Rapporto ISTAT 2005

Abbia pazienza ma il 90 % delle imprese italiane non ha sindacato
 
FaGal ha scritto:
Abbia pazienza ma il 90 % delle imprese italiane non ha sindacato
e quei tre milioni ( secondo loro stime) di persone in p.za S. Giovanni per protestare
contro l'art. 18, chi ce li ha portati?
 
pochi minuti fà, Montezemolo durante l'annuale riunione di Confindustria
davanti a Prodi:
''chi ha l'onore e l'onere di governare deve fare delle scelte impopolari
ecc. ecc. ma soprattutto deve fare delle scelte......
chi governa deve prima decidere e poi cercare il consenso.....''
domanda per tutti. Chi, ascoltate queste parole, deve
cominciare a tremare?
secondo voi i ricchi o i poveri?
quando si parla di scelte impopolari, può essere che siano i più
ricchi a dover temere? (sono forse loro il ''popolo''?)
quando si parla di ricerca di consenso a posteriori,
chi deve, ancora, cominciare a tremare....
io l'ho detto, e spero di sbagliarmi, non saranno i ricchi
a pagare il conto....
 
ramirez ha scritto:
e quei tre milioni ( secondo loro stime) di persone in p.za S. Giovanni per protestare
contro l'art. 18, chi ce li ha portati?

Rammento che fino a 15 dipedenti non si applica l'art. 18
 
Ripeto, se si parte dalle tasse e dall'art. 18 si fa poca strada....quanta se n'è fatta negli ultimi anni
 
FaGal ha scritto:
Rammento che fino a 15 dipedenti non si applica l'art. 18
Fabio che famo giochiamo? Lo so, ma il sindacato quando firma un contratto
rappresenta 2-3-4-5- milioni di lavoratori, ma la sua firma vale
per tutti i lavoratori di quel settore. E in qualsiasi impresa tu lavori
vale il minimo tabellare ( e tutte gli algtri ammeniccoli) concordato da un sindacato che non ti rappresenta...........insomma nel mondo del lavoro non c'è
foglia che si muova senza il consenso dei sindacati...
che poi i sindacati siano più o meno necessari per tutelare
i lavoratori non ci piove.....il problema è che tutelano i lavoratori
non i disoccupati....
 
Senz'altro questo è un problema ulteriore non solo in termini di rappresentanza ma di concretezza degli interventi - io infatti sono un po' scettico sulle misure del cuneo fiscale (senz'altro va fatto selettivamente - trovato comicissimo l'articolo de Il giornale delle banche che chiedono anche per loro il cuneo fiscale....) penserei piuttosto a completare la legge biagi su ammortizzatori
 
ramirez ha scritto:
Fabio che famo giochiamo? Lo so, ma il sindacato quando firma un contratto
rappresenta 2-3-4-5- milioni di lavoratori, ma la sua firma vale
per tutti i lavoratori di quel settore. E in qualsiasi impresa tu lavori
vale il minimo tabellare ( e tutte gli algtri ammeniccoli) concordato da un sindacato che non ti rappresenta...........insomma nel mondo del lavoro non c'è
foglia che si muova senza il consenso dei sindacati...
che poi i sindacati siano più o meno necessari per tutelare
i lavoratori non ci piove.....il problema è che tutelano i lavoratori
non i disoccupati....
Per onestà intellettuale pubblico questo intervento

Panorama Economy 22/5/2006
29 Se non è più un tabù licenziare

di Gianluca Ferraris

Italia , impiegati in ufficio - Gli economisti di LaVoce.info hanno appena lanciato l'ipotesi di un nuovo contratto che preveda più libertà in uscita, tutelata da indennizzi. Le imprese non chiedono di meglio, mentre politici e sindacalisti si dividono. Ma intanto la discussione è aperta.

Il tabù più intoccabile del sindacalismo italiano: licenziare non si può. Dal 1970, con lo Statuto dei lavoratori, si è trasformato in un campo minato, quasi vietato perfino alla discussione. Lo aveva imparato a sue spese anche il governo più forte degli ultimi decenni: nel 2001, Silvio Berlusconi aveva assecondato le pressioni della Confindustria e aveva cercato di modificare le norme sull’intoccabilità del posto di lavoro. La protesta di piazza lo aveva costretto a una drastica ritirata.

