Private Banking

...recentemente il mio consulente bancario intesa mi ha comunicato che passerà alla rete private banking, accesso minimo 1 milione Euro, con eccezioni anche importi minori,
alla mia domanda sulla differenza mi conferma che li propongono prodotti che i clienti "normali" non possono accedere, cioè ogni tanto anche titoli azzeccati oppure qualcosa più sensato, ma dubito che siano in grado di offrire o fornire prodotti all'altezza.
Il consulente è una brava persona, onesta e capace (nel limite che gli è concesso nel sistema in cui opera) non credo che cambi molto solo perchè ha dei limiti maggiori.

Quello che vedo è che questa distinzione si rende necessaria probabilmente per le nuove regole dal 2007 (MIDIF), pertanto, chi rimane sotto la soglia del milione di €, si vedrà costretto a dialogare con il dipendente di turno...., sentirsi proporre se va bene BOT o i soliti fregatur-bonds o fondi delle banche, ...
veramente ora più che mai vedo la necessità di una vera cultura finanziaria del do-it-yourself, o so cosa faccio oppure non mi muovo...
ancor di più se uno ha a disposizione milioni di Euro, ...
mi sembra un pò riduttivo voler parlare solo di "fortuna", se hai un minimo di conoscenza finanziaria, e buon senso, si dovrebbe riuscire a capire a cosa mira il consulente o PB o promotore...piuttosto presto
saluti
gioia23
 
gioia23 ha scritto:
mi sembra un pò riduttivo voler parlare solo di "fortuna", se hai un minimo di conoscenza finanziaria, e buon senso, si dovrebbe riuscire a capire a cosa mira il consulente o PB o promotore...piuttosto presto
saluti
gioia23

Assolutamente d'accordo: senza conoscenza, e buon senso, non si va da nessuna parte. Anzi, si va sicuramente al macello :rolleyes:

Da soli non bastano però: di "brave persone, oneste e capaci" non se ne trovano proprio ad ogni angolo di strada, quindi ci vuole anche un po' di fortuna.
 
gioia23 ha scritto:
mi sembra un pò riduttivo voler parlare solo di "fortuna", se hai un minimo di conoscenza finanziaria, e buon senso, si dovrebbe riuscire a capire a cosa mira il consulente o PB o promotore...piuttosto presto

La questione è che nel frattempo potresti esserti già preso una tranvata micidiale sui denti. La fortuna è che non scoppi un casino nel momento in cui stai "testando" il tizio in oggetto. A meno di non fargli fare consulenza virtuale...
 
Se hai un minimo (si fa per dire) conoscenza finanziaria, buon senso e sai soprattutto cosa NON vuoi, penso che il consulente saprà rispettarti o imparerà, oppure dopo un pò ti dira che non sei gradito come cliente...
non si tratta di fare da cavia si tratta di escludere tutto quanto non presenti determinati "margini di sicurezza" , ...
altrimenti tieni i BOT al 2%...
il problema è piuttosto psicologico da parte del risparmiatore, viene invogliato a non saper "resistere" alle tentazioni...
e non è un discorso virtuale, come insegnano gli ultimi anni,

in altre parole... se tutti i figli/figlie adolescenti di questi risparmiatori avessero avuto negli ultima anni, la stessa "forza di resistenza" mostrata dai loro padri in confronto delle banche....adesso avremmo un esercito di ragazzi padre o ragazze madre...

...non so se riesco ad esprimere correttamente il concetto...

gioia23
 
gioia23 ha scritto:
in altre parole... se tutti i figli/figlie adolescenti di questi risparmiatori avessero avuto negli ultima anni, la stessa "forza di resistenza" mostrata dai loro padri in confronto delle banche....adesso avremmo un esercito di ragazzi padre o ragazze madre...

:D :D OK! OK! OK!
 
