prossima fermata: depressione

lucrezio

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GREENSPAN SARA' RICONFERMATO, DICE BUSH

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22 Aprile 2003 18:02 NEW YORK (WSI)

In un' intervista ad un settimanale pubblicato negli Stati Uniti il presidente americano George Bush ha affermato che al momento della scadenza del mandato, nel giugno 2004, riconfermera' il Chairman della Federal Reserve Alan Greenspan.
La dichiarazione arriva proprio nel giorno in cui il N.1 della Fed, dopo essere stato ricoverato d'urgenza, e' stato sottoposto ad un intervento chirurgico per problemi alla prostata.

Alan Greenspan, 77 anni, iniziera' quindi l'anno prossimo il suo quinto mandato. Era stato chiamato alla presidenza della Banca Centrale americana nel 1987 dall'allora presidente Usa Ronald Reagan.


questa sì che una brutta notizia ...
greenspan con la sua politica monetaria ci porterà alla recessione... anzi depressione
 
Lunga vita alla bolla



(21/4/03) La fase attuale che sta caratterizzando i mercati azionari americani presenta notevoli spunti di riflessione. Da un punto di vista esclusivamente tecnico, i mercati sembrano avere stabilito definitivamente la base per quello che secondo le più ottimistiche previsioni potrebbe rivelarsi un rally davvero molto consistente. Si dice che i mercati siano un “discount mechanism”, un meccanismo anticipatore. In altre parole, il rally che dovrebbe seguire nei prossimi mesi, stando ai recenti sviluppi “grafici”, sconterebbe e anticiperebbe la ripresa economica tanto attesa negli ultimi tre anni.

Alla luce sia delle esperienze passate che dell’analisi fondamentale fin qui svolta, abbiamo seri dubbi in merito alla validità contingente di questa affermazione. Il mercato azionario rappresenterebbe infatti un valido meccanismo anticipatore qualora si ravvisassero le condizioni necessarie e sufficienti per definirlo “libero”, qualora cioè esso fosse lasciato alla genuina e spontanea interazione degli operatori che lo costituiscono. Un "libero" mercato per definizione è estraneo agli interventi diretti di natura istituzionale e soprattutto non è “dopato” da qualsivoglia droga monetaria somministrata dalle politiche accomodanti delle banche centrali. Proprio ciò che negli ultimi anni ha caratterizzato e condizionato i mercati con una intensità che non trova precedenti storici.

Il Nasdaq sopra i 5000 punti avrebbe dovuto scontare, coerentemente al principio del meccanismo anticipatore, ben altro che il periodo di stagnazione economica nel quale ci troviamo tutt’ora. Il Nasdaq invece, come gli altri mercati azionari, era allora il risultato di una bolla speculativa, e scontava niente altro che tanti sogni di infinita e illimitata prosperità economica, rasenti un febbrile delirio economico e basati più su una pura illusione monetaria che non invece sulla realtà dei fatti. Grazie all’espansione creditizia che aveva alimentato la bolla, quel meccanismo anticipatore era già rotto allora (e lo dimostra in toto la perdita del 75% che ne è seguita) come a nostro avviso rimane rotto, per gli stessi identici motivi, ancora oggi.

Sempre coerentemente a tale principio, non è forse un caso che già da diversi anni l’oro, il barometro storico di ogni crisi economica, abbia smesso di funzionare correttamente. Rotto dalla crescente e “quasi isterica avversione” nutrita dalle banche centrali, la moneta per eccellenza eletta da 5000 anni di scambi economici è stata progressivamente sostituita da una valuta cartacea senza alcun valore reale se non quella fiducia altamente aleatoria conferitagli da chi l’accetta come ottimo mezzo di scambio e al contempo come improbabile e fallace riserva di valore.

Con riferimento alla prossima evoluzione rialzista dei mercati azionari, siamo quindi dell’idea che l’illusione monetaria, ancora massicciamente presente nei meccanismi psicologici degli operatori e della gente comune, stia portando verso la ripetezione degli stessi errori compiuti nel corso degli anni novanta. Non è un caso che il settore traino di questa fase rialzista sia costituito principalmente dagli stessi titoli tecnologici che costituirono il punto di maggiore forza della bolla anni novanta. Un inequivocabile segnale di continuità di un delirio collettivo che sembra volersi prolungare al di là di ogni ragionevole aspettativa.

Il rally in corso, per quanto lungo, per quanto eventualmente esteso e violento, sarà riconducibile né più né meno alle stesse motivazioni che per cinque lunghi anni spinsero i mercati su livelli sempre più elevati fino ai massimi del 2000 e, analogamente a quanto accaduto allora, esso fallirà nelle sue capacità previsionali e anticipatrici. Nessuna ripresa sostenibile nel lungo termine infatti è a nostro avviso possibile date le condizioni e gli squilibri macroeconomici in cui versano oggi le economie occidentali.