Oggi, a cinque anni di distanza, e per quei paradossi tipici della storia, è con un governo di centrosinistra che si torna a parlare di «flessibilità in uscita»: al dibattito, accelerato dalla crisi economica, oggi partecipano con aperture inedite anche i tecnici e i sindacalisti. Gli economisti del gruppo di LaVoce.info, vicini al centrosinistra, all’inizio di maggio hanno lanciato una serie di proposte per una «flessibilizzazione più limitata della tutela contro il licenziamento per motivi economico-organizzativi».

Tito Boeri, per esempio, sostiene un progetto di riforma che per i primi tre anni di lavoro lasci una certa libertà di licenziamento, protetto solo da indennità. Tanto che Franco Giordano, nuovo segretario di Rifondazione, ha quasi gridato allo scandalo: «Non prendiamo in considerazione una riforma del mercato del lavoro che prescinda dalla non licenziabilità».

SCAMBIO TRA TUTELE E STABILITÀ Ma la discussione insiste. E allo studioso Pietro Ichino, l’ex sindacalista Cgil che oggi propone formule nuove di assunzione per i giovani, con «garanzie crescenti, ma nel tempo», risponde il nuovo segretario della Cisl, Raffaele Bonanni: «Il sindacato» dice «deve fare uno scambio: meno stabilità, più tutele». E perfino l’opinione pubblica, intercettata dal sondaggio di Economy (vedere i dati a pagina 15), comincia a dare segnali di disponibilità. Del resto, era stato un altro governo di centrosinistra, con il «pacchetto Treu» del 1997, a introdurre il lavoro «interinale», la prima liberalizzazione dei contratti di lavoro. E la successiva legge Biagi, varata nel 2003 dal centrodestra, resta il tentativo più concreto di introdurre diverse opzioni di flessibilità in entrata.

Certo, anni dopo la loro approvazione quei provvedimenti continuano a far discutere. A rinfocolare lo scontro ci hanno pensato negli ultimi due mesi la Cgil di Guglielmo Epifani, che della legge 30 vorrebbe «una revisione molto profonda», e la Confindustria, cui la norma va bene così com’è. Ma sul tema della flessibilità, già oggetto di discussioni furibonde in campagna elettorale, il confronto è aperto anche nella nuova maggioranza. Anzi, la riforma del lavoro sarà uno dei primi nodi che l’esecutivo dovrà affrontare, tra l’estrema arroccata in difesa dei diritti sindacali e i moderati più inclini alle riforme. La patata bollente toccherà al neoministro dell’Economia Tommaso Padoa Schioppa, ma il programma dell’Unione consente qualche ipotesi: una semplificazione della legge 30 che elimini i contratti più penalizzanti per i lavoratori, per affiancare alle restanti tipologie una rete di ammortizzatori sociali più salda. Nel programma c’è anche una riduzione del costo del lavoro, che dovrebbe rendere l’assunzione a tempo indeterminato un po’ meno sconveniente per le imprese. Di licenziamenti, lì dentro, non si parla, ovviamente: la formula, riveduta e corretta, è quella della flexecurity nordica. Funzionerà da noi? Carlo Devillanova, docente di economia politica alla Sda-Bocconi, ne è convinto: «L’Italia» dice a Economy «ha un turnaround lavorativo compatibile con il modello danese, fatto di elevata mobilità e di forti ammortizzatori sociali. Certo, perché un’opzione del genere decolli occorre una rete protettiva molto più efficace dell’attuale».