Gestiscono il 14% delle ricchezze che gli italiani affidano ...
Gestiscono il 14% delle ricchezze che gli italiani affidano al proprio banchiere di fiducia. Ma i private banker esteri che operano on-shore nel nostro Paese non possono certamente essere considerati operatori di nicchia. Perché tra di loro incontriamo i nomi eccellenti della finanza globale. Da quelli delle americane Merrill Lynch , Morgan Stanley , JPMorgan e Citigroup . Alle ben radicate presenze elvetiche. Che vanno da Ubs (13 miliardi di raccolta complessiva), a Crédit Suisse (8,4 miliardi), a Julius Baer , fino a nomi meno noti al grande pubblico, ma molto attivi, come quello dei ginevrini di Union Bancaire Privée o dei luganesi di Banca Arner . Ma la grande novità del 2006 è data dall’ingresso in forze di due operatori esteri di grandi dimensioni, dotati di una raffinata cultura del private banking. Sono i francesi di Bnp Paribas e gli olandesi di Abn Amro . Che con l’acquisizione, rispettivamente, di Bnl e di Banca Antonveneta si accingono a realizzare un salto dimensionale e qualitativo che nel futuro potrebbe incidere sugli equilibri del mercato e sull’intera qualità dell’offerta.
«Le banche estere, e tra queste il Crédit Suisse, possono contare su due vantaggi competitivi decisivi per consolidare la loro posizione: hanno elaborato una cultura di autentico private banking e possono contare su marchi ben conosciuti», spiega Tino Rampaz zi , amministratore delegato di Crédit Suisse Italia. «Lo spazio per i private banker più qualificati è destinato a crescere perché è sempre più sentita la necessità di fornire soluzioni consulenziali ad alto valore aggiunto a fronte della proliferazione delle opportunità di investimento», aggiunge Giorgio Riccucci , amministratore delegato di Ubs Italia . Senza contare - aggiunge il banchiere - «che cresce anche la necessità di soddisfare le esigenze di una popolazione che progressivamente invecchia e che manifesta esigenze specifiche collegate alla fase del proprio ciclo di vita». Mediamente la soglia di accesso ai servizi dei private banker internazionali è più elevata di quella richiesta dagli operatori di casa nostra. I private banker americani spesso rinunciano a clienti che abbiano una disponibilità inferiore ai 3-5 milioni di euro. Gli svizzeri partono da ammontari che vanno dai 200 mila euro di Banca Arner, ai 500 mila euro di Crédit Suisse. Ma per tutti la soglia minima ottimale non è mai inferiore al milione di euro. «Senza dimenticare che l’utilizzo di particolari strumenti all’interno delle gestioni, come gli investimenti alternativi (hedge fund) può richiedere disponibilità iniziali più elevate», ricorda Ezio Sebastiani , della direzione di Union Bancaire Privée di Lugano .
La competizione poi avviene sui livelli di qualità e sull’ampiezza della gamma dei servizi. Perché i costi di gestione oscillano tra lo 0,50% dei mandati più prudenti all’1,5%, in funzione del profilo di rischio e di prodotto/servizio prescelto dal cliente. «In ogni caso i costi di gestione riflettono le soluzioni che vengono condivise con i clienti, che in molti casi scelgono di adottare la formula "all inclusive", vale a dire un’unica commissione nella quale sono ricomprese in modo assolutamente trasparente tutte le voci di costo applicate», specifica Riccucci.
Il cuore pulsante del private banking resta comunque la gestione dei patrimoni mobiliari, che nelle banche estere viene quasi sempre realizzata attraverso «architetture aperte», che utilizzano gli strumenti migliori disponibili sul mercato indipendentemente da chi li ha prodotti. Le banche più sofisticate aggiungono «i servizi dedicati alla famiglia, quali consulenza fiscale e successoria, intestazione fiduciaria, trust e family office. E quando necessario anche servizi di corporate finance, in sinergia con la divisione di investment banking», ricorda Rampazzi.
Un operatore come Banca Arner dispone di un’offerta che spazia dalla gestione di Sicav armonizzate a quella di fondi alternativi, dalla consulenza a fondi chiusi di private equity , alla pianificazione finanziaria internazionale. «Ma abbiamo anche sviluppato la metodologia del FAM, un sistema di analisi della situazione patrimoniale e del profilo di rischio del cliente grazie al quale è possibile valutare gli scostamenti rispetto ad una situazione ideale e fornire un riferimento oggettivo sul quale basare le decisioni di gestione», sottolinea l’amministratore delegato di Banca Arner Italia Davide Jarach .
«In ogni caso il miglior modo di servire il cliente consiste nel garantire una architettura assolutamente aperta a tutti i prodotti migliori. E nel puntare su una forte qualità e personalizzazione del rapporto», conclude Gianluca Verzelli , direttore sviluppo e investimenti di Bnp Paribas Banque Privée . Un gruppo la cui raccolta è cresciuta in un anno e mezzo da 1,4 a 2 miliardi di euro e che vanta un servizio art advisory e un team di ingegneria patrimoniale (basato a Ginevra) tra i più sofisticati del settore.
corriere