Se da un punto di vista fondamentale i mercati azionari restano ancora estremamente sopravvalutati, una ulteriore avanzata degli indici rappresenterà quindi niente altro che un rigurgito della bolla scoppiata tre anni fa. L’ennesimo e forse più pericoloso tentativo di aggrapparsi a dei sogni che non trovano nessun nesso con una corretta percezione della realtà fattuale.

Un’ulteriore spinta delle quotazioni verso livelli di pericolosa astrazione innalzerà inoltre i rischi di ritrovarsi improvvisamente di fronte a una realtà economica ben diversa da quella percepita per effetto dell’illusione monetaria. Proprio quello che avvenne nel 1929 o nel 1987 e che invece non è avvenuto nel 2000. Le conseguenze associate a questi rischi sono a nostro avviso ben più gravi di quelle che l’economia ha affrontato in questi ultimi anni a causa della mania degli anni novanta.

Se nessuno squilibrio presente nel 2002 ha trovato ad oggi un sufficiente riaggiustamento, nel corso di questi ultimi tre anni gli squilibri complessivi sono invece aumentati considerevolmente, rendendo l’economia ancora più fragile e in una posizione ben più delicata di quella in cui si trovava tre anni fa. A causa degli interventi economici adoperati fino ad oggi, la “inevitabile” depressione economica che avrebbe dovuto ragionevolmente seguire l’espansione creditizia degli anni novanta e che sola avrebbe avuto il potere di correggere gli squilibri maturati in quegli anni, è stata di continuo posticipata e in questo procrastinarsi si è potenzialmente aggravata.

Rothbard, nel suo America’s Great Depression scrive (pag. 23):

“The longer the inflationary boom continues, the more painful and severe will be the necessary adjustment process”

“Più a lungo si protrae un boom di natura inflazionistica, più doloroso e severo sarà il necessario processo correttivo”.

Lo scoppio della bolla del 2000 non ha lasciato dubbi in merito alle connotazioni di natura inflazionistica (si noti bene: inflazione di natura creditizia, basata sul debito, non inflazione misurata dall’indice dei prezzi al consumo) del boom degli anni novanta. Negli ultimi anni tale espansione inflazionistica non ha conosciuto sosta, ha invece goduto di una considerevole accelerazione.

Sempre citando Rothbard dal medesimo testo (pag. 24):

“Since credit expansion necessarily sows the seeds of later depression, the proper course for the government is to stop any inflationary credit expansion from getting under way”.

“Poiché l’espansione creditizia getta inevitabilmente i semi della depressione che seguirà, la politica più appropriata che deve seguire il governo è quella di impedire l’accelerazione di ogni espansione creditizia”.

Proprio il contrario di quello che si è fatto negli anni novanta, nonostante i primi segnali evidenti di inflazione creditizia, e quindi esattamente l'opposto di ciò che per evitare la recessione si è fatto dal 2001 ad oggi.

Una volta riconosciuto il problema di una crisi strutturale, riconducibile all’espansione creditizia, come era oramai chiaro ed evidente nel 2001, la ricetta fornita da Rothbard per fare in modo che la recessione (o data l’intensità del boom precedente, la depressione) duri il meno possibile, è lasciare il processo di liquidazione degli eccessi e di correzione degli squilibri alle forze naturali del mercato (pag. 19):

“Don’t interfere with the market’s adjustment process. The more the government intervenes to delay the market’s adjustment, the longer and more grueling the depression will be, and more difficult will be the road to complete recovery”.

“Non interferire con il processo correttivo del mercato. Più il governo interviene per ritardare gli aggiustamenti del mercato, più lunga ed estenuante sarà la depressione, e più difficile la strada per una completa ripresa economica”

La banca centrale americana non ha seguito questa amara ma necessaria medicina e dopo tre anni di sforzi si ritrova oggi ad assaporare ciò che ha nuovamente la pretesa di rappresentare il definitivo successo delle proprie bizzarre politiche monetarie.

Man mano che gli squilibri macroeconomici torneranno a farsi sentire, impedendo una vera ripresa economica sostenibile nel lungo periodo, tale abbaglio non mancherà di risolversi in qualcosa di peggio di una semplice recessione, forse una grande depressione ben peggiore di quella degli anni trenta analizzata da Rothbard nel testo sopra citato.

La storia economica ha insegnato nel tempo che niente rovina una Nazione più velocemente della "easy money”, della moneta facile. Easy AL(an Greenspan), lungi dall'avere imparato la lezione, ha iniettato nel sistema economico americano la "moneta più facile" di ogni tempo e oggi, tra i molteplici indicatori puntati a favore di un consistente rialzo delle borse, il dollaro si è ritrovato, non a caso e non senza un certo imbarazzo, fuori dal coro arrivando a toccare nuovamente quota 1.10 nei confronti dell’euro.
 