Sulla necessità di una riforma degli ammortizzatori sociali concorda la Uil: «Bisogna intervenire sui periodi di inattività» spiega il segretario confederale Carlo Fabio Canapa «per ridurli il più possibile e per riqualificarli». Un «no», invece, viene dal sindacato più moderato al modello danese: «L’Italia» dice Canapa «ha una sua storia e una sua specificità». Ma sono le statistiche a evidenziare l’ambivalenza del nostro sistema: se la flessibilità in entrata comincia a funzionare (il 49% delle assunzioni effettuate nel 2004 prevede forme contrattuali atipiche, e poi metà di queste posizioni si sono trasformate in posti fissi), quella in uscita è ancora ingessata. Tanto che la classifica dell’Ocse sulla rigidità ci mette al penultimo posto con Grecia e Turchia: solo le aziende portoghesi hanno più difficoltà a licenziare un dipendente. MA LA STABILITÀ NON È TUTTO -
 
FaGal ha scritto:
Per onestà intellettuale pubblico questo intervento

Panorama Economy 22/5/2006
29 Se non è più un tabù licenziare

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Io cito sempre il mio caso (quello conosco..)
come responsabile di una parte di una f.le di banca
dovevo valutare l'efficienza dei miei collaboratori.
Che ci crediate o no. Se avessi potuto contare
solo su impiegati all'altezza dei migliori (*)...la filiale
avrebbe potuto tranquillamente fare a meno di un 20-30%
dei lavoratori....
(*) e quando dico migliori non sto parlando di geni
ma di persone normali solo con un poco di attaccamento
al lavoro..
p.s. ecco pechè banca intesa me la sarei comprata subito...
solo sanando parte delle inefficienze c'era da far soldi
a palate...come Passera ha in parte dimostrato...
 
ramirez ha scritto:
Io cito sempre il mio caso (quello conosco..)
come responsabile di una parte di una f.le di banca
dovevo valutare l'efficienza dei miei collaboratori.
Che ci crediate o no. Se avessi potuto contare
solo su impiegati all'altezza dei migliori (*)...la filiale
avrebbe potuto tranquillamente fare a meno di un 20-30%
dei lavoratori....
(*) e quando dico migliori non sto parlando di geni
ma di persone normali solo con un poco di attaccamento
al lavoro..
p.s. ecco pechè banca intesa me la sarei comprata subito...
solo sanando parte delle inefficienze c'era da far soldi
a palate...come Passera ha in parte dimostrato...

concordo ma questo, ti assicuro e' il caso in molti Paesi, anche insospettabili.
 
