viaggia a scartamento ridotto». Ma il più ottimista è Giuseppe Buoro, amministratore delegato di Generali Vita, società nata il 1° gennaio 2001 dallo spinoff del gruppo triestino che raccoglie un quarto dell’intero comparto vita italiano: «E’ un mercato in crescita, soprattutto se pensiamo al momento storico in cui si è inserito: l’avvio di fatto è del 2000, proprio l’anno in cui è scoppiata la crisi della finanza mondiale. Eppure il settore ha superato lo scossone continuando a crescere in adesioni e contributi».
Insomma, il settore è giovane («anzi è ancora un bimbo in fasce», puntualizza Valsecchi), al centro di valutazioni discordanti, ma di sicuro è ormai una realtà inserita nel sistema economico italiano che è destinata ad avere un ruolo crescente, di pari passo con il ridimensionamento dell’Inps e di tutta la partita pensionistica pubblica. Il fatto che l’annunciata riforma previdenziale tornerà ancora una volta ad occuparsene, aggiunge un fattore di ulteriore incertezza ad un impianto legislativo che è già «molto complicato», come ammette Buoro. «C’è un’infinità di regolette, ma è nel dna degli italiani, a noi piace regolamentare tutto il possibile. Può essere che con il crescere del mercato alcuni vincoli cadano». Ma tale è la complessità che esistono dei "vuoti" sui quali solo la giurisprudenza potrà far chiarezza. Per esempio, non si è ancora capito se un lavoratore dipendente può trasferirsi in un fondo aperto portando anche il proprio Tfr e i contributi del lavoro. La legge sembra escluderlo, ma la controversia è aperta. Quanto alle polizze individuali di pensione, nate a fine 2000, al momento sembrano destinate soprattutto ai lavoratori autonomi. «E’ peraltro il settore che si muove più rapidamente», osserva Marsiglia. In effetti il totale di queste polizze supera già, secondo i dati della commissione di vigilanza Covip, le 450mila. Un dato che va comparato al milione di iscritti ai fondi chiusi negoziali, quelli delle categorie o delle aziende, che sono partiti diversi anni prima, nonché ai 350mila di iscritti ai fondi aperti "residuali". Ma anche ai 3,9 milioni di lavoratori autonomi non coinvolti in fondi di categoria che potrebbero aderire a questi programmi. Questi Pip costano sì un po’ di più di un normale fondo aperto ma in compenso sono arricchiti da una serie di prestazioni aggiuntive: ci possono essere bonus sul montante, garanzie per i rischi di non autosufficienza e via dicendo. Spiega Marsiglia: «Valgono il loro prezzo per le forme di personalizzazione». Valsecchi fa notare anche che «è permesso, come del resto per i fondi aperti, dopo 8 anni il riscatto per rilevanti spese mediche, acquisto di casa, maternità».
Sull’intero mercato della previdenza integrativa, interviene un altro problema, denunciato all’unanimità dai nostri interlocutori: gli italiani non sembrano molto recettivi sull’esigenza di crearsi una pensione personalizzata. Sarà che un giovane di 30 anni, che magari sta faticando enormemente per inserirsi in un mondo del lavoro fatto non più di stipendio fisso ma di mille forme di flessibilità, con guadagni oltretutto molto limitati, a tutto pensa meno che alla sua pensione fra quarant’anni. Ma sarà anche la scarsa informazione e conoscenza che ancora affligge l’intera problematica. Racconta Valsecchi: «Abbiamo condotto un sondaggio telefonico da cui è emerso che in tanti pensano di aver acquistato un fondo pensione ma in realtà hanno comprato una polizza vita con contenuto finanziario. Abbiamo poi rilevato con altre interviste che spesso si ritiene di coprire le esigenze pensionistiche con l’acquisto della casa». L’unica soluzione è intensificare l’informazione sulla stampa, nei convegni, nelle banche, nelle agenzie d’assicurazione. Il problema non è però semplice: «Bisogna misurarsi con le risorse disponibili — avverte Buoro — e le campagne pubblicitarie costano care. In ogni caso è molto utile l’operazione di divulgazione dei media. Per quanto più direttamente ci riguarda, noi investiamo fortemente nella formazione della rete agenziale».