EH si da quando c'è lui Gli USA sono in crisi.....tutti allo sbando senza il necessario per vivere..........Io farei a cambio con un cappellone di mia conoscenza....che vive in Europa


QUOTE]Scritto da lucrezio
GREENSPAN SARA' RICONFERMATO, DICE BUSH

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22 Aprile 2003 18:02 NEW YORK (WSI)

In un' intervista ad un settimanale pubblicato negli Stati Uniti il presidente americano George Bush ha affermato che al momento della scadenza del mandato, nel giugno 2004, riconfermera' il Chairman della Federal Reserve Alan Greenspan.
La dichiarazione arriva proprio nel giorno in cui il N.1 della Fed, dopo essere stato ricoverato d'urgenza, e' stato sottoposto ad un intervento chirurgico per problemi alla prostata.

Alan Greenspan, 77 anni, iniziera' quindi l'anno prossimo il suo quinto mandato. Era stato chiamato alla presidenza della Banca Centrale americana nel 1987 dall'allora presidente Usa Ronald Reagan.


questa sì che una brutta notizia ...
greenspan con la sua politica monetaria ci porterà alla recessione... anzi depressione
[/QUOTE]
 
Re: Re: prossima fermata: depressione

Scritto da rotaandrea
EH si da quando c'è lui Gli USA sono in crisi.....tutti allo sbando senza il necessario per vivere..........Io farei a cambio con un cappellone di mia conoscenza....che vive in Europa


QUOTE]Scritto da lucrezio
GREENSPAN SARA' RICONFERMATO, DICE BUSH

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22 Aprile 2003 18:02 NEW YORK (WSI)

In un' intervista ad un settimanale pubblicato negli Stati Uniti il presidente americano George Bush ha affermato che al momento della scadenza del mandato, nel giugno 2004, riconfermera' il Chairman della Federal Reserve Alan Greenspan.
La dichiarazione arriva proprio nel giorno in cui il N.1 della Fed, dopo essere stato ricoverato d'urgenza, e' stato sottoposto ad un intervento chirurgico per problemi alla prostata.

Alan Greenspan, 77 anni, iniziera' quindi l'anno prossimo il suo quinto mandato. Era stato chiamato alla presidenza della Banca Centrale americana nel 1987 dall'allora presidente Usa Ronald Reagan.


questa sì che una brutta notizia ...
greenspan con la sua politica monetaria ci porterà alla recessione... anzi depressione
[/QUOTE]

ormai è troppo vecchio ... bisogna sostituirlo....
 
La politica monetaria


La moneta cartacea è un mezzo del tutto privo di valore intrinseco. A differenza di quella metallica, in oro o argento, massimizza la propria funzione principale: rendere più facile lo scambio di beni e servizi.
Il gold standard, il sistema aureo secondo il quale ciascuna banca centrale si impegnava a mantenere un tasso di cambio fisso tra la propria valuta cartacea e un'oncia d'oro crollò a seguito della crisi degli anni trenta.
La crisi mondiale degli anni settanta portò invece al crollo del dollar standard, il regime di cambi fissi tra le valute delle nazioni più industrializzate.

Impedire alle variabili economiche di fluttuare liberamente è un controsenso dei liberi mercati. Ciò può dare dei vantaggi nel breve periodo. Ad esempio, potrebbe essere un modo per prevenire fluttuazioni indesiderate di certi prezzi a causa della speculazione. Nel lungo periodo, tuttavia, impedire alle variabili di muoversi liberamente secondo le pressioni naturali indotte dal sistema rischia di creare degli squilibri difficilmente contenibili.

L'abbandono del gold standard e successivamente del dollar standard ha permesso alle banche centrali di poter controllare l'offerta di moneta, quale mezzo di politica economica, in maniera molto più flessibile di quanto avvenisse prima.

Generalmente i due tipi di intervento più utilizzati sono le operazione di mercato aperto, acquisto e vendita di titoli, e le variazioni dei tassi di interesse.
Acquisto di titoli e riduzione dei tassi di interesse espandono lo stock di moneta in circolazione (politica espansiva o accomodante), vendite di titoli e aumenti dei tassi al contrario lo contraggono (politica restrittiva).

A parte gli anni settanta e i primi anni ottanta in cui politiche monetarie espansive furono seguite ovunque da tassi di inflazione a due cifre, dalla metà degli ottanta in poi l'uso di una politica monetaria accomodante si è rivelato la panacea migliore e più tempestiva per curare i diversi problemi economici, dai rallentamenti economici alle crisi finanziarie.
Anche le politiche fiscali hanno continuato ad essere utilizzate e tutt'oggi mantengono la loro importanza, tuttavia, proprio per la rapidità con cui riescono ad intervenire, è alle politiche monetarie che si è delegato l'obiettivo finale di stabilizzazione del tasso di crescita economica.