finalmente oltre alla notizia uno straccio di analisi...
.
Non la povertà, ma la struttura corporativa è la vera malattia della società italiana
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Roma. Dopo quattro anni di stagnazione economica, e le giaculatorie dei profeti di sventura, il declino fa ormai parte del senso comune e dello stato d’animo degli italiani. Le difficoltà dell’economia italiana sono evidenti, ma la narrazione di queste difficoltà resta per lo più di tipo aneddotico. Anche quando si usa una qualche argomentazione quantitativa, i famigerati dati, il pessimismo di fondo ne orienta l’interpretazione. L’ultimo Rapporto Istat, sulla situazione del paese nel 2005, fornirebbe alcuni elementi utili a tamponare questa letteratura del declino, più noiosa che deprimente. Ma dubito che ciò avvenga e mi aspetto che l’attenzione mediatica sia catturata dal contenuto del quinto capitolo del rapporto – “disuguaglianze, disagio e mobilità sociale”. Un milione e mezzo di poveri (meno di 780 euro al mese), un grado di disuguaglianza tra i più elevati d’Europa, una famiglia su due con un reddito mensile inferiore ai 1.700 euro. Ecco qualche “highlight” che questa sezione del rapporto ispirerà.
Tuttavia, il dato veramente interessante riguarda la mobilità sociale. L’Italia, come Francia e Germania, ha un basso livello di fluidità sociale, ossia il movimento tra posizioni sociali differenti è limitato. Da cosa? Il rapporto menziona la relazione tra mobilità e istruzione e il fatto che la classe d’origine rimane importante.
Questa però più che una spiegazione è una descrizione del fenomeno. L’origine della scarsa mobilità va cercata nella rigidità del mercato del lavoro e nel livello del capitale umano.
E, ancora più a fondo, nelle caratteristiche corporative della società italiana, che ostacolano il dinamismo e perpetuano lo status quo. Di questo, ovviamente, il rapporto non parla.
Sono altre le sezioni del Rapporto nelle quali scoprire qualche elemento più interessante. Procediamo con ordine. Nell’ultimo quadriennio, il divario tra la crescita italiana e quella nell’area euro è aumentato. Il tasso di crescita medio annuo dell’economia italiana è stato dello 0,4 per cento, tre volte inferiore a quello dell’area dell’euro (1,2 per cento). Se si considera che nello stesso periodo l’economia degli Usa è cresciuta a un ritmo più che doppio, si capisce che i problemi riguardano tutta Europa, non solo l’Italia. Tuttavia, questi dati macroeconomici suggeriscono un’interpretazione negativa che resta di tipo congiunturale, ossia si riferisce a un’economia caratterizzata da oscillazioni relativamente frequenti e di segno opposto. Infatti, l’economia europea è in ripresa e la stessa Italia sta marciando per ora ad un ritmo dell’1,5 per cento.
Viceversa, quello che è necessario capire è se il potenziale dell’economia italiana, ridottosi in questa lunga fase di ristagno, è stato intaccato in modo permanente. E se, come sembra, ci sono cause strutturali alla base della cattiva performance dell’economia italiana, quali sono i fattori più rilevanti. E’ la produttività l’indicatore che deve essere analizzato. Sfortunatamente il Rapporto non fornisce dati sulla produttività totale dei fattori, che essendo una misura dell’efficienza dei processi produttivi è l’indicatore più utile per questo tipo di analisi.
Limitandosi alla produttività del lavoro, si scopre che nel 2003 il suo livello è stato pari a 37 mila euro per addetto, molto al di sotto di quelli di Francia e Germania (circa 50 mila euro). :eek: :eek: :eek:
Secondo l’Istat la piccola dimensione media delle imprese italiane (3,8 addetti) è la causa principale di questo divario. Il deterioramento della produttività iniziato negli anni 90 si è gradualmente aggravato. Il Rapporto insiste sul ruolo della dimensione: le imprese più efficienti sono anche le più grandi. Inoltre, le più produttive sono anche quelle più innovative. Niente di particolarmente illuminante. Come la rilevata correlazione tra costo del lavoro per addetto e produttività, la quale indica che i guadagni di efficienza sono associati a un miglioramento del capitale umano, del livello professionale. D’altra parte il costo del lavoro per dipendente sopportato dalle imprese italiane è inferiore a quello delle imprese francesi e tedesche.
Perciò non è un paradosso che la miscela di bassa produttività e minor costo del lavoro abbia permesso alla redditività delle imprese italiane di essere allineata a quella europea.
In conclusione, c’è ancora molto da capire.
Da un rapporto annuale non ci si aspettano chi sa quali contributi analitici, ma statistiche ancora più complete e accurate. Essenziali per analisi e rimedi seri. E a patto che si smetta di piagnucolare sul “declino”.
..statistiche ancora più complete e accurate....se veramente
si vuole intavolare una sana discussione....
ramirez
 
Condivido solo parzialmente quest'analisi (la fonte?).

Domanda elementare: ma se aumento la produttività ma non vendo un picchio cosa risolvo?

Il discorso della produttività è importante ma se l'impresa mi fa dei vestiti a meno che non arrivi ai modelli cinesi....non sto sul mercato
 
Il Rapporto insiste sul ruolo della dimensione: le imprese più efficienti sono anche le più grandi. Inoltre, le più produttive sono anche quelle più innovative. Niente di particolarmente illuminante

Moltissimo illuminante a mio avviso. Talmente lapalissiano che chi rappresenta in termini di interessi e politicamente il settore dovrebbe iniziare a prendere in considerazione
 
FaGal ha scritto:
Condivido solo parzialmente quest'analisi (la fonte?).

Domanda elementare: ma se aumento la produttività ma non vendo un picchio cosa risolvo?

Il discorso della produttività è importante ma se l'impresa mi fa dei vestiti a meno che non arrivi ai modelli cinesi....non sto sul mercato
pardon per la dimenticanza..Il Foglio a firma Ernesto Felli
Il discorso della produttività (l'aumento della..) è quello che mi può
dare un 'boost' ai salari ...perchè è di povertà e bassi salari che
si parla....
certo più produttività nel tessile serve a poco...
ma il discorso vale per tutta l'azienda Italia..
 