Dinastie & Denaro La carica degli angeli custodi
L i chiamano «servizi da concierge»: aiutare a organizzare una vacanza, consigliare quali quadri comprare e come appenderli in casa, ingaggiare il giardiniere giusto per la villa alle Bahamas, trovare i biglietti per uno spettacolo ufficialmente esaurito, assistere psicologicamente i giovani rampolli perchè non perdano la testa quando ereditano fortune o, ancora, suggerire con quale gerarchia distribuire i posti nella tomba monumentale di famiglia. Sono solo un piccolo campione dell'assistenza extra che un «family office» offre alle facoltose famiglie americane che se lo possono permettere, quelle cioè che hanno una ricchezza di almeno 10 milioni di dollari, meglio se 50-100 e oltre.
L'«uffico familiare» è un business nato molti anni fa per rispondere a esigenze innanzitutto finanziarie, per la gestione dei patrimoni accumulati dai fondatori di dinastie come quella dei Rockefeller: il «family office» newyorkese di questa famiglia, per esempio, oggi amministra circa 15 miliardi di dollari che appartengono ai 140 diretti discendenti di John D Rockefeller Jr. Ma oltre alla gestione patrimoniale, i family office si occupano di mille altri problemi dei loro super-ricchi clienti, con un mix di expertise fra maggiordomi, segretari personali, consulenti, psicologi. Ce ne sono almeno 3 mila di questi «uffici» oggi negli Stati uniti d'America, e forse 5 mila in tutto il mondo secondo stime della società di consulenza finanziaria Family wealth alliance.
Negli Usa i loro affari sono fioriti in particolare dopo il boom di Borsa degli anni Novanta e il successivo flop, parallelamente alla perdita di credibilità delle grandi banche d'investimento e dei servizi finanziari di private banking.
Ne hanno approfittato gli uffici familiari indipendenti, che nel solo 2004, secondo un'inchiesta di Bloomberg, hanno incrementato del 27% i patrimoni in gestione. Il loro pubblico potenziale è in forte espansione: 195 mila famiglie americane oggi possiedono oltre 10 milioni di dollari investibili, quattro volte tanto il loro numero nel 1989 secondo una ricerca di Cerulli associates; e quelle con patrimoni di 25 milioni e oltre sono 33 mila, il 340% più del 1989. E così per accaparrarsene i favori è accesissima la concorrenza fra gli emergenti family office e il tradizionale private banking.
Il Mellon family office è il tipico esempio di servizio nato per i bisogni di una sola, ricchissima famiglia, quella del finanziere Andrew Mellon di Pittsburgh, Pennsylvania, e poi dopo il 1970 aperto ad altre famiglie, purchè abbiamo almeno 100 milioni di dollari.
Il Treshold group a Gig harbor, Washington, ha la stessa soglia minima d'ingresso di 100 milioni ed era nato per occuparsi delle fortune di una sola famiglia, quella di George Russell, nipote del fondatore della società di consulenza Frank Russell: per George il family office si prende cura per esempio anche del suo yacht Shadowfax da 32 metri e del suo capitano e marinaio a tempo pieno. Il Laird Norton Tyee di Seattle, Washington, è uno dei più antichi «multi-family office» americani: era nato nel 1967 per le famiglie Laird e Norton, fondatrici di Weyerhaeuser, la più grande azienda di legname al mondo, e nel '79 si è allargato ad altre famiglie: ma il suo amministratore delegato Kaycee Krysty avverte che se i guadagni sulla gestione dei patrimoni finanziari sono interessanti - con commissioni dallo 0,25 all'1% annuo - tutti gli altri servizi personali richiedono molto tempo e attenzione e sono un lavoro difficile, molto meno remunerativo.
Nonostante questo anche i grandi gruppi bancari vogliono presidiare questo mercato. Dal 2004 la svizzera Ubs ha creato la divisione Wealth management Usa per clienti con almeno 10 milioni di dollari da investire e in due anni il volume totale amministrato in questo modo è quasi raddoppiato da 48 a 90 miliardi di dollari. I Family wealth advisory services dell'americana Citigroup invece si rivolgono a famiglie con almeno 100 milioni: per capirne i problemi e aiutarle a risolverli, chiedono loro di elaborare una missione familiare e adottare una struttura di governo per risovere i conflitti interni del clan. Il multi-family office di Merrill Lynch riserva il trattamento top a chi ha 75 milioni e oltre: va dall'aiutare i clienti per le pratiche di adozione a calcolare se è più conveniente possedere o affittare un jet privato oppure volare in prima classe.
Persino Fidelity, il gigante Usa dei fondi comuni, vuole aprire un family office quest’anno, segno che i milionari in dollari sono ormai popolari in America come i milionari in lire 20 anni fa in Italia.
MARIA TERESA COMETTO