Tranne un breve periodo compreso tra il 1990 e il 1991 l'economia americana ha attraversato un periodo di prolungata espansione durato quasi venti anni, dal 1982 al 2000. Un successo dovuto in gran parte proprio agli interventi e al sostegno di una efficace (ma, come vedremo, non efficiente) politica monetaria.
E' per questo motivo che a gennaio del 2001, dopo il primo taglio dei tassi di interesse da parte della FED, la banca centrale americana, molti esperti del mercato azionario alzarono la voce giubilanti gridando di comprare.
Per mesi nel 2001 il ritornello è stato: Don't fight the FED!

Secondo il giudizio di molti trader e analisti, il ricorso ad una politica accomodante avrebbe condotto presto a una nuova fase espansiva, quindi a una nuova fase di mercato al rialzo. Era una strategia che funzionava oramai da venti anni, perché sarebbe dovuta andare in crisi proprio adesso, nel mezzo del nuovo paradigma, appena varcata la soglia della new economy?
Forse per tre motivi.
Primo perché il nuovo paradigma non esiste, secondo perché la new economy è stata solo una brutta favola. Terzo perché i rallentamenti ciclici sono cosa ben diversa da un grave problema di naturale strutturale.
Risultato: 11 tagli in 12 mesi per un totale di 4.75 punti percentuali non sembrano ancora avere dato alcuno stimolo all'economia. E i mercati azionari per il secondo anno consecutivo hanno chiuso in rosso. Non avveniva dal 1974.
DON'T FIGHT THE FED.
 
mai nessun giornale ne parla, ma sarebbe molto interessante vedere gli effetti del calo dei tassi su una famiglia media americana e su uno europea....
Siamo in situazioni diametralmente opposte!
 
Scritto da a.m.
mai nessun giornale ne parla, ma sarebbe molto interessante vedere gli effetti del calo dei tassi su una famiglia media americana e su uno europea....
Siamo in situazioni diametralmente opposte!

spunto interessante....

sicuramente qui in italia se il tasso è al 2,5 o al 6 cambia poco e niente...
 
Scritto da lucrezio
spunto interessante....

sicuramente qui in italia se il tasso è al 2,5 o al 6 cambia poco e niente...

Io penso che cambi molto, ma in direzione completamente differente rispetto alla famiglia USA.

In quanti in Europa hanno dei risparmi? In quanti in USA hanno dei debiti?
Tassi minori in USA si traducono in maggior reddito, tassi minori in Europa si traducono in minor reddito!!!!
Per fortuna che Win non si è piegato alla volontà dei certi signorotti che prima hanno preso decisioni sciagurate, poi accecati dalla loro miopia gli hanno chiesto minori tassi per risolvare i loro problemi di debito...
 
In effetti c'è poco da star tranquilli. Viviamo su un castello di carte (di credito) sempre più instabile perchè sempre più alto. Per pagare debito creiamo nuovo debito e via discorrendo. Tutto questo può ovviamente funzionare benissimo senza scosse esogene che il sistema non può prevedere e reggere. L'11 settembre ha incrinato molti muri e creato crepe da allora tacconate con il solito metodo (leggi nuovo moneta).
Sperem:eek:
 
se vogliamo la scuola austriaca ha un sito proprio con tanto di articoli che possono essere ricevuti giornalmente

http://www.vonmises.org/default.asp

hanno senz'altro ragione ma per quanto riguarda la tempistica e l'andamento dei mercati anche loro si sono accorti che i tempi possono essere lunghissimi prima che questi aggiustamenti abbiano luogo

il problema della moneta cartacea che viene creata dal niente senza alcun ancoraggio a seconda delle necessità è un elemento periocoloso per la stabilità; tanto è vero che la Fed pensa che la deflazione non sia un problema perchè tanto loro se succedesse stamperebbero quanto vogliono......quindi inflazione garantita nel medio-lungo

ergo vediamo dove va il dollaro
e quindi anche le borse

gli argomenti che trattano sono molto interessanti anche se da quello che dicono uno non dovrebbe credere nella ripresa economica US perchè ancora da correggere gli squilibri:
debito famiglie e statale
bilancia pagamenti
capacità di utilizzazione bassissima e quindi investimenti a venire scarsi
 
Scritto da pfm


gli argomenti che trattano sono molto interessanti anche se da quello che dicono uno non dovrebbe credere nella ripresa economica US perchè ancora da correggere gli squilibri:
debito famiglie e statale
bilancia pagamenti
capacità di utilizzazione bassissima e quindi investimenti a venire scarsi


la realtà è questa... i mercati se ne possono fregare per un po' ma prima o poi i conti con l'oste si fanno sempre....
 
