Rapporto ISTAT 2005

gioia23 ha scritto:
dall'annual report 1985, meglio di qualsiasi trattato di economia politica, per tutti c'è qualcosa da imparare, sindacati, imprenditori e politici...

ha chiuso le indutrie tessili, ma ha tenuto "See's candies" un'piccolo franchise di cioccolato e dolciumi, acquistato nel 1972, il cui utile annuo adesso è più alto del prezzo di acquisto di allora...

gioia23


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gioia mi sa che non funziona cosi (purtroppo) sennò come si spiega
che gli aerei di Alitalia continuano a volare? ;)
 
Ma, il caso alitalia potrebbe entrare come classico da manuale in tutte le business schools di secondo o terz'ordine...
era il 1979 io ancora più giovane (sic!) e un viaggiatore alitalia già mi disse allora il significato del nome
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gioia23
 
MF - Denaro & Politica - Numero 102, pag. 2 del 25/5/2006
24 Il fisco di Prodi non piace all'Istat - Nel suo rapporto il presidente biggeri mette in dubbio l'utilità del taglio del cuneo. Quei 10 miliardi pubblici favorirebbero le imprese meno produttive. Meglio diversificare gli strumenti. Padoa Schioppa incontra Almunia, che accende un faro sui conti di Roma

Il tono è garbato, come si addice all'istituzione. Ma è la sostanza quella che conta, e la sostanza è una sonora bocciatura della principale proposta della campagna elettorale di Romano Prodi, ossia il taglio di 5 punti del cuneo fiscale. A sollevare dubbi sull'operazione è stato ieri il presidente dell'Istat Luigi Biggeri, in occasione dell'illustrazione del Rapporto annuale sulla situazione del paese. ´Le misure in discussione sulla riduzione del cuneo contributivo', ha spiegato Biggeri, ´forniscono segnali solo parzialmente coerenti con le esigenze di trasformazione del sistema delle imprese'. La domanda (retorica) è se valga la pena di spendere così 10 miliardi di euro delle casse pubbliche. Certo, dice Biggeri, la manovra ´avrebbe l'effetto di ridurre il costo del lavoro e aumentare la redditività lorda di circa 2-3 punti percentuali se l'intero risparmio andasse a favore delle imprese'. Ed è pure vero che questo ´rappresenterebbe uno shock positivo in termini di competitività, ancorché una tantum'. Il problema è che questa misura rischia di ´fornire un disincentivo all'innovazione' e ´in assenza di meccanismi di selezione virtuosa, premierebbe sostanzialmente le imprese meno produttive'. A Luca Cordero di Montezemolo, che oggi terrà l'annuale assemblea di Confindustria, devono essere fischiate le orecchie, visto che il taglio del cuneo è una delle principali richieste di viale dell'Astronomia al governo. Biggeri, però, va oltre. Anche se parte dei soldi finissero nelle tasche dei lavoratori, ha spiegato il presidente dell'Istat, ´l'impatto sui redditi delle famiglie sarebbe comunque modesto'. La soluzione? ´Sarebbe più efficace', per Biggeri, ´diversificare gli strumenti in funzione degli obiettivi'.

Sul lato dei conti pubblici, poi, l'Istat certifica il quasi azzeramento negli ultimi anni dell'avanzo primario, sceso dal 6,6% del 1997 allo 0,4% del 2005. Sempre sul versante finanza pubblica, ieri si è riunita per la prima volta la commissione Faini, che ha diviso i compiti per cinque gruppi di lavoro (consumi intermedi, sanità, entrate, previdenza, spese in conto capitale). Il lavoro potrebbe concludersi già per il 1º giugno, in tempo per l'Ecofin del 6. Intanto ieri sera il ministro dell'economia, Tommaso Padoa Schioppa, ha incontrato a cena il commissario europeo Joaquin Almunia per discutere dei problemi del paese. Anche perché Bruxelles continua a tenere un faro puntato su Italia e Francia per gli scostamenti del deficit-pil. (riproduzione riservata) Autore: Andrea Bassi
 
