Quel Sell In May Che Nessuno Ha Sentito

Gary Bielfeldt

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Una volta tanto che, a fine aprile, nessun commentatore aveva tirato fuori il vecchio detto della City di Londra ´Sell in may and go away', a maggio in borsa è arrivata la secchiata gelida.

Ma anche senza scomodare cabala e proverbi, i segni di pericolo che adesso è certo più facile vedere, ce n'erano, eccome. Qualcuno forse si illudeva che se non era successo nulla ad aprile, con l'incerto risultato elettorale, la pacchia poteva continuare. Visione un po' miope (Piazza Affari non vive più in autarchia), ma utile a sostenere l'idea che il bicchiere italiano, pieno per metà o forse anche un po' meno, potesse bastare per brindare ancora un po'. Che il clima e i prezzi fossero abbastanza alticci però lo sostenevano già in molti. E, a conferma, non c'è migliore prova dell'accelerazione delle nuove domande di quotazione da parte di aziende attive nei più svariati business. Naturale che un imprenditore si decida a fare il passo di entrare in borsa quando i prezzi sono per lui convenienti, ma l'asimmetria delle informazioni tra azionisti venditori e mercato (per esempio, sulle medie di lungo periodo dei margini di raffinazione) dovrebbe rendere più prudenti.

Molti investitori, in effetti, hanno guadagnato nelle initial public offering (ipo) di fine 2005 e inizio 2006. Ma si era trattato per lo più di operazioni su piccole aziende, spesso collocate da fondi di private equity e altri soci istituzionali. I quali, anche se hanno interesse a guadagnare, avevano da tempo gli investimenti in portafoglio. E alla loro reputazione sono normalmente attenti. Con la primavera il clima è cambiato. Sono spuntati nomi grossi, che alla borsa non avevano mai pensato (Saras e Api). E sono in arrivo altri nomi importanti di aziende che vengono da operazioni di leverage buy-out (Wind) o di turnaround (Piaggio). Queste operazioni raccolgono molti più soldi, ma godono anche di un appeal emotivo e di un sostegno istituzionale assai forte. Ma il treno delle occasioni sta portando anche ipo di dimensioni davvero minime: aziende da meno di 50 milioni di fatturato, che con risultati economici debolini tirano magari su soldi pari al fatturato. Imprese talora associate a business e imprenditori sulle cui qualità e track record si possono avere diverse perplessità.

Borsa italiana fa il suo mestiere ammettendo alla quotazione anche le aziende minori. Se non le accettasse, seppure magari sul segmento expandi, queste prenderebbero forse la strada per Londra, dove l'Aim (Alternative investment market) accoglie tutti con le braccia aperte e bassi costi.

Il fiorire delle ipo è anche il risultato della concorrenza strategica e di visibilità che di questi tempi caratterizza le diverse borse, con tutte le pedine del risiko sui mercati azionari che proprio in queste ore stanno per trovare una collocazione. Nei tavoli che contano, poter dire che si sono fatte 30 nuove quotazioni in un anno invece che dieci fa una bella differenza. Con le dovute differenze, i furbetti del borsino ci sono sempre stati e la storia si è già vista alla fine di altri cicli di euforia. A rimetterci poi sono stati tutti. Bisognerà ora capire se il vento di maggio è solo uno spiffero. O una perturbazione da temporale estivo: violenta ma rapida a esaurirsi. Oppure una tempesta capace di spazzare via anche le foglie morte del periodo autunnale.

Ma chi volesse ancora cercare altri segnali pittoreschi sul ciclo delle borse è invitato a fare un giro sotto i portici delle banche dei centri città. Non siamo più nel 2001 e i più appassionati ora hanno in casa il trading on-line, ma qualche capannello a commentare i titoli sugli schermi è ricomparso ormai da qualche tempo.