Guardate, se avete occasione leggetevi cosa ha scritto W. Buffett sulla produttività, concorrenza e settori in crisi in riguardo al settore tessile nel quale era investito dopo l'acquisto della Berkshire Hathaway nel 1969, originariamente era un'azienda tessile, ma malgrado avesse insistito ad investire, ed a aumentare la produttività non c'era possibilità di competere contro le importazioni (era negli anni '70!!!), anzi gli investimenti e l'aumento di produttività erano inutili ed illusori...
dovrebbe essere in una lettera agli azionisti degli anni '80, molto eloquente...
e molto meglio di molti teorici dell'economia senza esperienza pratica...

gioia23
 
gioia23 ha scritto:
Guardate, se avete occasione leggetevi cosa ha scritto W. Buffett sulla produttività, concorrenza e settori in crisi in riguardo al settore tessile nel quale era investito dopo l'acquisto della Berkshire Hathaway nel 1969, originariamente era un'azienda tessile, ma malgrado avesse insistito ad investire, ed a aumentare la produttività non c'era possibilità di competere contro le importazioni (era negli anni '70!!!), anzi gli investimenti e l'aumento di produttività erano inutili ed illusori...
dovrebbe essere in una lettera agli azionisti degli anni '80, molto eloquente...
e molto meglio di molti teorici dell'economia senza esperienza pratica...

gioia23
http://www.berkshirehathaway.com/letters/letters.html
 
...non ti sfugge proprio niente...

gioia23
 
gioia23 ha scritto:
Guardate, se avete occasione leggetevi cosa ha scritto W. Buffett sulla produttività, concorrenza e settori in crisi in riguardo al settore tessile nel quale era investito dopo l'acquisto della Berkshire Hathaway nel 1969, originariamente era un'azienda tessile, ma malgrado avesse insistito ad investire, ed a aumentare la produttività non c'era possibilità di competere contro le importazioni (era negli anni '70!!!), anzi gli investimenti e l'aumento di produttività erano inutili ed illusori...
dovrebbe essere in una lettera agli azionisti degli anni '80, molto eloquente...
e molto meglio di molti teorici dell'economia senza esperienza pratica...

gioia23
ok siamo d'accordo che investire dove non c'è speranza..è stupi-do.
cmq (analisi bankitalia...) anche la Cina ha fatto bene all'Italia,
nel senso che ha espulso dal mercato le più inefficienti
ed ha premiato le più efficienti (e ve ne erano ..e molte di sono adeguate)
rimane un fatto inconfutabile..per aumentare i salari vi è un'unica
soluzione..aumentare la produttività..sperando che parte (non dico
tutta) vada ai lavoratori...
altre soluzioni non ne esistono....se è vero che le aziende
soffrono la concorrenza internazionale...se qualcuno
ha dati per sostenere il contrario, li tiri fuori, perchè
risolverebbero un sacco di problemi sociali
 
dall'annual report 1985, meglio di qualsiasi trattato di economia politica, per utti c'è qualcosa da imparare, sindacati, imprenditori e politici...

ha chiuso le indutrie tessili, ma ha tenuto "See's candies" un'piccolo franchise di cioccolato e dolciumi, acquistato nel 1972, il cui utile annuo adesso è più alto del prezzo di acquisto di allora...

gioia23


Shutdown of Textile Business

In July we decided to close our textile operation, and by yearend this unpleasant job was largely completed. The history of this business is instructive.

When Buffett Partnership, Ltd., an investment partnership of which I was general partner, bought control of Berkshire Hathaway 21 years ago, it had an accounting net worth of $22 million, all devoted to the textile business. The company’s intrinsic business value, however, was considerably less because the textile assets were unable to earn returns commensurate with
their accounting value. Indeed, during the previous nine years (the period in which Berkshire and Hathaway operated as a merged company) aggregate sales of $530 million had produced an aggregate loss of $10 million. Profits had been reported from time to time but the net effect was always one step forward, two steps back.

At the time we made our purchase, southern textile plants - largely non-union - were believed to have an important competitive advantage. Most northern textile operations had closed and many people thought we would liquidate our business as well.