FaGal ha scritto:
MF - Denaro & Politica - Numero 102, pag. 2 del 25/5/2006
24 Il fisco di Prodi non piace all'Istat - Nel suo rapporto il presidente biggeri mette in dubbio l'utilità del taglio del cuneo. Quei 10 miliardi pubblici favorirebbero le imprese meno produttive. Meglio diversificare gli strumenti. Padoa Schioppa incontra Almunia, che accende un faro sui conti di Roma

Il tono è garbato, come si addice all'istituzione. Ma è la sostanza quella che conta, e la sostanza è una sonora bocciatura della principale proposta della campagna elettorale di Romano Prodi, ossia il taglio di 5 punti del cuneo fiscale. A sollevare dubbi sull'operazione è stato ieri il presidente dell'Istat Luigi Biggeri, in occasione dell'illustrazione del Rapporto annuale sulla situazione del paese. ´Le misure in discussione sulla riduzione del cuneo contributivo', ha spiegato Biggeri, ´forniscono segnali solo parzialmente coerenti con le esigenze di trasformazione del sistema delle imprese'. La domanda (retorica) è se valga la pena di spendere così 10 miliardi di euro delle casse pubbliche. Certo, dice Biggeri, la manovra ´avrebbe l'effetto di ridurre il costo del lavoro e aumentare la redditività lorda di circa 2-3 punti percentuali se l'intero risparmio andasse a favore delle imprese'. Ed è pure vero che questo ´rappresenterebbe uno shock positivo in termini di competitività, ancorché una tantum'. Il problema è che questa misura rischia di ´fornire un disincentivo all'innovazione' e ´in assenza di meccanismi di selezione virtuosa, premierebbe sostanzialmente le imprese meno produttive'. A Luca Cordero di Montezemolo, che oggi terrà l'annuale assemblea di Confindustria, devono essere fischiate le orecchie, visto che il taglio del cuneo è una delle principali richieste di viale dell'Astronomia al governo. Biggeri, però, va oltre. Anche se parte dei soldi finissero nelle tasche dei lavoratori, ha spiegato il presidente dell'Istat, ´l'impatto sui redditi delle famiglie sarebbe comunque modesto'. La soluzione? ´Sarebbe più efficace', per Biggeri, ´diversificare gli strumenti in funzione degli obiettivi'.

Sul lato dei conti pubblici, poi, l'Istat certifica il quasi azzeramento negli ultimi anni dell'avanzo primario, sceso dal 6,6% del 1997 allo 0,4% del 2005. Sempre sul versante finanza pubblica, ieri si è riunita per la prima volta la commissione Faini, che ha diviso i compiti per cinque gruppi di lavoro (consumi intermedi, sanità, entrate, previdenza, spese in conto capitale). Il lavoro potrebbe concludersi già per il 1º giugno, in tempo per l'Ecofin del 6. Intanto ieri sera il ministro dell'economia, Tommaso Padoa Schioppa, ha incontrato a cena il commissario europeo Joaquin Almunia per discutere dei problemi del paese. Anche perché Bruxelles continua a tenere un faro puntato su Italia e Francia per gli scostamenti del deficit-pil. (riproduzione riservata) Autore: Andrea Bassi
concordo
 
FaGal ha scritto:
MF - Denaro & Politica - Numero 102, pag. 2 del 25/5/2006
24 Il fisco di Prodi non piace all'Istat - Nel suo rapporto il presidente biggeri mette in dubbio l'utilità del taglio del cuneo. Quei 10 miliardi pubblici favorirebbero le imprese meno produttive. Meglio diversificare gli strumenti. Padoa Schioppa incontra Almunia, che accende un faro sui conti di Roma