Scenari Le masse amministrate cesceranno del 10% entro fine 2006. Per gli istituti redditività accettabile intorno ai 5 miliardi, ma la soglia sta lentamente alzandosi I banchieri vip alla selezione della specie Sono più di 70 a contendersi una torta di 860 miliardi. Ed è già cominciato il valzer delle fusioni. Ecco chi resisterà
Ricco ma non stra-ricco, settentrionale, lavora in proprio e affida le sue fortune a più di una banca. Ecco l’identikit del Paperone italiano. I clienti corteggiati dall’industria nazionale del private banking si possono tratteggiare così, con le statistiche raccolte ogni anno dai consulenti di Price WaterHosueCoopers e dall’Aipb, l’Associazione italiana del private banking. Quanto vale la torta del private italiano? Circa 860 miliardi di euro, con una crescita del 10% (stimata) rispetto al 2005. Il 98% delle 700 mila famiglie facoltose possiede patrimoni compresi tra 0,5 e 5 milioni di euro. Il 2% (14 mila) deve investire fortune che vanno da 5 a 50 milioni. E solo un esclusivo 0,1% (700 persone circa) staziona nell’empireo di chi ha più di 50 milioni.
E i signori dello 0,1% sono quelli che fanno davvero la differenza perché guardando la storia dei loro patrimoni si riesce a spiegare l’evoluzione sociale della ricchezza.
L’ultimo studio condotto da Tony Atkinson e e Thomas Piketty - accademici di Cambridge e di Paris-Jourdan impegnati da anni nell’analisi della distribuzione del reddito nel mondo - dimostra che solo in vetta alla piramide (a cui appartengono percentuali di popolazione sempre con uno zero virgola davanti) si vedono i cambiamenti epocali. L’ultimo, che in quindici anni ha trasformato il profilo dei Paperoni globali, mostra l’ascesa dei top manager, quelli che sono diventati milionari con le stock option e che hanno mandato in pensione i ricchi di nascita. Quello 0,1% racconta quindi la parabola dei timonieri che hanno finito per soppiantare i padroni del vapore.
«L’Italia - insieme a molti altri paesi dell’Europa continentale - non risponde ancora a questo modello. Perché l’irruzione della finanza nelle retribuzioni è un fenomeno molto più limitato», dice Giacomo Neri, partner di Pwc e curatore della ricerca annuale sul private banking .
Percorrendo dall’alto verso il basso la piramide che svetta con i signori dello 0,1%, e si sostiene sulla più larga base dei ricchi da 500 mila euro, si incontrano comunque moltissimi imprenditori di se stessi. Tra i milionari (o quasi milionari) d’Italia ci sono commercianti e artigiani (14%), titolari di impresa familiare (12%), imprenditori (12%), liberi professionisti (9%). Ma anche lavoratori dipendenti (20%) e pensionati (21%).
L’età media di chi dorme su ingenti fortune è evidentemente piuttosto elevata, confermando che, anche nella più tradizionale Europa, ricchi si diventa e sempre più raramente si nasce. Il 28% dei milionari italiani ha più di 65 anni, il 24% ha tra 51 e 65 anni, il 21% tra i 41 e i 50, il 20% tra i 31 e i 40 e solo il 7% ha meno di trent’anni.
I ricchi abitano nelle regioni più ricche del Nord. In Lombardia, nel Friuli, in Veneto o in Emilia Romagna, dove la distribuzione del Pil mostra percentuali inferiori a quella delle risorse attribuibili ai Paperoni. Per intenderci: la Lombardia produce il 20,8% del Prodotto interno lordo e i suoi ricchi possidenti (cioè quelli che rientrano nelle statistiche dei 500 mila euro e oltre) totalizzano sul territorio il 25,9% del patrimonio etichettabile come potenziale mercato del private banking. In Sicilia o in Sardegna succede esattamente il contrario: il Pil regionale è superiore alla ricchezza degli ultra high net worth (così si chiamano in gergo i clienti del private) che abitano in loco. E questo accade perché i proventi di molte attività del Sud sono consolidati in capo a proprietari che si trovano al Nord.
I nuovi ricchi italiani sono collezionisti di banche. E questo spiega perché un mercato così piccolo (negli Usa secondo alcune stime di Pwc il private vale circa 4.500 miliardi di euro, in Europa 3.500, noi ci fermiamo a 860 miliardi) totalizzi un numero molto elevato di attori.
«Ancor oggi sono più di 70 i soggetti bancari e non che dichiarano di fare private banking - spiega Fabrizio Greco, direttore generale di Banca Euromobiliare -. I debutti però si sono fermati. Ed è cominciato il valzer delle fusioni e quello degli abbandoni». Oggi, dice Greco, se si escludono i pochi big da 20-30 miliardi di euro in su, un discreto numero di banche private può tenere in piedi il business con una redditività accettabile se raggiunge i 5 miliardi di masse gestite. Domani la posta potrebbe alzarsi e premiare quelli che arrivano a 10 miliardi, offrendo un intelligente ventaglio di specializzazione. Perché sarà sempre più difficile coprire tutto: i banchieri dovranno scegliere dei campi ed eccellere, per distinguersi dal resto. E soddisfare il cacciatore di private banker che non vuole un solo interlocutore, ma molti. Sempre più preparati. Già adesso i banker super specializzati e i rarissimi indipendenti (cioè non legati a grossi gruppi bancari) vengono premiati con tassi di crescita medi attesi delle masse per il prossimo triennio pari al 15%, contro il 9% prevedibile per le divisioni di banca private delle big del credito.
Dove investono i ricchi d’Italia? Soprattutto in obbligazioni. Il patrimonio è già ben costituito: perché correre rischi inutili? L’uso degli hedge e di nuovi strumenti finanziari potrebbe però presto rivoluzionare, almeno il parte, il loro mix di investimenti. Rendendolo ben più diverso da quello del risparmiatore comune.