L'hai scritto te ??

Scritto da lucrezio
Lunga vita alla bolla



(21/4/03) La fase attuale che sta caratterizzando i mercati azionari americani presenta notevoli spunti di riflessione. Da un punto di vista esclusivamente tecnico, i mercati sembrano avere stabilito definitivamente la base per quello che secondo le più ottimistiche previsioni potrebbe rivelarsi un rally davvero molto consistente. Si dice che i mercati siano un “discount mechanism”, un meccanismo anticipatore. In altre parole, il rally che dovrebbe seguire nei prossimi mesi, stando ai recenti sviluppi “grafici”, sconterebbe e anticiperebbe la ripresa economica tanto attesa negli ultimi tre anni.

Alla luce sia delle esperienze passate che dell’analisi fondamentale fin qui svolta, abbiamo seri dubbi in merito alla validità contingente di questa affermazione. Il mercato azionario rappresenterebbe infatti un valido meccanismo anticipatore qualora si ravvisassero le condizioni necessarie e sufficienti per definirlo “libero”, qualora cioè esso fosse lasciato alla genuina e spontanea interazione degli operatori che lo costituiscono. Un "libero" mercato per definizione è estraneo agli interventi diretti di natura istituzionale e soprattutto non è “dopato” da qualsivoglia droga monetaria somministrata dalle politiche accomodanti delle banche centrali. Proprio ciò che negli ultimi anni ha caratterizzato e condizionato i mercati con una intensità che non trova precedenti storici.

Il Nasdaq sopra i 5000 punti avrebbe dovuto scontare, coerentemente al principio del meccanismo anticipatore, ben altro che il periodo di stagnazione economica nel quale ci troviamo tutt’ora. Il Nasdaq invece, come gli altri mercati azionari, era allora il risultato di una bolla speculativa, e scontava niente altro che tanti sogni di infinita e illimitata prosperità economica, rasenti un febbrile delirio economico e basati più su una pura illusione monetaria che non invece sulla realtà dei fatti. Grazie all’espansione creditizia che aveva alimentato la bolla, quel meccanismo anticipatore era già rotto allora (e lo dimostra in toto la perdita del 75% che ne è seguita) come a nostro avviso rimane rotto, per gli stessi identici motivi, ancora oggi.

Sempre coerentemente a tale principio, non è forse un caso che già da diversi anni l’oro, il barometro storico di ogni crisi economica, abbia smesso di funzionare correttamente. Rotto dalla crescente e “quasi isterica avversione” nutrita dalle banche centrali, la moneta per eccellenza eletta da 5000 anni di scambi economici è stata progressivamente sostituita da una valuta cartacea senza alcun valore reale se non quella fiducia altamente aleatoria conferitagli da chi l’accetta come ottimo mezzo di scambio e al contempo come improbabile e fallace riserva di valore.

Con riferimento alla prossima evoluzione rialzista dei mercati azionari, siamo quindi dell’idea che l’illusione monetaria, ancora massicciamente presente nei meccanismi psicologici degli operatori e della gente comune, stia portando verso la ripetezione degli stessi errori compiuti nel corso degli anni novanta. Non è un caso che il settore traino di questa fase rialzista sia costituito principalmente dagli stessi titoli tecnologici che costituirono il punto di maggiore forza della bolla anni novanta. Un inequivocabile segnale di continuità di un delirio collettivo che sembra volersi prolungare al di là di ogni ragionevole aspettativa.

Il rally in corso, per quanto lungo, per quanto eventualmente esteso e violento, sarà riconducibile né più né meno alle stesse motivazioni che per cinque lunghi anni spinsero i mercati su livelli sempre più elevati fino ai massimi del 2000 e, analogamente a quanto accaduto allora, esso fallirà nelle sue capacità previsionali e anticipatrici. Nessuna ripresa sostenibile nel lungo termine infatti è a nostro avviso possibile date le condizioni e gli squilibri macroeconomici in cui versano oggi le economie occidentali.

Se da un punto di vista fondamentale i mercati azionari restano ancora estremamente sopravvalutati, una ulteriore avanzata degli indici rappresenterà quindi niente altro che un rigurgito della bolla scoppiata tre anni fa. L’ennesimo e forse più pericoloso tentativo di aggrapparsi a dei sogni che non trovano nessun nesso con una corretta percezione della realtà fattuale.

Un’ulteriore spinta delle quotazioni verso livelli di pericolosa astrazione innalzerà inoltre i rischi di ritrovarsi improvvisamente di fronte a una realtà economica ben diversa da quella percepita per effetto dell’illusione monetaria. Proprio quello che avvenne nel 1929 o nel 1987 e che invece non è avvenuto nel 2000. Le conseguenze associate a questi rischi sono a nostro avviso ben più gravi di quelle che l’economia ha affrontato in questi ultimi anni a causa della mania degli anni novanta.