Il tono è garbato, come si addice all'istituzione. Ma è la sostanza quella che conta, e la sostanza è una sonora bocciatura della principale proposta della campagna elettorale di Romano Prodi, ossia il taglio di 5 punti del cuneo fiscale. A sollevare dubbi sull'operazione è stato ieri il presidente dell'Istat Luigi Biggeri, in occasione dell'illustrazione del Rapporto annuale sulla situazione del paese. ´Le misure in discussione sulla riduzione del cuneo contributivo', ha spiegato Biggeri, ´forniscono segnali solo parzialmente coerenti con le esigenze di trasformazione del sistema delle imprese'. La domanda (retorica) è se valga la pena di spendere così 10 miliardi di euro delle casse pubbliche. Certo, dice Biggeri, la manovra ´avrebbe l'effetto di ridurre il costo del lavoro e aumentare la redditività lorda di circa 2-3 punti percentuali se l'intero risparmio andasse a favore delle imprese'. Ed è pure vero che questo ´rappresenterebbe uno shock positivo in termini di competitività, ancorché una tantum'. Il problema è che questa misura rischia di ´fornire un disincentivo all'innovazione' e ´in assenza di meccanismi di selezione virtuosa, premierebbe sostanzialmente le imprese meno produttive'. A Luca Cordero di Montezemolo, che oggi terrà l'annuale assemblea di Confindustria, devono essere fischiate le orecchie, visto che il taglio del cuneo è una delle principali richieste di viale dell'Astronomia al governo. Biggeri, però, va oltre. Anche se parte dei soldi finissero nelle tasche dei lavoratori, ha spiegato il presidente dell'Istat, ´l'impatto sui redditi delle famiglie sarebbe comunque modesto'. La soluzione? ´Sarebbe più efficace', per Biggeri, ´diversificare gli strumenti in funzione degli obiettivi'.

Sul lato dei conti pubblici, poi, l'Istat certifica il quasi azzeramento negli ultimi anni dell'avanzo primario, sceso dal 6,6% del 1997 allo 0,4% del 2005. Sempre sul versante finanza pubblica, ieri si è riunita per la prima volta la commissione Faini, che ha diviso i compiti per cinque gruppi di lavoro (consumi intermedi, sanità, entrate, previdenza, spese in conto capitale). Il lavoro potrebbe concludersi già per il 1º giugno, in tempo per l'Ecofin del 6. Intanto ieri sera il ministro dell'economia, Tommaso Padoa Schioppa, ha incontrato a cena il commissario europeo Joaquin Almunia per discutere dei problemi del paese. Anche perché Bruxelles continua a tenere un faro puntato su Italia e Francia per gli scostamenti del deficit-pil. (riproduzione riservata) Autore: Andrea Bassi


... diversificare gli strumenti in funzione degli obiettivi...

dove è la proposta alternativa al taglio del cuneo?
 
stamattina su la7 'omnibus' si parlava del rapporto istat..
un paio di affermazioni mi sono piaciute..
1) Comunismo e capitalismo.......Il comunismo sa come redistribuire la
ricchezza ma non sa come produrla
il capitalismo sa come produrre la ricchezza, ma non sa come
distribuirla...
2) l'Italia è un paese gerontocratico..
inoltre sulle lacune della scuola italiana e degli studenti..
Prof. De Siata (mi pare..non ricordo..) dell' Un. la Sapienza-Roma
testuali parole......''fui costretto a programmare corsi di lingua
italiana per i laureandi in giornalismo ..tale era la loro impreparazione..''

