Riduzione Pressione Fiscale

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06-04-2004
Il Pil e le tasse
Veronica De Romanis
Francesco Daveri
Il Pil e le tasse

Negli ultimi anni, l’idea di ridurre il carico fiscale (o, più prosaicamente, di "tagliare le tasse") per aumentare la crescita, è diventato un obiettivo chiave per molti Governi europei.
Tuttavia, come stanno imparando Jean-Pierre Raffarin e Gherard Schröder, una riduzione delle imposte che non porta alcun dividendo in termini di crescita può essere penalizzante in Europa (se il taglio delle tasse peggiora il deficit), senza nemmeno conquistare il consenso degli elettori.
Prima di garantire che la riduzione delle imposte faccia aumentare la crescita, bisogna formulare una valutazione plausibile degli effetti attesi di tale riduzione.

L’analisi per episodi

Per farsi un’idea al riguardo, è utile considerare l’esperienza passata.
Come riportato nella tabella, tra il 1975 e il 2000, si sono verificati ventinove episodi di riduzione significativa delle imposte in quindici paesi Ocse. Una diminuzione delle entrate può essere considerata "significativa" se la riduzione - depurata dall’effetto del ciclo economico - ammonta in media annua a oltre mezzo punto percentuale del Pil e prosegue per almeno due anni consecutivi. (1)
In media, un episodio di riduzione delle imposte nei paesi Ocse è durato circa due anni e mezzo, con una riduzione complessiva del carico fiscale di circa 2,7 punti percentuali del Pil (dunque, circa un punto percentuale l’anno).

Tale riduzione si è risolta per un terzo in una diminuzione della spesa e per due terzi in un aumento del disavanzo pubblico. In parallelo, la crescita del Pil potenziale (meglio quello potenziale di quello effettivo per valutare gli effetti permanenti della riduzione delle imposte) dopo i vari episodi è aumentata in media di circa 0,3 punti percentuali l’anno rispetto a prima della riduzione. In prima approssimazione, quindi, le politiche di riduzione delle imposte attuate negli ultimi venticinque anni non sembrano avere prodotto un guadagno sostanziale in termini di crescita del Pil potenziale. Le cose, in realtà, non stanno proprio così.

Riduzione delle imposte, deficit pubblico e crescita

Ci sono varie ragioni per cui la crescita può accelerare (oppure no) in seguito a una riduzione delle imposte.
Una riduzione delle imposte aumenta solitamente la profittabilità dell’investimento privato e quindi incoraggia la crescita di lungo periodo.
Se, però, la riduzione delle tasse si traduce in un aumento del deficit pubblico, ciò causa una riduzione del risparmio nazionale e delle risorse disponibili per l’investimento.
Dunque, ci si può aspettare che, quando il taglio delle tasse fa aumentare in modo sostanziale il deficit, il suo effetto sulla crescita sia inferiore al caso in cui tale riduzione avviene con i conti pubblici in pareggio. È proprio così nel campione considerato.
Un’analisi statistica approfondita (2), che depura anche dagli effetti di variazioni nella competitività e nei tassi di interesse sulla crescita, produce due risultati principali:

1. Per ogni punto percentuale di riduzione delle imposte sul Pil, il tasso di crescita del Pil potenziale aumenta di circa un quarto di punto percentuale l’anno;

2. Se la riduzione delle imposte è finanziata interamente in deficit (e non con riduzioni delle spese), l’aumento del tasso di crescita viene circa dimezzato: +0,11, anziché +0,24, punti percentuali.

Pertanto, se, in assenza di sostanziali variazioni di competitività, un Governo riducesse le imposte sul Pil di un punto l’anno per tre anni, l’aumento nella crescita del Pil potenziale sarebbe di circa 0,72 punti percentuali [=0,24 x 3] con un deficit inalterato, oppure di soli 0,33 punti percentuali [= 0,11 x 3] se l’intera riduzione delle imposte andasse ad aumentare il deficit pubblico.
L’analisi dell’esperienza passata fornisce una chiara indicazione: se si decide di ridurre le imposte, è meglio che tale riduzione sia attuata mantenendo il pareggio di bilancio.
Altrimenti, i guadagni di crescita si dimezzano.

(1) La depurazione dall’influenza ciclica risponde all’esigenza di catturare soltanto gli episodi in cui il mutamento delle variabili fiscali è attribuibile direttamente all’azione discrezionale dei policy-maker, e non agli effetti del ciclo economico.

(2) Un’esposizione più dettagliata dei risultati è nell’articolo "Riduzione delle imposte e crescita economica nei paesi Ocse", predisposto dagli autori a margine del lavoro di preparazione del Dpef 2003-2006. L’articolo può essere scaricato dal sito web: www.igier.uni-bocconi.it/daveri alla voce "Working Papers".
http://www.lavoce.info/news/view.php?id=9&cms_pk=1009&uid=fd711c897317a279f33c096264c399da


Al link si veda tabella
 
......