http://www.assinews.it/rassegna/articoli/af090204pe.html
 
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9 febbraio 2004
Tfr e fondi pensione, la contrapposizione è un falso problema



Sulla previdenza integrativa è in atto da molti anni un braccio di ferro che ha avuto come unico effetto fino a questo punto il blocco di qualsiasi riforma. Nel disegno di legge delega del governo n. 2145 sul riordino della previdenza questo punto torna alla ribalta. Viene confermata l’impostazione già data dalle precedenti riforme, e cioè l’obbligatorietà del trasferimento del Tfr esclusivamente ai fondi di origine negoziale, quindi non anche ai fondi aperti. L’unica novità introdotta da questo governo sta nel fatto che il trasferimento avverrebbe con la formula del silenzioassenso da parte del lavoratore dipendente. Il che significa che, se questo si oppone, i soldi rimarrebbero nel Tfr. Tuttavia da anni alcuni soggetti, soprattutto le assicurazioni, premono perché sia data al lavoratore la possibilità di entrare, volendo, anche nei fondi pensione aperti.
Ma conviene al lavoratore rinunciare al Tfr per entrare in un fondo pensione negoziale o anche in uno aperto? Su questo punto la discussione è aperta. Essa sembra però influenzata di volta in volta da ciò che accade nei mercati finanziari. Negli anni del boom delle Borse, apparivano risibili i rendimenti del Tfr che, con il suo misero 33,5 per cento annuo, sembrava non consentire al lavoratore di partecipare al generale arricchimento di chi puntava tutte le sue carte sulle Borse: certi fondi pensione aperti presentavano rendimenti a due cifre e, in certi momenti, quasi a tre cifre. Più moderato il rendimento dei fondi chiusi, di solito attestati su una posizione monocomparto obbligazionario, ma pur sempre superiore al rendimento del Tfr.
Poi, però, il vento è cambiato, e sono arrivati i tempi magri. I fondi pensione che hanno investito nelle Borse (in toto o in parte) hanno avuto rendimenti negativi. Persino i fondi chiusi hanno presentato un meno. Nel periodo compreso tra il 31/12/99 e il 30/6/2003 i fondi aperti in generale hanno perso il 13,9 per cento, contro il più 14 del Tfr. Peggio è andata agli azionari, con un meno 27,4. Gli unici che si sono salvati, e anzi hanno fatto meglio del Tfr, sono stati gli obbligazionari puri con il 15,9 per cento. I fondi negoziali hanno presentato un segno più ma solo dell’1,7 per cento.
Guardando i dati dal 2000 in poi verrebbe voglia di tenersi stretto il Tfr. Ma, come negli anni precedenti c’era un effetto distorsivo dovuto all’incredibile rally delle Borse, così oggi c’è un effetto distorsivo opposto. I fondi pensione, si è detto più volte ed è vero, sono strumenti da giudicare nel lungo periodo. E nel lungo periodo è altamente probabile che la performance dei fondi superi quella del Tfr.
Tutto questo, però, ci conduce anche a un’altra conclusione: è opportuno, per i lavoratori dipendenti, che strumenti del genere vengano gestiti in maniera estrema, ad esempio utilizzando volendo un comparto solo azionario come fanno i fondi aperti? O è meglio avere una o più gestioni "tranquille", capaci di prendere il buono che c’è nei boom di Borsa ma di proteggere anche i lavoratori quando il vento cambia? Se la risposta è quest’ultima, allora bisogna domandarsi se è giusto, come chiedono le compagnie di assicurazione, garantire ai lavoratori dipendenti fin dall’inizio la possibilità di accedere alla miriade di fondi aperti. O se invece è meglio attendere i canonici cinque anni già previsti dalla vecchia legge. Anni in cui il lavoratore, accortamente consigliato dalla propria rappresentanza sindacale, imparerà a gestire con prudenza i propri risparmi nei fondi chiusi.
L’alternativa sarebbe quella di gettare subito il lavoratore dipendente nel mare dei fondi aperti, dove suadenti voci di sirenepromotori finanziari lo attirerebbero verso lidi che potrebbero rivelarsi assai pericolosi.