...sua osservazione: questi sono i giovani che le università forniscono
al mondo del lavoro...
 
sempre sull'argomento Italia ..e i suoi difetti...
.
quote..CALCIOPOLI: Gea sempre più nella bufera. I figli dei padri illustri riempiono il registro degli indagati..unquote
.
sempre di figli o parenti...cosa devo pensare quando guardando la Tv
leggo questi cognomi di inviati o annunciatori..
Confalonieri....Scalfari..Berlinguer...Sterpa....
..bravi o...raccomandati....
p.s. premesso che non sono sicuro della parentela.....mi baso su...
Confalonieri sputata al padre, idem per Sterpa..
Berlinguer...basta il nome....Scalfari non so...
 
gioia23 ha scritto:
Ma, il caso alitalia potrebbe entrare come classico da manuale in tutte le business schools di secondo o terz'ordine...
era il 1979 io ancora più giovane (sic!) e un viaggiatore alitalia già mi disse allora il significato del nome
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gioia23


Bellissima questa !! Cavoli già nel 1979 ?? Azz...
 
Darkghost ha scritto:
Bellissima questa !! Cavoli già nel 1979 ?? Azz...

Dai, già nel lontano 1981 un amico inglese mi spiegò che FIAT sta per "Fix It Again, Tony" :D :D
 
Eheh sulle fiat sapevo qualcosa di simile. Mio zio, che vive presso NewYork dagli anni '60, decise negli anni '80 per amor di patria di comperare un'alfa romeo.
Ebbe un incidente con l'alfa e chiamò mio padre terrorizzato (all'epoca era un bimbo) dicendo di non comperare auto italiane per portarmi in giro, ma semmai una cadillac, perchè dall'incidente era uscito vivo per miracolo da un ammasso di lamiere. Con la vecchia cadillac probabilmente sarebbe riuscito a tornare a casa in auto...

Eheheh belli questi acronimi reinventati....
 
Darkghost ha scritto:
Eheh sulle fiat sapevo qualcosa di simile. Mio zio, che vive presso NewYork dagli anni '60, decise negli anni '80 per amor di patria di comperare un'alfa romeo.
Ebbe un incidente con l'alfa e chiamò mio padre terrorizzato (all'epoca era un bimbo) dicendo di non comperare auto italiane per portarmi in giro, ma semmai una cadillac, perchè dall'incidente era uscito vivo per miracolo da un ammasso di lamiere. Con la vecchia cadillac probabilmente sarebbe riuscito a tornare a casa in auto...

Eheheh belli questi acronimi reinventati....
che la qualità di fiat e a.r. fosse scarsa era risaputo...
ciò che è errato è il concetto di sicurezza delle auto americane....
hai voglia di cause aperte per deficienze tecniche delle stesse
anche negli anni più recenti...
se poi si tiene conto solo dei metri di lamiera davanti al guidatore...
beh...le loro ne hanno di lamiera lì davanti...
..i tempi son cambiati...per fortuna...ora la qualità è più o meno
la stessa ovunque....neanche la mercedes è più la m.e.r.c.e.d.e.s.
 
Indagine Demos-Coop sulla percezione dell'appartenenza sociale
La distinzione è data più dai consumi che da cultura e considerazione
Italiani, metà si sentono ceti medi
ma il 40% pensa di essere operaio

I medici in testa alle professioni più stimate seguiti dai magistrati
In fondo, artisti, attori, sindacalisti. Il calciatore meglio dello scrittore
di LUIGI CECCARINI


ROMA - Adottando la prospettiva delle classi sociali la società italiana appare piuttosto articolata. Differenziata non solo nella disponibilità di risorse e di patrimoni immobiliari, ma anche nella zona urbana di residenza, nei percorsi di mobilità sociale, nella valutazione del futuro, delle professioni, negli orientamenti politici. Si combinano cioè elementi strutturali e di prospettiva.

Sono questi i principali risultati della 10° indagine dell'Osservatorio sul capitale sociale curata da Demos per Coop, che ha voluto approfondire un aspetto centrale della società: la stratificazione di classe. È stato analizzato in particolare il ceto medio, anzi, i ceti medi vista la loro eterogeneità interna.