Strategie di provincia Adesso i piccoli banchieri inseguono i piccoli imprenditori
Sono i titolari delle piccole e medie imprese i nuovi ricchi a cui ambiscono i piccoli gruppi bancari. E la terra di conquista è il Nord Italia, dove abbondano i self-made men che hanno saputo far fruttare il proprio lavoro, anche senza avere alle spalle ingenti patrimoni di famiglia. La prova? Nel 2005 la crescita dei portafogli, per il 30% è avvenuta per effetto del ciclo borsistico positivo, ma il resto lo hanno fatto i disinvestimenti immobiliari e, soprattutto, le operazioni di finanza straordinaria che hanno fatto lievitare la liquidità degli imprenditori. «Le attese per il private sono per masse complessive pari a 860 miliardi di euro, rispetto ai 783 miliardi di fine 2005 - spiega Diego Cavrioli , responsabile Private Banking di Bpu e presidente di Aipb -. E sempre concentrate nel Nord».
Ed ecco i progetti di alcuni protagonisti. Credem che ha base storica in Emilia, con presenza capillare in provincia, dove si concentra il 30% dell'attività (9,8 miliardi di masse gestite) ed ha presidi a Milano, Roma, Napoli, Firenze e Palermo, adesso mira ad espandersi nel Triveneto, in Piemonte e in Liguria. Banca Aletti, la veterana nella gestione dei grandi patrimoni (amministra oltre 25 miliardi di euro), punta a completare la conquista del Nord Italia con il Friuli, Valle d'Aosta e Liguria, per poi dirigersi verso il Centro e Sud.
Per il gruppo Bpu e Montepaschi di Siena, invece, è prioritario il consolidamento delle posizioni nelle aree geografiche storiche che per Bpu sono le regioni Lombardia, Emilia, Marche e Roma. Il gruppo toscano invece vuole rinforzarsi nel Centro Italia, dove già produce il 50% del business, per poi orientare la bussola verso il Nord Est. Per vincere la sfida con i grandi gruppi, le banche minori puntano su personalizzazione e qualità delle prestazioni.
Per garantire la migliore soluzione d'investimento, i team di gestione hanno aperto al multimanager e si stanno attrezzando con strutture globali per erogare tutti i servizi indispensabili al cliente private, come Global Financial Advisory , nata in seno a Credem ed Awa (Active Wealth Advisory) del Gruppo Bpu che oltre a preoccuparsi dell'asset allocation, garantiscono assistenza fiscale, legale, tributaria, intestazioni fiduciarie e trust. «Tutti servizi gratuiti per chi ci lascia in gestione patrimoni oltre i 10 milioni di euro -, spiega Paolo Magnani responsabile divisione Private Banking di Credem - perché, in questi casi, riusciamo ad assorbire i costi nella nostra redditività che è dello 0,78% sulla massa gestita». Al contrario, sono a pagamento i servizi del gruppo Bpu che però ha aggiunto, come benefit, l'esclusiva carta di credito black Kalia.
L'altro ambito target restano le storiche famiglie facoltose che ancora affidano i loro patrimoni a diversi istituti. «Il nostro obiettivo è diventare il loro unico riferimento, - spiega Franco Dentella , vice direttore generale di Banca Aletti - ma per centrare l'obiettivo dobbiamo mettere in campo elevate professionalità». E potenziare le risorse è un must anche per Montepaschi Siena. «Per un miglior risultato, - spiega Andrea Bersan , responsabile del private banking - abbiamo previsto percorsi formativi su misura per i singoli private banker con affiancamento sul campo».

P. PU..
 
La curiosità In Piemonte e Veneto più consulenti che ricchezze
Più private banker che ricchezze. In Veneto, Piemonte, Toscana ed Emilia la percentuale di angeli custodi è superiore a quella degli asset finanziari dei ricchi. Fatto 100 la torta del mercato potenziale e quella degli uomini che di mestiere curano e sostengono gli interessi dei Paperoni d’Italia in queste regioni si nota questo curioso disequilibrio. In Piemonte, per esempio, si localizza l’8,5% del reddito «ricco», cioè quello delle famiglie con oltre 500 mila euro di disponibilità finanziarie, e ben l’11% di private banker in forza nel nostro paese. In Veneto addirittura abbiamo il 13% di angeli custodi e «solo» l’8,6% delle ricchezze totali. In equilibrio perfetto è invece la Lombardia, dove si fronteggiano il 25,8% dei private banker in servizio e il 25,9% di asset finanziari da gestire. Più ricchezze che private banker invece in Calabria, Basilicata, Abruzzo, Valle D’Aosta, Marche, Puglia. In queste regioni la percentuale di asset riconducibili agli ultra high net worth è più alta della quota di forza lavoro in loco, sempre fatto 100 il numero dei promotori di alta gamma italiani.
Una geografia che riflette l’estremo interesse delle banche private per il Nord dell’Italia - le regioni a più alta concentrazione di ricchezza - e le potenzialità ancora inespresse del Centro Sud. Chi raccoglierà la sfida?