http://www.assinews.it/rassegna/articoli/af090204pe2.html
 
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febbraio 2004
Un confronto tra Pip e Fondi aperti



Una polizza previdenziale o un fondo pensione aperto? La concorrenza tra le due forme individuali di previdenza integrativa vede rafforzarsi, almeno in termini di clientela, la leadership dei Pip, i piani individuali di previdenza (detti anche Fip, Forme individuali di previdenza), sui fondi pensione. Il numero di iscritti ai primi ha raggiunto, a fine settembre 2003, le 483 mila unità contro i 309 mila aderenti in forma individuale ai fondi pensione aperti. In un mercato, quello della previdenza integrativa, creato dall’offerta, poiché manca di fatto una vera e propria domanda, è fatale che siano i prodotti più cari per il sottoscrittore, ma più ricchi per il collocatore, a incentivare le vendite.
Ma è ipotizzabile che, con la crescita del mercato, la competizione porterà a un livellamento dei costi dei Pip, come è già avvenuto per i fondi pensione aperti, per poi spostarsi su altri aspetti, quali le performance realizzate e il contenuto di "servizio" offerto. Su quest’ultimo aspetto, è innegabile che oggi le polizze previdenziali sappiano "vendere" meglio l’insieme di coperture assicurative accessorie, che pure sono presenti in un buon numero di fondi pensione aperti. Global Plan di Ing mette assieme tre differenti prodotti, il Pip vero e proprio, una polizza unit linked che può essere utilizzata anche per alimentare la componente previdenziale e una copertura Long Term Care e si parla, ad esempio, di «finalizzazione del risparmio» nell’offerta Montepaschi Vita, una modalità di pianificazione delle risorse disponibili nel tempo per soddisfare le diverse esigenze di protezione, garanzia, investimento, liquidità, previdenza, tutela del patrimonio.
In futuro, insomma, la capacità di competere sul mercato previdenziale si giocherà maggiormente sui concetti di consulenza e di pianificazione finanziaria, facendo emergere quei bisogni che oggi gran parte degli italiani tende bellamente a ignorare: il problema previdenziale (ossia garantirsi una costanza di reddito nel futuro) e la copertura dei rischi che possono ridurre o cancellare la capacità di generare reddito nel presente, una malattia, l’insorgere di una invalidità o la scomparsa prematura del percettore di reddito in una famiglia.
«Quale che sia la forma previdenziale, l’abbinamento di una o più coperture complementari può fare la differenza. In fondo, tutti le tipologie di prodotti si rivolgono alla stessa platea di clienti, con le stesse esigenze», è l’opinione di Daniele Pesce, direttore marketing di Alleanza Assicurazioni. «Il problema oggi è avere la consapevolezza dei bisogni, della scopertura di fronte ai diversi rischi. Ed è importante la capacità di chi propone questi prodotti di mettere in luce bisogni ed esigenze e offrire soluzioni appropriate, perché non tutti sono interessati, né si può pensare a una copertura uguale a ogni età: ecco, bisognerebbe pensare al ciclo di vita non solo in termini di investimenti, ma anche in rapporto alla copertura dei rischi».
Ma quali sono i principali rischi da coprire? Una copertura del rischio di invalidità permanente può garantire il versamento dei contributi rimanenti con l’assicurazione che subentra a completare il piano previdenziale. La copertura del caso morte non ha un costo particolarmente alto per chi è appena entrato nel mondo del lavoro e potrebbe essere un copertura decrescente con l’età, considerato che si può contare sul capitale maturato nel fondo pensione o nel trattamento di fine rapporto. Le polizze Long Term Care, che intervengono in caso di perdita di autosufficienza, sono legate, invece, alla fase di erogazione della pensione. «Una polizza LTC va a braccetto con la previdenza integrativa, fornendo una rendita aggiuntiva in caso di incapacità a provvedere a sé stessi — è l’opinione di Daniele Pesce — Si sottovaluta, tra l’altro, il fatto che in futuro mancheranno alcuni "ammortizzatori familiari", si pensi ai tanti single. A questi rischi aggiungerei l’area salute, almeno come copertura delle malattie gravi». L’utilizzo di queste coperture nei prodotti previdenziali si tradurrebbe anche in una riduzione dei costi, in particolare per le coperture LTC, per le quali l’adesione in forma collettiva fornirebbe una base assicurativa più ampia.
E in termini di politiche di prodotto, è innegabile che anche il fondo pensione chiuso dovrà evolversi, come conferma Luigi Ballanti, direttore generale del Mefop, la società per lo sviluppo del mercato dei fondi pensione: «Per poter mantenere un adeguato livello di soddisfazione da parte dei propri aderenti, anche i fondi negoziali dovranno articolare la propria offerta, arricchendola di nuovi servizi. Oltre alla diffusione di fondi multicomparto, possiamo già segnalare l’iniziativa di alcuni fondi negoziali che offrono una garanzia di rendimento minimo, subordinata a particolari condizioni, quali, ad esempio, la premorienza e l’invalidità permanente. Pensiamo che sia opportuno seguire una strada che appare ormai tracciata, ossia caratterizzare i fondi pensione, oltre che in termini di prestazione previdenziale (che deve rimanere l’aspetto peculiare), anche attraverso l’offerta di prestazioni accessorie ad essa. Sotto questo aspetto, riteniamo che tutte le forme collettive, fondi pensione negoziali o fondi pensione aperti ad adesione collettiva, possano raggiungere una maggiore efficienza economica, poiché potranno contrattare le condizioni migliori con la forza di un’adesione molto ampia».