Gli italiani ritengono d'appartenere soprattutto a questa classe (54%). Una quota importante si sente ceto popolare-classe operaia (40%). Pochi si dicono (e sono) ceto dirigente, borghesia (6%). Si sentono ceto popolare-classe operaia principalmente gli operai comuni. Meno quelli specializzati, gli artigiani e chi svolge mansioni manuali nel settore dei servizi. Gli insegnanti, gli impiegati, i tecnici, i professionisti si definiscono prima di tutto come ceto medio. Dirigenti, imprenditori, funzionari e commercianti si riconoscono di più nella classe superiore.

Nella percezione degli italiani la distinzione sociale tra ceti medi e classe popolare-operaia passa in primo luogo attraverso elementi visibili e di consumo: il tenore e lo stile di vita (48%), il patrimonio familiare (42%). Conta meno la considerazione sociale, la scuola frequentata, la disponibilità di tempo libero.
Un dato dell'Osservatorio Demos-Coop che fornisce un'idea della società italiana riguarda la componente di chi è "mobile" all'interno di questa stratificazione. È in ascesa - ritiene cioè di aver migliorato la propria condizione socioeconomica rispetto a 5 anni fa - una quota ampia della classe dirigente (39%).

Considerevole è quella osservata nei ceti medi (28%). Quasi "immobili", invece, appaiono i ceti popolari-operai; è una componente ampia della società (40% nel totale) che in larga misura si sente stabile (42%) o in addirittura in declino (44%).

Questa classe, peraltro, si distingue per guardare con considerazione figure professionali ad alta visibilità mediatica: calciatore, cantante, presentatore, velina. Fermo restando il medico, che emerge come figura di maggior prestigio in tutte le classi. I ceti medi valorizzano maggiormente ingegneri, scrittori, insegnanti, giornalisti. La borghesia indica scienziati, politici, manager, ingegneri, giornalisti, artisti.

Ma vi sono altre linee di frattura. La casa a esempio, non solo il possesso, ma anche come ubicazione; i ceti popolari vivono in periferia (39%). Meno in zone residenziali (13%), dove abitano i ceti medi (24%). Quelli superiori risiedono di più in queste aree (32%) o in centro (37%), specie nelle grandi città. Il totale dei voti al centrosinistra è dato per il 62% dalla classe popolare-operaia, quota che si limita al 46% per il centrodestra. Il ceto medio in ascesa e la borghesia guardano maggiormente in direzione dei partiti di centrodestra.

Chi appartiene al ceto medio in declino si differenzia da quello in ascesa anche sotto altri profili. Le famiglie dei primi assicurano meno risorse, in termini di relazioni e conoscenze, ma anche di trasmissione del patrimonio. Così, per avere mobilità sociale, il ceto medio in declino conta maggiormente sulla qualità della formazione e meno sull'aiuto della famiglia. Per il ceto medio in ascesa le garanzie della famiglia inducono a vedere la vita e il futuro, proprio e dei figli, con meno incertezza. Pensano di acquisire patrimoni, per eredità (63% vs. 40%) o investendo in altre case (30% vs. 11%). Si ritengono persone più felici. Sono più aperte alla mobilità territoriale per ragioni di lavoro. Guardano all'agenda di governo con la speranza che la riduzione delle tasse entri come obiettivo (23% vs. 13%). Il ceto medio in declino, invece, sembra più preoccupato a guardare le insicurezze del proprio futuro.

(4 giugno 2006) repubblica
 
1 grafico
 

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La società semichiusa
che ha paura del futuro

di ILVO DIAMANTI

E' probabile che la retorica del declino racconti un paese, almeno in parte, immaginario. Visto che, poi, la diffusione di beni immobili e di consumi vistosi (e costosi) suggerisce una realtà diversa. Dove i comportamenti tradiscono un benessere diffuso, in ampi settori della società. Una società "liquida" (secondo l'immagine felice - e fortunata - di Zygmunt Baumann). Dove i confini e i riferimenti sociali si perdono. I poteri si allontanano dal controllo delle persone.