Sarà forse l'aria della primavera che invita alla passeggiata nell'ora del panino. Però se anche i tassisti dell'aeroporto riprendono a chiedere ´... dotto', che sono buone da comperare 'steÉ', qualche brivido viene, anche se siamo nel mese delle rose. E delle spine.

MF - Mercati Globali
Numero 100, pag. 9 del 23/5/2006
 
I miei amici di Intermonte il 18/04/2006 dicevano:

La Borsa italiana da inizio aprile perde circa un punto e mezzo. Se il trend negativo venisse confermato fino alla fine si tratterebbe del primo mese in rosso dopo cinque mesi consecutivi di forte rialzo nel corso dei quali l’indice S&P/Mib (37520) ha guadagnato circa il 15%.

Seppur ancora ottimisti su uno scenario di medio/lungo periodo, abbiamo ragione di credere che nei prossimi mesi l’andamento della Borsa non sarà così baldanzoso come nel recente passato. L’invito implicito è quindi di mettersi in posizione di difesa abbassando perlomeno il peso dell’azionario italiano sul totale del portafoglio.

Cerchiamo di sintetizzare per punti le nostre motivazioni:

1) L’ottima performance delle Borse europee degli ultimi 12/36 mesi (parecchi indici hanno raddoppiato il valore) ha riportato le valutazioni di molte aziende/settori su livelli più che congrui in termini di multipli. Molti nostri target di analisi fondamentale sono stati raggiunti e superati;
2) In molti casi, banche e utility per esempio, le valutazioni incorporano ipotesi di corporate action tutte da dimostrare alla luce delle barriere all’ingresso innalzate dai singoli Paesi Ue;
3) E’ difficile pensare a un’ulteriore forte crescita dei profitti aziendali che spieghi altri rialzi di Borsa in uno scenario macro che vede petrolio e materie prime alle stelle e tassi d’interesse sui massimi degli ultimi 18 mesi;
4) Il dividendo medio, che è stato il sano motore dei rialzi degli ultimi tre anni, offre oggi meno appigli per giustificare altri acquisti. Due anni fa per la prima volta nella storia della nostra Borsa il ritorno medio delle principali blue chips era superiore al rendimento dei titoli di Stato decennali. Oggi non è più così. Complici il rialzo di Borsa e contemporaneamente dei tassi di mercato, il discorso si è ribaltato: 3,6% il dividendo medio – 4,26% il Btp decennale, oggi è più conveniente l’acquisto delle obbligazioni;
5) La nostra Borsa purtroppo perde colpi nei confronti dell’Europa per ragioni macro (l’Italia cresce meno e ha un debito elevato) e politiche (il nuovo governo sarà debole e incapace di affrontare le riforme strutturali). Non a caso negli ultimi 12 mesi l’S&P/Mib è il peggior indice europeo (+15%) e paga circa 7 punti percentuali alla media delle Borse europee (+22%);
6) La fase più recente del rialzo di Borsa è stata spinta in gran parte dal violento travaso di liquidità dai fondi monetari/obbligazionari, insoddisfatti delle performance di periodo, piuttosto che da vere e proprie motivazioni sui fondamentali societari. Il venir meno, anche temporaneo, di questo flusso di cash farebbe venir meno la domanda di azioni creando un effetto “vuoto d’aria” molto pericoloso;

Conclusioni – Mai come questa volta ci sentiamo di sposare il detto “sell in may and go away”, (più o meno: vendi a maggio e stai lontano dalla Borsa). Sia inteso, non vogliamo creare alcun panico, soltanto richiamare un’eventualità più probabile che in passato … E se lo sostiene chi, come Websim, è sistematicamente positivo da tre anni forse vale la pena di farci sopra almeno un pensierino.

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:clap: OK!
 
è da una settimana che in troppi stanno dicendo sell in may, sell in may

maggio non è ancora finito.......non è che invece le migliori occasioni sul mercato ci sono proprio adesso ? :mmmm:
 
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