Opportunità e vincoli dei due strumenti


Le polizze individuali previdenziali, comunemente chiamate PIP, e i fondi pensione aperti sono i due strumenti previsti dalla normativa per le adesioni alla previdenza integrativa in forma individuale. Possono iscriversi i lavoratori dipendenti, ma solo se nel proprio settore di attività non è operante un fondo pensione negoziale, i lavoratori autonomi e anche le persone prive di reddito da lavoro o da impresa o che siano a carico di terzi. Il trattamento fiscale è eguale tra i due strumenti previdenziali.
Le principali differenze sono riscontrabili nelle modalità di gestione e di erogazione della rendita. Più flessibili i PIP, dove spesso sono previsti meccanismi automatici di selezione tra le diverse linee d’investimento, in funzione dell’età, mentre nei fondi pensione aperti il numero di linee disponibili è generalmente più limitata e non è prevista la possibilità di scelte multiple.
Per quanto riguarda la rendita, i fondi pensione aperti versano il capitale maturato a una compagnia assicurativa che provvede poi ad erogare la rendita, sulla base dei coefficienti in vigore al momento della pensione. Nei PIP, invece, è la stessa compagnia che provvede sia alla gestione degli investimenti che alla rendita e sono numerosi i prodotti che forniscono già i coefficienti di conversione in rendita, pur lasciandosi la possibilità, qualora intervengano scostamenti significativi tra gli scenari previsti e gli effettivi andamenti demografici, di modificarli, sempre che siano trascorsi un certo numero di anni dalla data di sottoscrizione e non in prossimità dell’erogazione della rendita.
Decisamente differenti i costi richiesti dai due prodotti: rispetto ai fondi pensione aperti, i costi delle polizze previdenziali sono mediamente più elevati e spesso prevedono un costo (caricamento) maggiorato sul primo versamento. (m.m.)

http://www.assinews.it/rassegna/articoli/af090204pe3.html
 
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9 febbraio 2004
Nuovi prodotti e servizi, una rivoluzione per il mercato