Una società da tempo "cetomedizzata" (come recita il neologismo ostico ma efficace con cui De Rita aggiornava Sylos Labini). Dove la "classe operaia" è un residuo ideologico, caro solo ai veterocomunisti che oggi governano l'Italia. L'Italia: un paese "liquido" e "medio". Che indulge nella retorica del declino e della pauperizzazione. Ma senza crederci davvero. Per inerzia o per artificio. O per tecnica politica: per accrescere il malessere dei cittadini. Contro la Destra che stava al governo. Ieri. Può darsi che sia vera questa versione, in realtà antica (anni '90), dei fatti. Ma anche oggi, dopo il ritorno della sinistra di governo, questa società, agli italiani, non appare troppo liquida e cetomedizzata. Ma, al contrario, vischiosa. Un po' stagnante. Zavorrata dagli stessi meccanismi, dagli stessi fattori che generano sicurezza e benessere. Dove in pochi, guardano avanti. Mentre molti temono di scivolare indietro. È la rappresentazione proposta dai dati dell'Osservatorio sul capitale sociale, di Demos-Coop, pubblicati da Repubblica.

Anzitutto, la classe operaia. Forse se n'è andata davvero. Altrove, se non in paradiso. Ma molti non se ne sono accorti. Circa il 40% degli italiani continuano a utilizzare questa definizione per catalogare se stessi, nella stratificazione sociale. Associandola, talora sostituendola, con un'altra formula, più "suggestiva" che "descrittiva". Ma, proprio per questo, molto diffusa. "Ceti popolari" (Magatti e De Benedittis, in una interessante ricerca appena pubblicata da Feltrinelli parlano, appunto, di "nuovi ceti popolari"). Tali si considerano, in gran parte, gli operai, ovviamente. Generici o specializzati, non importa. Ma anche le casalinghe e i pensionati. Evidentemente il lavoro domestico e la pensione, insieme all'esclusione dal mercato del lavoro, determinano una condizione di svantaggio. Peraltro, si sentono "ceto popolare/classe operaia", anche quote rilevanti (superiori al 40%) di impiegati (esecutivi) e di "artigiani".

Lavoro "non manuale" oppure "autonomo", in altri termini, oggi, in molti casi, sospingono "fuori" dalla zona media della società.

Verso la periferia. Certo, nel "ceto medio" continua a riconoscersi gran parte delle persone. Poco più della metà. Ma non al punto da confermare l'immagine di una società "media" e "cetomedizzata". Vi confluiscono le professioni libere e quelle intellettuali: i professori e gli impiegati di concetto. E i "commercianti". Assai più degli artigiani, come abbiamo detto.

Mentre in alto, nella borghesia, nelle classi più elevate, com'era prevedibile, si collocano in pochi. Il 6% degli italiani. Perlopiù dirigenti privati e funzionari pubblici; imprenditori. E i commercianti, più ancora dei liberi professionisti. Mentre i lavoratori atipici, flessibili sono ancora in misura ridotta.

Sparsi: fra ceti popolari e medi. Perché la flessibilità non è più prerogativa di un settore specifico di lavoratori. Caratterizza ampie fasce di giovani (e meno giovani), che coltivano aspettative diverse.

Tuttavia, altri aspetti, più della professione, sembrano caratterizzare la posizione di classe e di ceto delle persone.

Alcuni cognitivi, altri più concreti: legati alle risorse individuali e familiari disponibili. L'aspettativa di mobilità, anzitutto. Fra i ceti popolari la quota di chi sostiene di aver migliorato la propria posizione, negli ultimi cinque anni, è molto esigua. Il 10% o poco più. Come il peso di coloro che immaginano possibile migliorarla, nel prossimo futuro. Mentre meno del 30% di quanti si collocano nei ceti medi coltiva la speranza di salire ancora. Non appare così aperta, la società, agli italiani.