Se nessuno squilibrio presente nel 2002 ha trovato ad oggi un sufficiente riaggiustamento, nel corso di questi ultimi tre anni gli squilibri complessivi sono invece aumentati considerevolmente, rendendo l’economia ancora più fragile e in una posizione ben più delicata di quella in cui si trovava tre anni fa. A causa degli interventi economici adoperati fino ad oggi, la “inevitabile” depressione economica che avrebbe dovuto ragionevolmente seguire l’espansione creditizia degli anni novanta e che sola avrebbe avuto il potere di correggere gli squilibri maturati in quegli anni, è stata di continuo posticipata e in questo procrastinarsi si è potenzialmente aggravata.

Rothbard, nel suo America’s Great Depression scrive (pag. 23):

“The longer the inflationary boom continues, the more painful and severe will be the necessary adjustment process”

“Più a lungo si protrae un boom di natura inflazionistica, più doloroso e severo sarà il necessario processo correttivo”.

Lo scoppio della bolla del 2000 non ha lasciato dubbi in merito alle connotazioni di natura inflazionistica (si noti bene: inflazione di natura creditizia, basata sul debito, non inflazione misurata dall’indice dei prezzi al consumo) del boom degli anni novanta. Negli ultimi anni tale espansione inflazionistica non ha conosciuto sosta, ha invece goduto di una considerevole accelerazione.

Sempre citando Rothbard dal medesimo testo (pag. 24):

“Since credit expansion necessarily sows the seeds of later depression, the proper course for the government is to stop any inflationary credit expansion from getting under way”.

“Poiché l’espansione creditizia getta inevitabilmente i semi della depressione che seguirà, la politica più appropriata che deve seguire il governo è quella di impedire l’accelerazione di ogni espansione creditizia”.

Proprio il contrario di quello che si è fatto negli anni novanta, nonostante i primi segnali evidenti di inflazione creditizia, e quindi esattamente l'opposto di ciò che per evitare la recessione si è fatto dal 2001 ad oggi.

Una volta riconosciuto il problema di una crisi strutturale, riconducibile all’espansione creditizia, come era oramai chiaro ed evidente nel 2001, la ricetta fornita da Rothbard per fare in modo che la recessione (o data l’intensità del boom precedente, la depressione) duri il meno possibile, è lasciare il processo di liquidazione degli eccessi e di correzione degli squilibri alle forze naturali del mercato (pag. 19):

“Don’t interfere with the market’s adjustment process. The more the government intervenes to delay the market’s adjustment, the longer and more grueling the depression will be, and more difficult will be the road to complete recovery”.

“Non interferire con il processo correttivo del mercato. Più il governo interviene per ritardare gli aggiustamenti del mercato, più lunga ed estenuante sarà la depressione, e più difficile la strada per una completa ripresa economica”

La banca centrale americana non ha seguito questa amara ma necessaria medicina e dopo tre anni di sforzi si ritrova oggi ad assaporare ciò che ha nuovamente la pretesa di rappresentare il definitivo successo delle proprie bizzarre politiche monetarie.

Man mano che gli squilibri macroeconomici torneranno a farsi sentire, impedendo una vera ripresa economica sostenibile nel lungo periodo, tale abbaglio non mancherà di risolversi in qualcosa di peggio di una semplice recessione, forse una grande depressione ben peggiore di quella degli anni trenta analizzata da Rothbard nel testo sopra citato.

La storia economica ha insegnato nel tempo che niente rovina una Nazione più velocemente della "easy money”, della moneta facile. Easy AL(an Greenspan), lungi dall'avere imparato la lezione, ha iniettato nel sistema economico americano la "moneta più facile" di ogni tempo e oggi, tra i molteplici indicatori puntati a favore di un consistente rialzo delle borse, il dollaro si è ritrovato, non a caso e non senza un certo imbarazzo, fuori dal coro arrivando a toccare nuovamente quota 1.10 nei confronti dell’euro.

In ogni caso OTTIMO :) !!!!!
 
Scritto da a.m.
Io penso che cambi molto, ma in direzione completamente differente rispetto alla famiglia USA.

In quanti in Europa hanno dei risparmi? In quanti in USA hanno dei debiti?
Tassi minori in USA si traducono in maggior reddito, tassi minori in Europa si traducono in minor reddito!!!!
Per fortuna che Win non si è piegato alla volontà dei certi signorotti che prima hanno preso decisioni sciagurate, poi accecati dalla loro miopia gli hanno chiesto minori tassi per risolvare i loro problemi di debito...


:)
 
la depressione si cura e va curata.
magari i triciclici son superati cmq un buon anafranil non si nega mai.

o il mitico prozac.
 