Chi desideri oggi acquistare prodotti legati alla previdenza integrativa può scegliere solo due tipi di strumenti: Pip o fondi pensione. A meno che non desideri ricorrere alle polizze vita tradizionali o accantonare dei risparmi sotto forma di piani di accumulo.
Ma alla luce di quanto si sta discutendo attualmente in sede di governo, qualcosa potrebbe cambiare, soprattutto se alcuni aspetti intorno a cui ruota la riforma previdenziale dovessero seguire le indicazioni emerse dai lavori preparatori alla legge delega, come ad esempio nel libro bianco della commissione Brambilla: equiparazione dei fondi aperti con i fondi negoziali, conferimento obbligatorio del Tfr nei fondi pensione e riduzione delle aliquote fiscali sulle plusvalenze. In questo caso si potrebbe avere una rivoluzione copernicana del sistema previdenziale, sia sotto il punto di vista della distribuzione sia per l’offerta di prodotti. Ci sono infatti diverse compagnie straniere, soprattutto inglesi e olandesi, pronte ad entrare sul mercato italiano non appena fosse approvata la riforma. Naturalmente, la condizione è che il Tfr confluisca obbligatoriamente nei fondi pensione, altrimenti il mercato sarebbe destinato a rimanere piccolo. L’avvento delle compagnie straniere potrebbe inoltre far nascere modelli distributivi più proattivi, con un maggiore valore aggiunto in termini di consulenza previdenziale.
Un gap culturale da superare risiede anche nella difficoltà del risparmiatore italiano medio a percepire la necessità di dover integrare il trattamento pensionistico dell’Inps. Un problema che soprattutto le nuove generazioni, quelle dei lavori precari e flessibili, tendono a non vedere. «Al di là di tutte le considerazioni che vogliamo fare sui nuovi prodotti, il vero nodo è sviluppare la consapevolezza del problema previdenziale – spiega Renato Bassetto, responsabile marketing Xelion Banca (Unicredito) In questo momento i prodotti previdenziali vengono percepiti dal risparmiatore più come risparmio fiscale che come scopo previdenziale, bisogna lavorare molto per far comprendere questo aspetto».
Oltre ad agire sulla leva psicologica, le compagnie e le banche hanno nel cassetto una serie di prodotti e servizi pronti ad essere lanciati dopo il via libera del governo. "L’idea è quella di creare una piattaforma formata da un mix di prodotti, da quelli vita tradizionali ai pip e fondi pensione – sostiene Alessandro Scarfò, direttore centrale e responsabile previdenza integrativa Ras – che siano intercambiabili tra di loro. A questo si aggiungeranno una serie di prodotti a copertura degli eventi (invalidità permanente, caso morte, ecc.) flessibili in funzione delle necessità. Ma per realizzare tutto ciò è necessario un salto qualitativo per la distribuzione: da venditori di prodotti a consulenti previdenziali".
Senza dubbio, la nuova riforma cambierà molto nelle architetture delle società prodotto, ma alcune cose cambieranno anche nei singoli prodotti, con indubbi vantaggi sia per i risparmiatori sia per il sistema in genere. In primo luogo sarà favorita la possibilità di passare da un prodotto ad un altro. Inoltre, occorrerà prevedere prodotti che sappiano dare la garanzia del capitale investito più un rendimento minimo sicuro simile al Tfr. Infine ci sarà bisogno di una maggiore trasparenza nei prospetti informativi.
Dove si potrebbe scatenare una vera e propria bagarre nel sistema distributivo, è nei fondi pensione collettivi, un settore presidiato da tutte le principali compagnie e che diventerà uno dei prodotti trainanti della futura previdenza integrativa. «Se la legge delega Maroni dovesse contemplare, come previsto, l’equiparazione tra i fondi pensione negoziali e quelli aperti – dichiara Danilo Masci, responsabile prodotti Arca Previdenza nascerebbero subito una serie di fondi pensione dedicati alle piccole e medie imprese italiane, con benefici per tutto il sistema previdenziale». Sulla stessa lunghezza d’onda anche il pensiero di un'altra società leader del settore: Banca Intesa. «La nascita dei fondi pensione con forma collettiva porterebbe molta competizione nel sistema – spiega Andrea Lesca, responsabile commerciale Intesa Previdenza con la riduzione dei costi per i sottoscrittori e per un’offerta meno generalista rispetto a quella attuale. Questo modello per essere vincente avrà però bisogno di una forte assistenza post vendita: dunque occorrerà formare molto bene i consulenti assicurativi».
Attenta a cogliere le nuove opportunità che si presenteranno sul mercato italiano della previdenza anche Bnl. «Seguiamo con molta attenzione gli sviluppi della riforma previdenziale attualmente in discussione – sostiene Mauro Parisse, product manager previdenza Bnl – e siamo pronti a lanciare un nuovo fondo pensione aperto». Il mondo della previdenza integrativa è già in grado di raccogliere la sfida della riforma previdenziale. Ma riuscirà la legge delega a vedere la luce in tempi brevi?