Trend La crescita e la diffusione dei family office potrebbe cambiare le cose. E in Italia..... L’indipendenza farà premio In Europa solo il 9% degli operatori non è controllato da banche e assicuratori
AAA, banchieri privati indipendenti cercansi. Se in Europa una (esigua) fetta del mercato, pari al 9%, si merita l’appellativo «indipendente», a oggi in Italia la percentuale di aziende che sono davvero slegate da capogruppo «ingombranti» non è nemmeno significativa. Il private banking , esattamente come l’industria europea continentale del risparmio gestito retail, è figlio di grandi o piccole banche e assicurazioni. Cioè di soggetti che, in teoria, possono avere conflitti di interesse con i gestori chiamati a curare, prima di tutto, quelli dei clienti. Vip o non vip che siano. Un dilemma che non lascia certo fuori i mercati anglosassoni, visto che tutte le grandi banche d’affari hanno una divisione o una società che offre servizi di private banking. E che il censimento globale del business indica un 12% di banchieri privati veramente indipendenti nel mondo.
Qual è l’evoluzione prevedibile?? Se per gli asset manager si va verso formule proprietarie che escludano il controllo di un solo soggetto, per il private banking l’indipendenza potrebbe viaggiare sui binari di uno sviluppo originale dei family office. Chi è così ricco da potersi permettere la massima personalizzazione nella cura del patrimonio, infatti, non può che pretendere di scegliere il gestore. E, magari, di portarselo a casa. Tra Svizzera e Italia sono partiti i primi esperimenti, con una o più famiglie facoltose coinvolte. Negli Stati Uniti (vedi a pagina 27 ) esistono esperienze consolidate da decenni che portano i nomi di alcune delle grandi dinastie americane. A oggi, invece, la foto europea è quella che si vede qui di fianco, con il 53% dei private banking che sono divisione di gruppi finanziari e oltre il 65% di operatori che appartiene a gruppi finanziari che lavorano sul mercato del risparmio retail.
corriere
 
Mi aggancio a questo post perchè mi sembra, tra quelli critici, il più equilibrato.

Come detto anche da altri, il private banking è una cosa, il private banking all'italiana, una cosa diversa.

Per usare una espressione semiseria: è vero private banking solo se all'interno della struttura non ci sono due portafogli identici o, se ci sono, sono di due gemelli che hanno sposato due gemelle.

Più seriamente, ho conosciuto/conosco dall'interno almeno 4 realtà citate: Intesa / S.Paolo / UBS / Esperia.

Circa le differenze, macroscopiche per chi già conosce le strutture, sono da concentrare, a favore di BE in :

- Non colloca prodotti assicurativi se non come contenitore di gestioni patrimoniali
- Vorrei conoscere qualche cliente di Mediolanum che è stato indirizzato a BE

Sicuramente un criterio di base va ricordato per tutti. Una struttura di prv.banking nasce per creare valore (leggi utili) per gli azionisti, l'utilità per il cliente è il mezzo attraverso il quale si raggiunge (o si tenta) lo scopo.

Redditività nell'ordine di 1,5% sulle masse totali è già a livello di modello ideale. I principali player diversificati (gruppi bancari tradizionali) visti i costi di struttura, faticano ad arrivare a 0.5% / 0.6% di redditività sulle masse.

Banca Intesa Private, anche prima dello scorporo, era una voce insignificante nelle revenues di Intesa.

Mettiamo in chiaro una cosa, la gestione privata e professionale del patrimonio di famiglia è un servizio che riguarda clienti assolutamente di spessore.

Patrimoni complessivi inferiori ai 10 mln di euro direi proprio che non possono interessare a strutture che si definiscano "private banking".

E' verissima anche una definizione data da Negus: chi già detiene il patrimonio ha quasi sempre l'esigenza di mantenerlo e difenderlo (a livello di potere d'acquisto). La creazione o la crescita del patrimonio è un problema di chi non lo detiene.

La propensione al rischio assoluto (volatilità, indipendentemente dalle asset class) decresce in maniera vistosa al crescere della dimensione del patrimonio. Anche perchè, molto spesso, i clienti maggiori detengono già quote rilevantissime del patriomonio nelle aziende di famiglia spesso quotate sui principali mercati azionari.