Scritto da eternity
la depressione si cura e va curata.
magari i triciclici son superati cmq un buon anafranil non si nega mai.

o il mitico prozac.

magari fosse solo questo il semplice rimedio...
 
Shock da dollaro



(1/05/03) Oggi il dollaro ha toccato nuovi minimi nei confronti dell’euro mentre il Dollar Index ha rotto il precedente supporto che si collocava intorno a 97.5. Dal gennaio del 2002 il dollaro ha perso quasi il 20% del proprio valore nei confronti delle sei valute verso le quali viene misurato il Dollar Index e il 30% nei confronti dell’euro. Da inizio del 2003 il Dollar Index ha ceduto quasi il 5%, oltre il 6% verso l’euro. Dal 12 marzo, giorno in cui le borse hanno invertito il trend ribassista, il dollaro ha persino ceduto il 17% nei confronti del real brasiliano, il 5,5% verso il peso messicano, il 10% contro la valuta argentina.

Si stima che gli stranieri detengano circa 8 trilioni di dollari in asset americani e le perdite che stanno accusando a causa della svalutazione del dollaro sono molto elevate. Forse non è un caso che, nonostante il rialzo delle borse e la fiducia che sembra riemergere dopo il conflitto iracheno, il dollaro stia cedendo ulteriore terreno nei confronti delle altre valute. Per non sopportare il rischio di ulteriori perdite in conto valuta, chi continua a finanziare il crescente deficit delle partite correnti americano si trova infatti costretto a coprire il rischio di tasso di cambio. In altre parole vende dollari a termine mettendo pressione al biglietto verde. Nonostante la forza delle borse e la tenuta delle obbligazioni tali pressioni stanno spingendo il dollaro in una fase ribassista che sta trovando una pericolosa accelerazione.

Il deficit delle partite correnti ammonta oramai al 5% del GDP e per essere finanziato necessita di un flusso quotidiano di risparmi stranieri al ritmo di 60 milioni di dollari l’ora, quasi un miliardo e mezzo al giorno. Il prolungato e massiccio squilibrio nelle partite correnti ha contribuito a creare uno squilibrio altrettanto massiccio nella globale allocazione dei capitali. La dipendenza della bolla americana dai capitali stranieri, infatti, ha privato e continua a privare altri sistemi economici delle risorse necessarie per una espansione economica armonica e sostenibile, non dipendente nella sua totalità dalla spesa del consumatore americano.

I risparmi stranieri hanno finanziato in passato la bolla azionaria subendo come ricompensa una inattesa e infelice distruzione di ricchezza. Da tre anni stanno continuando a finanziarie la sempre più massiccia espansione della credit bubble, il cui punto di forza è rappresentato oramai dal settore immobiliare. Probabilmente anche questo secondo finanziamento finirà col risolversi in un'altra infelice distruzione di ricchezza. Convinti dal successo temporaneo della propaganda sulla nuova ripresa economica, gli stranieri sembrano non temere questa eventualità. Tuttavia, la diffidenza che li spinge adesso a coprirsi dal rischio di cambio tramite la vendita di dollari a termine, rischia di minare alla base il successo di quelle ottimistiche aspettative.

In valore assoluto, l’ammontare di risparmi stranieri richiesti per finanziare la credit bubble americana sta diventando sempre più ingente e insostenibile. Non possiamo sapere quale sia la soglia del deficit che finirà con l’assorbire tutti i risparmi del pianeta, forse il 7% come stimano gli editori di The Daily Reckoning, ma possiamo intuire che se il trend ribassista del dollaro non si fermerà, gli stranieri smetteranno di gettare i propri risparmi nel buco nero dell’inflazione creditizia americana molto prima del raggiungimento di quella soglia. Cosa succederà al verificarsi di questa eventualità è qualcosa che forse già da tempo turba i sogni del finora onnipotente Alan Greenspan.

In valore percentuale, la soglia del 5% del deficit delle partite correnti si rivela estremamente critica e in altre circostanze il suo superamento ha portato rapidamente all’evolversi di una situazione di instabilità in grado di generare una fuga di capitali stranieri superiore al controllo della banca centrale e quindi una crisi generalizzata del sistema bancario.


La trappola della liquidità nella quale si ritrovano oggi gli USA non è pertanto paragonabile a quella giapponese proprio per la dipendenza dai capitali stranieri che attualmente sta indebolendo il dollaro. Si tratta invece di una situazione ben peggiore che trova nel biglietto verde il proprio cardine, intorno al quale ruota il rischio di uno traumatico shock economico. Come abbiamo ripetuto più volte, i paralleli portano a pensare più alla recente esperienza dell’Argentina che non a quella giapponese.