http://www.assinews.it/rassegna/articoli/af090204pe4.html
 
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9 febbraio 2004
Quanto costa farsi una "pensione di scorta"



come è noto, il sistema pensionistico pubblico non sarà più in grado di erogare lo stesso livello di prestazioni a cui siamo abituati. Le nuove generazioni di lavoratori vedranno decurtato il loro trattamento pensionistico di oltre il 30% rispetto ai genitori, una percentuale che salirà ulteriormente se il tipo di lavoro effettuato sarà di natura autonoma o flessibile. Affari&Finanza ha svolto un’indagine, grazie all’ausilio del database di Arca Previdenza, per cercare di capire il gap che intercorre tra l’ultima retribuzione percepita al momento di andare in pensione e quanto si riceverà di pensione, prendendo in considerazione due profili professionali che dopo le varie riforme avranno il calcolo effettuato solo su base contributiva.
Attenzione però, occorre una premessa di natura metodologica: i dati che emergeranno in questa analisi sono legati alle disposizioni attualmente in vigore, quindi sicuramente migliori di quelle che si avranno tra qualche tempo. «Il modello del nostro calcolatore si basa sui dati di oggi — sostiene Danilo Masci, responsabile prodotti Arca Previdenza — di conseguenza considera i coefficienti di conversione attuali». La revisione di questi coefficienti da parte dell’Inps dovrebbe infatti entrare in vigore una volta portata a termine l’operazione di elaborazione dei dati del censimento effettuato nel 2001. Dunque verosimilmente tra l’anno in corso ed il prossimo.
Sulla base di alcune indicazioni di massima, questo nuovo elemento porterà alla diminuzione di un ulteriore 1015% delle prestazioni pensionistiche per i contribuenti, rispetto agli esempi che abbiamo elaborato. Nel primo ci troviamo di fronte ad un uomo giovane, impiegato di un’impresa privata, con uno stipendio lordo di 25 mila euro ed un periodo di contribuzione pari a 8 anni, con l’obiettivo di andare in pensione a 65 anni e mantenere lo stesso tenore di vita. In questo caso, ipotizzando una crescita di carriera media (nel modello corrisponde ad una rivalutazione annua del 2% più gli scatti contrattuali), la persona avrà una retribuzione lorda di 85.340 euro, corrispondente a 49.562 euro netti, mentre al momento della quiescenza la sua pensione sarà pari a 42.239 euro, con una perdita di 7.323 euro annui (610 euro al mese). Per coprire questo divario è necessario investire, con un’ipotesi di rivalutazione annua del capitale del 5%, in un fondo pensione una cifra pari a 1.928 euro annui.
Ben più complessa è invece la situazione di una donna di 29 anni che ha un contratto di collaborazione da due anni e uno stipendio lordo di 15 mila euro annui. In questo caso, mantenendo inalterate le stesse richieste di prestazioni a scadenza rispetto al suo omologo dipendente, il divario tra l’ultima retribuzione da lavoratrice e la prima rata di pensione è molto elevato. Secondo le proiezioni del modello matematico, la donna andrà in pensione a 65 anni avendo percepito l’ultimo stipendio lordo di 62.417 euro, pari a 36.081 euro netti. Ma le pensione pubblica sarà di molto inferiore: 19.054 euro netti, quindi poco più della metà dell’ultima retribuzione. Per colmare il gap sarebbero quindi necessari 17.026 euro all’anno (1.419 euro al mese). In questo caso, sempre ipotizzando una rivalutazione annua del capitale investito in un fondo pensione del 5%, occorrerebbe mettere da parte una cifra pari a 3.744 euro l’anno.
Occorre infine prestare attenzione al fatto che nei nostri esempi abbiamo preso sempre in considerazione figure con una carriera piuttosto piatta. Se invece prendessimo in considerazione la figura professionale di una persona che ha fatto carriera, il gap tra ultimo salario percepito e prima rata di pensione pubblica sarebbe ancora maggiore. Nell’ambito delle precedenti riforme pensionistiche si era infatti prevista una penalizzazione maggiore per le fasce di reddito più elevate
http://www.assinews.it/rassegna/articoli/af090204pe5.html
 