Parlando di Banca Esperia e restando ai dati pubblici disponibili per chi legge la stampa specializzata e gli studi di settore, possiamo confermare che si tratta di un caso di successo clamoroso, ben superiore alle attese di chi l'ha creata.

I numeri di BE (che non ha alcun effetto "conversione" da alcuna rete, tantomeno da Med) a fine aprile :

- 8,2 mld di raccolta (0 nel 2001)
- 164 dipendenti ( 50 mln di euro di raccolta pro dipendente back office e segretarie compresi)
- 3.7 mln di patrimonio medio a cliente (contando anche i conti correnti di servizio)
- primo trust di emanazione bancaria autorizzato da Bankitalia


Hanno anche molti difetti (per esempio uso intensivo di hedge anche quando non ve ne sarebbe necessità) e eccesso di attenzione al ritorno assoluto degli investimenti.

sarà anche un caso se nei portafogli ci sono prodotti di terzi che interessano anche Alan1 : GLG - Dynarbitrage di CAAM (var 4) - Pharus - Vontobel .

Non hanno la Placeuro Delta ma si stanno organizzando mi dice un amico dall'interno... ;-))

Non ci sono molte altre realtà in Italia (mentre diverse all'estero) dove con meno di 5 mln vi fanno sentire clienti di secondo ordine.

Ricordo anche alcune sul Wealth Mngmt inglese di Citigroup : per meno di 25 mln di dollari non vi assegnano nemmeno un gestore ma parlate con un desk telefonico ....

Saluti











negusneg ha scritto:
Distinzione importante: il private banker è un dipendente della banca, il promotore ha un mandato con la banca, ma è sostanzialmente un lavoratore autonomo.

Ci sono realtà in cui i promotori (SE lo vogliono) possono operare su tutti gli strumenti e tutti i mercati. Altre in cui i private sono OBBLIGATI a servirsi unicamente dei prodotti di risparmio gestito della casa. Altre ancora in cui la targa "private bank" serve solo a nascondere normalissime reti multilevel di piazzisti di fetecchie.

Si è parlato di Banca Generali, ad esempio :rolleyes:

La rete di private banker di BG è stata formata selezionando i migliori VENDITORI di polizze e Gestioni Per Finta (GPF). Inutile dire che nessuno di loro ha MAI avuto esperienze significative di risparmio amministrato, tant'è che presso i loro uffici non c'è neanche lo sportello bancario. La formazione che ricevono verte esclusivamente sul commerciale, nell'operatività sui titoli ed i mercati non hanno un minimo di assistenza (e d'altronde da questi supervincitori di viaggi-premio non si avverte una richiesta molto motivata di questo tipo di cose).

BG è il classico esempio di private "all'italiana": è una pura operazione di marketing. Hanno solo cambiato la targa di ottone, ma la sostanza è quella di una rete piramidale di multi-level marketing.

Banca Esperia è diversa. Qui le strutture ci sono (e funzionano). Peccato che il grado di indipendenza di chi ci lavora sia praticamente inesistente. Le pressioni (molto forti) sono tutte rivolte a convogliare i clienti su prodotti che garantiscano un margine almeno del 2-2,5%. E che rendano difficile svincolare il portafoglio. La priorità viene data ad un'immagine di esclusività più che all'efficienza nella gestione dei portafogli.

Ma a giudicare dai risultati raggiunti nell'acquisire clienti di fascia alta, è proprio quello che queste persone apprezzano di più. L'altra faccia dell'abissale ignoranza che c'è in Italia sui temi finanziari è che chi ha maggiori disponibilità guarda più al famoso caffè offerto da avvenenti segretarie nei salotti buoni di immobili prestigiosi che alla crescita del proprio capitale :censored: Su questo, purtroppo, non posso che confermare le convinzioni di y2k.

Concludendo credo che sia altrettanto importante cercare un istituto serio e possibilmente indipendente che permetta una effettiva personalizzazione nella gestione del portafoglio, ad un costo ragionevole e senza ricorrere a strumenti inutili, che verificare la correttezza e la professionalità della singola persona a cui ci si rivolge all'interno di quell'istituto.

Non sono molte le banche o le società che rispondono a questi requisiti, come ha sottolineato alan, ma ci sono. Così come esistono (poche) persone che svolgono questa professione con passione e scrupolo. E che ovviamente sono le prime a ricercare situazioni professionali che gli consentano di operare diligentemente nell'interesse dei loro clienti.

Vale sicuramente la pena di cercarle, se non si è in grado di gestire autonomamente il proprio portafoglio e si ha bisogno di essere assistiti. Ma anche su questo sono d'accordo con alan: ci vuole fortuna. E anche io di nomi non ne faccio :p
 
Aggiungo una notizia di pochi giorni fa (sempre da stampa per evitare problemi fonte informazioni): come riportato da Patrimoni e Milano Finanza, Cristiano Esclapon (già Euromobiliare prima e Merril Lynch Italia poi) e tutto il team di Merril Lynch Italia PB passa a BE.