Soprattutto ai ceti popolari. Quelli che stanno "in basso". Dove, peraltro, teme di precipitare oltre un terzo dei "ceti medi".

D'altronde, la stratificazione sociale mostra una geografia urbana e una distribuzione delle risorse ben delimitata. I ceti popolari: abitano nelle periferie. I ceti medi: nei quartieri residenziali.

La borghesia: nei centri storici. Gran parte degli italiani vive in casa di proprietà. Ma una persona su due, fra i "borghesi", e una su quattro, fra i "ceti-medi", ne possiede almeno due. Mentre fra i "popolari" questa percentuale si abbassa, al 14%; e cresce quella di chi è in affitto: il 20%.
Quasi il doppio della media generale.

Il che fa intuire quale sia la principale risorsa a cui si affidano le speranze di mobilità. La famiglia, la cerchia delle solidarietà corte. Le reti di appartenenza più strette. Basta osservare la nebulosa dei ceti medi e comparare le componenti in ascesa con quelle in declino. Quelli che, negli ultimi anni, dichiarano di aver migliorato la loro posizione; e contano rafforzarla ancora in futuro. Certi, in futuro, di avere in eredità proprietà immobiliari, attività economiche, altri patrimoni. E pensano di acquistare nuove abitazioni, nei prossimi anni.

I "ceti medi in ascesa": confidano sul sostegno dei familiari, sulle conoscenze personali assai più di quelli in declino. I quali investono, maggiormente, sulla qualità degli studi. Il capitale familiare è appare più importante di quello culturale, per la mobilità sociale.

Per cui non può sorprendere il timore degli italiani, tanto se borghesi o ceti medi in ascesa, nei confronti delle tasse. Posto che in Italia sono troppo elevate (e che a nessuno piace pagarle), presso questi gruppi sociali suscitano una reazione di autodifesa. Perché appaiono una minaccia: alla trasmissione e alla riproduzione del loro "posto" nella struttura sociale.

Il che ripropone quella sindrome che affligge la società italiana, che scoraggia la concorrenza e la competizione a favore della protezione. Favorisce la costruzione di cerchie corporative, lobbiste. E fa della famiglia, della rendita, dell'eredità i principali meccanismi di promozione sociale ed economica. Così, instabilità individuale e rigidità sociale si cumulano e si intrecciano. Il peso delle attività informali e dei lavori atipici aumenta. Mentre la struttura sociale, nell'insieme, si segmenta in settori ampi, quanto (nella percezione generale) impermeabili.

Flessibile eppure immobile. Tale, in un'epoca di grande cambiamento, ci sembra la società italiana. Che contrasta le insidie della "modernità liquida" con un sistema di "tradizione vischiosa". Così, mentre si invocano le virtù della "società aperta", si coltivano e si praticano i vizi di una "società semichiusa".
In casa propria.

Come avevamo detto? Una società immobile. Anzi: immobiliare.