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9 febbraio 2004
L’anno uno dei Fondi contrattuali



Sono tutte di segno positivo le performance mediamente messe a segno dai fondi pensione nel 2003. Sulla base delle variazioni degli indici di capitalizzazione elaborate dalla Covip, la commissione di vigilanza sui fondi pensione, i fondi pensione negoziali hanno realizzato una performance del 5,0%, un valore positivo dopo due anni di perdite per i sottoscrittori di questi fondi, — 3,4% nel 2002 e –0,5% nel 2001, mentre nel 2000 i pochi fondi attivi avevano conseguito un risultato positivo, +3,5%.
La performance 2003 rappresenta un risultato significativo anche perché è la prima volta, dalla loro costituzione, che i fondi chiusi ottengono un rendimento significativamente superiore a quello del Tfr, il trattamento di fine rapporto, la pietra di paragone per i lavoratori che hanno aderito alla previdenza integrativa. Il rendimento riconosciuto nel 2003 al Tfr, pari, come da normativa, al 75% del tasso d’inflazione maggiorato di 1,5%, è stato pari al 3,2%, nel complesso in linea con i rendimenti degli anni precedenti: 3,5% nel 2002, 3,2% nel 2001 e ancora 3,5% nel 2000.
Ritorno al segno positivo, come si è anticipato, anche per i risultati dei fondi pensione di tipo aperto. L’indice generale evidenzia una variazione del +5,7% dopo il pesante –13,1% del 2002 e il –5,6% del 2001. Miglior risultato per le linee a vocazione azionario, con un +8,4% (ma avevano subito un — 21,4% nel 2002), seguite dalle linee bilanciate (+4,9% l’anno precedente) e dalle obbligazionarie miste (+3,1%); modesto il rendimento ottenuto dai fondi obbligazionari puri (+1,9%). L’approccio evidentemente più prudente dei gestori si è tradotto in una generalizzata sottoperformance rispetto ai benchmark, più marcata per i prodotti bilanciati e obbligazionari; azionari e bilanciati, invece, avevano ridotto le perdite rispetto ai rispettivi benchmark nel biennio 200102.
(ma.ma.)
http://www.assinews.it/rassegna/articoli/af090204pe6.html



9 febbraio 2004
Fondi aziendali preferiti a quelli di categoria



Fondi pensione, quelli aziendali piacciono di più. Secondo i dati raccolti dalla Covip, la commissione di vigilanza sui fondi pensione, i fondi aziendali e di gruppo costituiscono ben il 56,7% dei fondi negoziali, il comparto a cui appartengono. Oltre la metà dei 1.0022.682 lavoratori, dipendenti o autonomi, iscritti alla previdenza complementare fanno dunque capo a un fondo costituito all’interno della loro impresa. E’ come dire che gli occupati della Pirelli si sentono più protetti da un portafoglio pensionistico integrativo interno, piuttosto che da quello costituito dalla categoria di appartenenza, la Fonchim. Una possibile chiave di lettura di questo dato, dicono alcuni esperti, è che sia la contiguità, il senso di vicinanza a spingere i lavoratori ad apprezzare di più il fondo "fatto in casa", rispetto ad altre forme di investimento. «E allora una libertà di scelta della forma di investimento non può comportare automaticamente maggiore consapevolezza e quindi maggiore diffusione?», si domandano alcuni operatori del settore. Un invito a riflettere su questo quesito: «Risultati positivi si raggiungono solo vincolando o anche ampliando la facoltà di scelta, indipendentemente dalla forma dell’investimento, che si tratti di fondi chiusi, fondi aperti, forme individuali etc?».
Un tema al centro del dibattito. Il sistema attuale, infatti, prevede la facoltatività dell’adesione dando la priorità alle forme pensionistiche cosiddette negoziali. Mentre le norme di trasferimento a forme non negoziali ovvero i fondi aperti sono tuttora oggetto di contrasto: non si sa, per esempio, se in caso di trasferimento si perda il diritto al contributo del datore di lavoratore. Libertà di scelta e trasferimento sono temi che, sempre secondo gli esperti, devono essere affrontati anche alla luce dei rendimenti ottenibili. In positivo, con la possibilità che il lavoratore scelga nel tempo sulla base dei risultati registrati. Ma anche in negativo. Ovvero, prevedendo la possibilità che il lavoratore si assuma la responsabilità nel caso che il cambio si riveli controproducente. (r.f.)