Patrimoni della scorsa settimana valutava in 500 mln di euro la raccolta gestita equivalente del team.

Sono masse e persone che non si muovono solo per lo stipendio un po' più alto...






Pastello ha scritto:
Mi aggancio a questo post perchè mi sembra, tra quelli critici, il più equilibrato.

Come detto anche da altri, il private banking è una cosa, il private banking all'italiana, una cosa diversa.

Per usare una espressione semiseria: è vero private banking solo se all'interno della struttura non ci sono due portafogli identici o, se ci sono, sono di due gemelli che hanno sposato due gemelle.

Più seriamente, ho conosciuto/conosco dall'interno almeno 4 realtà citate: Intesa / S.Paolo / UBS / Esperia.

Circa le differenze, macroscopiche per chi già conosce le strutture, sono da concentrare, a favore di BE in :

- Non colloca prodotti assicurativi se non come contenitore di gestioni patrimoniali
- Vorrei conoscere qualche cliente di Mediolanum che è stato indirizzato a BE

Sicuramente un criterio di base va ricordato per tutti. Una struttura di prv.banking nasce per creare valore (leggi utili) per gli azionisti, l'utilità per il cliente è il mezzo attraverso il quale si raggiunge (o si tenta) lo scopo.

Redditività nell'ordine di 1,5% sulle masse totali è già a livello di modello ideale. I principali player diversificati (gruppi bancari tradizionali) visti i costi di struttura, faticano ad arrivare a 0.5% / 0.6% di redditività sulle masse.

Banca Intesa Private, anche prima dello scorporo, era una voce insignificante nelle revenues di Intesa.

Mettiamo in chiaro una cosa, la gestione privata e professionale del patrimonio di famiglia è un servizio che riguarda clienti assolutamente di spessore.

Patrimoni complessivi inferiori ai 10 mln di euro direi proprio che non possono interessare a strutture che si definiscano "private banking".

E' verissima anche una definizione data da Negus: chi già detiene il patrimonio ha quasi sempre l'esigenza di mantenerlo e difenderlo (a livello di potere d'acquisto). La creazione o la crescita del patrimonio è un problema di chi non lo detiene.

La propensione al rischio assoluto (volatilità, indipendentemente dalle asset class) decresce in maniera vistosa al crescere della dimensione del patrimonio. Anche perchè, molto spesso, i clienti maggiori detengono già quote rilevantissime del patriomonio nelle aziende di famiglia spesso quotate sui principali mercati azionari.

Parlando di Banca Esperia e restando ai dati pubblici disponibili per chi legge la stampa specializzata e gli studi di settore, possiamo confermare che si tratta di un caso di successo clamoroso, ben superiore alle attese di chi l'ha creata.

I numeri di BE (che non ha alcun effetto "conversione" da alcuna rete, tantomeno da Med) a fine aprile :

- 8,2 mld di raccolta (0 nel 2001)
- 164 dipendenti ( 50 mln di euro di raccolta pro dipendente back office e segretarie compresi)
- 3.7 mln di patrimonio medio a cliente (contando anche i conti correnti di servizio)
- primo trust di emanazione bancaria autorizzato da Bankitalia


Hanno anche molti difetti (per esempio uso intensivo di hedge anche quando non ve ne sarebbe necessità) e eccesso di attenzione al ritorno assoluto degli investimenti.

sarà anche un caso se nei portafogli ci sono prodotti di terzi che interessano anche Alan1 : GLG - Dynarbitrage di CAAM (var 4) - Pharus - Vontobel .

Non hanno la Placeuro Delta ma si stanno organizzando mi dice un amico dall'interno... ;-))

Non ci sono molte altre realtà in Italia (mentre diverse all'estero) dove con meno di 5 mln vi fanno sentire clienti di secondo ordine.

Ricordo anche alcune sul Wealth Mngmt inglese di Citigroup : per meno di 25 mln di dollari non vi assegnano nemmeno un gestore ma parlate con un desk telefonico ....

Saluti
 
Fry 3003 ha scritto:
Per chi non ha la possibilità patrimoniale di rivolgersi a un PB/Family Office; puoi consigliare qualche libro per una gestione efficente, non speculativa (trading), del patrimonio? :confused:


Penso che più dei libri possano l'esperienza fatta direttamente e le considerazioni che puoi leggere sul forum.

Libri specialistici c'è ne sono diversi ma sono o superficiali o troppo approfonditi.

Puoi provare, ad ogni modo, con :

Rendimenti Finanziari e strategie d'investimento

Autore Jeremy J. Siegel
Editore : Il Mulino

Piuttosto divulgativo, ma potrebbe essere un inizio

Saluti
 
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