We felt, however, that the business would be run much better by a long-time employee whom. we immediately selected to be president, Ken Chace. In this respect we were 100% correct: Ken and his recent successor, Garry Morrison, have been excellent managers, every bit the equal of managers at our more profitable businesses.

In early 1967 cash generated by the textile operation was used to fund our entry into insurance via the purchase of National Indemnity Company. Some of the money came from earnings and some from reduced investment in textile inventories, receivables, and fixed assets. This pullback proved wise:
although much improved by Ken’s management, the textile business never became a good earner, not even in cyclical upturns.

Further diversification for Berkshire followed, and gradually the textile operation’s depressing effect on our overall return diminished as the business became a progressively smaller portion of the corporation. We remained in the business for reasons that I stated in the 1978 annual report (and summarized at other times also): “(1) our textile businesses are very important employers in their communities, (2) management has been straightforward in reporting on problems and energetic in attacking them, (3) labor has been cooperative and understanding in facing our common problems, and (4) the business should average modest cash returns relative to investment.” I further said, “As long as these conditions prevail - and we expect that they will - we intend to continue to support our textile business
despite more attractive alternative uses for capital.”

It turned out that I was very wrong about (4). Though 1979 was moderately profitable, the business thereafter consumed major amounts of cash. By mid-1985 it became clear, even to me, that this condition was almost sure to continue. Could we have found a buyer who would continue operations, I would have certainly preferred to sell the business rather than liquidate it, even if that meant somewhat lower proceeds for us. But the economics that were finally obvious to me were also obvious to others, and
interest was nil.

I won’t close down businesses of sub-normal profitability merely to add a fraction of a point to our corporate rate of return. However, I also feel it inappropriate for even an exceptionally profitable company to fund an operation once it appears to have unending losses in prospect. Adam Smith would disagree with my first proposition, and Karl Marx would disagree with my second; the middle ground is the only position that leaves me comfortable.

I should reemphasize that Ken and Garry have been resourceful, energetic and imaginative in attempting to make our textile operation a success. Trying to achieve sustainable profitability, they reworked product lines, machinery configurations and distribution arrangements. We also made a major acquisition, Waumbec Mills, with the expectation of important synergy (a term widely used in business to explain an acquisition that otherwise makes no sense). But in the end nothing worked and I should be faulted for not quitting sooner. A recent Business Week article stated that 250 textile mills have closed since 1980. Their owners were not privy to any information that was unknown to me; they simply processed it more objectively. I ignored Comte’s advice - “the intellect should be the servant of the heart, but not its slave” - and believed what I preferred to believe.

The domestic textile industry operates in a commodity business, competing in a world market in which substantial excess capacity exists. Much of the trouble we experienced was
attributable, both directly and indirectly, to competition from foreign countries whose workers are paid a small fraction of the U.S. minimum wage. But that in no way means that our labor force deserves any blame for our closing. In fact, in comparison with employees of American industry generally, our workers were poorly paid, as has been the case throughout the textile business. In contract negotiations, union leaders and members were sensitive to our disadvantageous cost position and did not push for unrealistic wage increases or unproductive work practices. To the contrary, they tried just as hard as we did to keep us competitive. Even during our liquidation period they performed superbly. (Ironically, we would have been better off financially if our union had behaved unreasonably some years ago; we then would have recognized the impossible future that we faced, promptly closed down, and avoided significant future losses.)

Over the years, we had the option of making large capital expenditures in the textile operation that would have allowed us to somewhat reduce variable costs. Each proposal to do so looked like an immediate winner. Measured by standard return-on-
nvestment tests, in fact, these proposals usually promised greater economic benefits than would have resulted from comparable expenditures in our highly-profitable candy and newspaper businesses.

But the promised benefits from these textile investments were illusory. Many of our competitors, both domestic and foreign, were stepping up to the same kind of expenditures and, once enough companies did so, their reduced costs became the baseline for reduced prices industrywide. Viewed individually, each company’s capital investment decision appeared cost-
ffective and rational; viewed collectively, the decisions neutralized each other and were irrational (just as happens when each person watching a parade decides he can see a little better if he stands on tiptoes). After each round of investment, all the players had more money in the game and returns remained anemic.