Un ottimo articolo di Jim Willie dal titolo “Japan, Argentina, Weimar, or Muddle?” analizza proprio queste analogie ed espone con estrema chiarezza la possibilità che il termine della trappola americana della liquidità sfoci in una nuova repubblica di Weimar, con un’iperinflazione rampante e a nostro avviso estendibile rapidamente a tutto il pianeta.

“We are appoaching the Keynesian Monetarist end game” scrive nello stesso articolo Willie, ovvero: “ci stiamo avvicinando alla fine del gioco keynesiano monetarista”. Solo 22 centesimi di crescita vengono generati oggi per ogni dollaro di nuovo credito creato nel sistema economico americano mentre una porzione sempre più significativa del GDP è dedicata al pagamento degli oneri finanziari relativi a un debito in crescita esponenziale. La voce degli economisti austriaci, a lungo ignorata, ha sempre messo in guardia dai rischi a cui avrebbero portato le politiche fiscali e monetarie basate sulle rispettive teorie keynesiane e monetariste. Nonostante la totale negazione delle autorità ufficiali e degli analisti di regime (tranne Stepeh Roach di Morgan Stanley), il sistema economico è sottoposto a una serie di squilibri crescenti che non hanno precedenti e che caratterizzano la continua espansione finanziaria, a servizio e sostegno della Credit Bubble, come "una partita persa in partenza con una posta in gioco molto alta" (Doug Noland: "it's a losing game with very high stakes").

In questa precaria situazione, una ulteriore caduta del dollaro spingerebbe le economie verso uno shock economico globale. Si può pertanto fare finta di niente come si è tornati a fare dai primi di marzo, ma solo a rischio di dover essere poi costretti a fare i conti con la realtà delle cose senza un sufficiente preavviso e una adeguata preparazione finanziaria.
 

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Ci sono i mercati emergenti che possono riassorbire le posizioni di squilibrio americano. Comunque sia , da sempre penso che la politica economica europea , più equilibrata e saggia , sia migliore. In America vivono ogni giorno sul filo del rasoio, fanno operazioni finanziarie ( tipo indebitamenti con azioni a garanzia ) che nessuno qua farebbe. Inoltre , consumano molto e risparmiano poco.
E' vero che il loro consumo sta reggendo in piedi anche noi ( pesa i 2/3 del pil ) ma è anche vero che se non riprendono gli investimenti delle imprese , da quel lato hanno già dato. La soluzione è avere altri grossi sbocchi per tutta l'offerta di mercato, che possono essere i mercati emergenti.
 
Il caso giapponese non ha proprio insegnato niente?
Questi economisti iperliberisti dovrebbero guardare che cosa hanno realizzato le loro teorie in Giappone ed invece di chiamare keynes solo quando c'è da tirare in ballo la trappola della liquidità dovrebbero ristudiarlo da capo anche quando si parla di inflazione e deficit pubblico.

La Fed ha tentato di risolvere il problema recessione attraverso una politica monetaria espansiva. Negli ultimi 20 anni aveva funzionato, poichè si erano sempre verificate crisi finanziarie e le crisi finanziarie possono essere risolte con un abbassamento dei tassi. Una crisi dell'economia reale, invece è più dura da estirpare, specialmente se ci troviamo all'indomani dello scoppio di una bolla speculativa.
Greenspan ci ha tentato, ma i risultati sono stati modesti. Questo tentativo, però ha comportato tassi reali vicini allo 0 ed una situazione vicina a quella descritta da Keynes come trappola della liquidità. Fin qui gli errori se di errori si tratta, ma poi quali ricette?
Se vogliamo rifarci alle teorie keynesiane dobbiamo ammettere che al contrario dei giapponesi gli americani le stanno applicando.
Deficit spending (meno tasse + spesa pubblica), ritorno all'inflazione attraverso l'aumento della massa monetaria e l'ndebolimento del cambio (dopo lo scoppio di una bolla speculativa il sistema economico, per tornare in equilibrio dovrà affrontare o una fase deflattiva o una fase inflattiva e vi assiicuro che è meglio la seconda).
I giapponesi non vollero l'inflazione e si trovano ancora invischiati con una deflazione sistemica e con tassi reali negativi da oltre un decennio.
Gli Usa vogliono rialzare i tassi perchè comprendono che non possono resistere a lungo con tassi così bassi; per farlo debbono prima rilanciare l'economia reale (anche a costo di portare i tassi a 0) attraverso l'azione combinata delle politiche fiscali e monetarie espansive ed attraverso il meccanismo inflattivo (un'inflazione il più possibile controllata potrà comportare un innalzamento progressivo dei tassi nominali, mantendo quasi inalterati i tassi reali).
Da qui ne discende che oggi sia Greenspan che l'amministrazione Bush sembrano aver preso la giusta direzione ed i mercati manifestano un leggero ottimismo.
Ai posteri l'ardua sentenza.
 
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