http://www.assinews.it/rassegna/articoli/af090204pe7.html
 
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Fondi previdenziali interni - Prestazioni previdenziali erogate dal datore di lavoro - Criteri di deducibilità
09/02/2004


Ritenendola di interesse generale per i nostri lettori, riportiamo di seguito la recentissima (del 23 gennaio 2004) circolare n. 22 dell'ANIA rivolta alle imprese associate in materia di Fondi previdenziali interni - prestazioni previdenziali erogate dal datore di lavoro - criteri di deducibilità.

Fondi previdenziali interni - Prestazioni previdenziali erogate dal datore di lavoro - Criteri di deducibilità
Con risoluzione n. 232/E del 29 dicembre 2003, l'Agenzia delle Entrate, in risposta a un interpello, si è espressa in merito ai criteri di deduzione, ai fini IRPEG, delle prestazioni pensionistiche complementari erogate dal datore di lavoro per il tramite di fondi previdenziali interni, qualora detti fondi interni siano stati formati da accantonamenti del datore di lavoro in parte dedotti e in parte non dedotti in mancanza del rispetto delle condizioni poste dall'art. 70 del TUIR, nel testo risultante dalle modifiche ivi introdotte dall'art. 1, comma 1, lett. f), del D.Lgs. 18 febbraio 2000, n. 47.
Si ricorda che, a decorrere dal periodo d'imposta avente inizio dal 1° gennaio 2001, gli accantonamenti ai fondi di previdenza del personale dipendente sono deducibili nei limiti delle quote maturate nell'esercizio in conformità alle disposizioni legislative e contrattuali che regolano il rapporto di lavoro dei singoli dipendenti sempre che i fondi stessi siano istituiti ai sensi dell'art. 2117 del cod. civ., e quindi come "patrimonio separato" nell'ambito di quello di impresa, e siano costituiti in conti individuali dei singoli dipendenti.
Poiché nella fattispecie rappresentata dalla società istante gli accantonamenti imputati al fondo interno a decorrere dal periodo d'imposta 2001 non sono stati dedotti, è stato chiesto di conoscere il criterio da adottare al fine di distinguere, nell'ambito delle prestazioni erogate dal 1° gennaio 2001, quelle ancora da dedurre, ex art. 62 del TUIR, da quelle già dedotte nella fase della contribuzione.
L'ipotesi più cautelativa sarebbe quella di imputare le predette prestazioni prioritariamente agli accantonamenti portati in deduzione, facendo quindi emergere in primo luogo prestazioni non deducibili e differendo la deduzione all'esercizio in cui vengono erogate prestazioni che risultano aver "esaurito" la capienza degli accantonamenti portati in deduzione. Tale sembrava essere il criterio desumibile dalle istruzioni a commento del rigo RF51 del Mod. UNICO 2003 (cfr. in proposito nostro Prot. 230 Circolare 111 Tributi 25 del 17 giugno 2003).
Tuttavia, l'Agenzia delle Entrate, riconoscendo che il criterio sopra indicato si sarebbe rivelato eccessivamente penalizzante, ha ritenuto applicabile nella fattispecie un criterio di natura proporzionale, idoneo, cioè, a determinare l'importo deducibile delle prestazioni erogate in base alla percentuale generata dal rapporto, riferito alla situazione esistente alla fine dell'esercizio precedente all'erogazione, fra la quota del fondo interno costituita da accantonamenti non dedotti e la consistenza complessiva del fondo.
Restiamo a disposizione per ogni eventuale chiarimento e porgiamo distinti saluti.

Rif.: Tributario
Dott. Alessandro Longo
tel. 06 32688620 fax: 06 3210793
e-mail: alessandro.longo@ania.it

IL DIRETTORE GENERALE

Giampaolo Galli

http://www.assinews.it/testi/tiz1979_090204tec.html
 
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