Thus, we faced a miserable choice: huge capital investment would have helped to keep our textile business alive, but would have left us with terrible returns on ever-growing amounts of capital. After the investment, moreover, the foreign competition would still have retained a major, continuing advantage in labor costs. A refusal to invest, however, would make us increasingly non-competitive, even measured against domestic textile manufacturers. I always thought myself in the position described by Woody Allen in one of his movies: “More than any other time in history, mankind faces a crossroads. One path leads to despair and utter hopelessness, the other to total extinction. Let us pray we have the wisdom to choose correctly.”

For an understanding of how the to-invest-or-not-to-invest dilemma plays out in a commodity business, it is instructive to look at Burlington Industries, by far the largest U.S. textile company both 21 years ago and now. In 1964 Burlington had sales of $1.2 billion against our $50 million. It had strengths in both distribution and production that we could never hope to match and also, of course, had an earnings record far superior to ours. Its stock sold at 60 at the end of 1964; ours was 13.

Burlington made a decision to stick to the textile business, and in 1985 had sales of about $2.8 billion. During the 1964-85 period, the company made capital expenditures of about $3 billion, far more than any other U.S. textile company and more than $200-per-share on that $60 stock. A very large part of the expenditures, I am sure, was devoted to cost improvement and expansion. Given Burlington’s basic commitment to stay in textiles, I would also surmise that the company’s capital decisions were quite rational.

Nevertheless, Burlington has lost sales volume in real
dollars and has far lower returns on sales and equity now than 20
years ago. Split 2-for-1 in 1965, the stock now sells at 34 --
on an adjusted basis, just a little over its $60 price in 1964.
Meanwhile, the CPI has more than tripled. Therefore, each share
commands about one-third the purchasing power it did at the end
of 1964. Regular dividends have been paid but they, too, have
shrunk significantly in purchasing power.

This devastating outcome for the shareholders indicates what
can happen when much brain power and energy are applied to a
faulty premise. The situation is suggestive of Samuel Johnson’s
horse: “A horse that can count to ten is a remarkable horse - not
a remarkable mathematician.” Likewise, a textile company that
allocates capital brilliantly within its industry is a remarkable
textile company - but not a remarkable business.

My conclusion from my own experiences and from much
observation of other businesses is that a good managerial record
(measured by economic returns) is far more a function of what
business boat you get into than it is of how effectively you row
(though intelligence and effort help considerably, of course, in
any business, good or bad). Some years ago I wrote: “When a
management with a reputation for brilliance tackles a business
with a reputation for poor fundamental economics, it is the
reputation of the business that remains intact.” Nothing has
since changed my point of view on that matter. Should you find
yourself in a chronically-leaking boat, energy devoted to
changing vessels is likely to be more productive than energy
devoted to patching leaks.

* * *

There is an investment postscript in our textile saga. Some investors weight book value heavily in their stock-buying decisions (as I, in my early years, did myself). And some economists and academicians believe replacement values are of considerable importance in calculating an appropriate price level for the stock market as a whole. Those of both persuasions would have received an education at the auction we held in early 1986 to dispose of our textile machinery.

The equipment sold (including some disposed of in the few months prior to the auction) took up about 750,000 square feet offactory space in New Bedford and was eminently usable. It originally cost us about $13 million, including $2 million spent in 1980-84, and had a current book value of $866,000 (after accelerated depreciation). Though no sane management would have made the investment, the equipment could have been replaced new for perhaps $30-$50 million.

Gross proceeds from our sale of this equipment came to $163,122. Allowing for necessary pre- and post-sale costs, our net was less than zero. Relatively modern looms that we bought for $5,000 apiece in 1981 found no takers at $50. We finally sold them for scrap at $26 each, a sum less than removal costs.

Ponder this: the economic goodwill attributable to two paper
routes in Buffalo - or a single See’s candy store - considerably
exceeds the proceeds we received from this massive collection of
tangible assets that not too many years ago, under different
competitive conditions, was able to employ over 1,000 people.
 
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