(4 giugno 2006) repubblica
 
Sondaggio I dati dell’Osservatorio Caam sgr-Swg Famiglie, la fiducia invecchia Solo il 37% si sente meno povero, un anno fa era il 44%. Ma la metà
Torna la speranza, ma non è giovane. Come vi sentite? «Un po’ meno poveri, grazie». La foto di gruppo delle famiglie d’Italia, scattata dal monitor Caam sgr-Swg nel primo trimestre 2006, è il ritratto di un Paese meno economicamente angosciato di un anno fa. Eppure un esame più attento delle prime file - quelle dove stanno seduti i neofiti dell’ottimismo ritrovato - rivela che l’età media di chi si sente un po’ meglio è sopra i 45 anni. Senza offesa per gli over cinquanta decisi a restare giovani a oltranza, quindi, è doveroso rimanere allerta riguardo alla situazione psico-finanziaria delle famiglie. Perchè chi dovrà reggere i destini dell’Italia di domani non si sente «più stabile». O «più ricco». Ma andiamo con ordine. L’Osservatorio sul trend del risparmio e degli investimenti delle famiglie segue passo passo da qualche anno gli sviluppi del sentiment sul territorio. Che era andato inesorabilmente peggiorando nel triennio 2003-2005, rivelando, città per città, regione per regione, un’Italia molto liquida, cioè con denaro fermo sul conto corrente, e molto depressa.
Alla domanda «Rispetto a un anno fa lei si dichiara più ricco, più povero o stabile?» nel 2005 il 44% dei capo famiglia rispondeva «più povero». Nel 2004 quelli che si sentivano impoveriti erano il 41% e nel 2003 solo il 36%. In netta diminuzione, invece, i «più ricchi». Nel 2003 si dichiaravano baciati da un miglior reddito il 10%, nel 2004 il 7%, nel 2005 il 6%.
E oggi? Nel primo trimestre del 2006 i «più poveri» sono tornati al 37%, con una diminuzione di sette punti percentuali (pari a 1,5 milioni circa di famiglie) rispetto al triste 2005. Gli ex poveri (o presunti tali visto che l’indagine registra le percezioni soggettive dei capo famiglia) sono andati a ingrossare le file degli «stabili», cioè di quelli che si sentono nelle stesse condizioni economiche di un anno fa e, in misura molto minore, anche l’elitario club dei «più ricchi». Chi si sente nello stesso equilibrio, infatti, è passato dal 50% del 2005 al 56% de primo trimestre 2006, mentre chi addirittura ha la sensazione di star meglio di un anno fa è l’1% in più, pari a 220 mila famiglie.
Ma dove abita questo milione e mezzo di italiani che ha fatto un salto di qualità? Il passaggio dall’impoverimento alla stabilità è stato geograficamente trasversale. Si contano 390 mila dichiarazioni a Nord Ovest, altrettante nel Centro Italia, 295 mila a Nord Est e 230 mila nel Sud e nelle Isole. Non altrettanto trasversale è il recupero di speranza se si va invece a verificare l’età di chi si sente meglio.
Gli esperti di Swg, guidati da Diego Martone che da anni tiene le fila dell’Osservatorio, hanno infatti rilevato che chi si dichiara «ugualmente ricco» ha, nella stragrande maggioranza dei casi, più di 45 anni. E per l’esattezza sono 420 mila i neo-ottimisti tra i 45 e i 54 anni, altri 400 mila ne hanno da 55 a 64 mentre 480 mila sono over 64. E ancora: ben 660 mila capi famiglia del piccolo esercito che dichiara ritrovata stabilità (circa 1,3 milioni di persone) sono pensionati, 1 milione circa sono maschi, la maggioranza dei quali senza figli.
Sembra quindi di poter dire che la percezione di un miglioramento delle proprie condizioni economiche non raccoglie ulteriori adesioni dalle famiglie con bambini piccoli, dai giovani in cerca di prima occupazione e dalle donne. Che rimangono, ahimè, in prima fila quando si va a guardare in faccia il 37% con la terra che scivola sotto i piedi. Nel primo trimestre 2006 tra chi si sente più povero, infatti, ci sono sempre molte famiglie che abitano nel Sud, molti nuclei a guida femminile e capo famiglia maschi che però non hanno da far valere un diploma o una laurea sul mercato del lavoro.
E i più ricchi? In carriera e maschi, of course . Ma, anche stavolta, non troppo giovani. Almeno nella maggioranza dei casi. Ha vinto il terno al lotto di sentirsi più ricco (perchè magari ha scalato un gradino di carriera) l’uomo che abita a Nord Est, laureato, senza figli. Quanti anni ha? Più di 55. Sono circa 200 mila infatti gli over fifty che si dichiarano più ricchi: l’Italia dai capelli bianchi avanza. C’è da sperare che quella più giovane si faccia coraggio. Un po’ da sola, un po’ perchè il Paese decide di investire seriamente sulle nuove generazioni. corriere
 
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