06-04-2004
Il Pil e le tasse
Veronica De Romanis
Francesco Daveri
La riduzione delle imposte nei paesi Ocse

La Tabella 1 mostra alcuni dati riassuntivi in merito all’andamento del carico fiscale in venti paesi Ocse a partire dalla metà degli anni Settanta.
Il carico fiscale è misurato come il rapporto tra il livello delle entrate correnti depurate dall’andamento del ciclo economico e il livello potenziale del prodotto interno lordo (Pil), stimati dall’Ocse nella pubblicazione "Fiscal Positions and Business Cycles".
La colonna [1] della tabella riporta il valore assunto da tale rapporto nel 2001. I paesi sono classificati in ordine discendente sulla base del loro carico fiscale nel 2001. Nelle colonne [2]-[5], sono riportate le variazioni nei valori medi di tale rapporto nei quinquenni indicati (1981-85 rispetto al 1975-80, 1986-90 rispetto al 1981-85, e così via per il 1991-95 e il 1996-2001). Nelle ultime due righe della tabella, è riportato il numero di volte in cui le imposte sul Pil diminuiscono da un periodo all’altro e la loro riduzione media in ogni periodo.

Quando e come calano le imposte

Nei venti paesi inclusi nella tabella, le imposte sono diminuite in ventisei casi (su un totale di settantatre variazioni quinquennali considerate), pari a più di un terzo delle osservazioni totali. In quindici paesi su venti le imposte sono diminuite in almeno un quinquennio.
In generale, le imposte sono calate in pochi paesi e di poco fino alla fine degli anni Ottanta.

Negli anni Novanta, invece, è cresciuto sia il numero che la dimensione delle riduzioni delle imposte. Nel primo quinquennio degli anni Novanta, il numero di paesi in cui le imposte diminuiscono sale da cinque a undici (più di metà del campione).
Nel periodo 1996-2001, le riduzioni delle imposte sono solo sei, ma la dimensione media delle variazioni è superiore a quella registrata nel 1991-95.
In Irlanda, Finlandia e Olanda il fardello fiscale diminuisce di circa due punti percentuali.

Nell’insieme, l’evidenza nella Tabella 1 suggerisce che l’esperienza pratica delle riduzioni del carico fiscale nei paesi Ocse non è costituita da pochi successi. Le imposte sono invece diminuite in tanti paesi, con maggiore frequenza a partire dai primi anni Novanta.
Non casualmente, le entrate sul Pil nel 2001 sono inferiori ai livelli prevalenti nel 1991 in nove dei paesi considerati.
Questa tendenza è più marcata per Finlandia, Irlanda e Olanda (-4 punti in percentuale del Pil). Ma anche le più modeste riduzioni osservate in Canada, Nuova Zelanda, Giappone, Austria, Regno Unito e Svezia rappresentano pur sempre potenziali inversioni di una tendenza al rialzo delle imposte consolidata fin dagli anni Settanta.
http://www.lavoce.info/news/view.ph...279f33c096264c399da&id=9&cms_pk=1009&n_page=2
 

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IRE FUNESTA

06-04-2004
L'Ire funesta
Ruggero Paladini
Gateano Proto


La Finanziaria varata dal Parlamento alla fine del 2003 aveva rinviato, per indisponibilità di risorse, la costosa trasformazione dell’Irpef in Ire, prevista dalla legge delega sulla riforma fiscale. Ora il progetto sembra di nuovo attuale.
Gran parte dei commenti si sta concentrando sulla sostenibilità finanziaria del taglio e sui suoi effetti sulla crescita economica, mentre quelli sulla distribuzione del reddito sembrano passare in secondo piano. Dalle cifre circolate (sei miliardi di euro) si deve ritenere che la riforma non sarà realizzata interamente (secondo le previsioni ufficiali, la perdita di gettito dell’intera riforma sarebbe di venti miliardi).
Vale la pena, comunque, riesaminare le implicazioni dell’intero progetto per la progressività dell’imposta e chiedersi se esso va nella direzione auspicabile di avvicinare la struttura dell’imposta sul reddito a quella dei maggiori paesi europei.

Ire contro Irpef

I parametri fondamentali di un’imposta sul reddito sono tre: aliquote, scaglioni e struttura delle detrazioni (ovvero delle deduzioni).
Se guardiamo solo ad aliquote e scaglioni, la distanza tra l’Irpef e la futura Ire è enorme. Infatti, l’Ire prevede due sole aliquote: il 23 per cento fino a 100mila euro e il 33 per cento oltre quella cifra. In realtà, per il 99,5 per cento dei contribuenti l’aliquota sarebbe una sola, visto che il loro reddito imponibile si colloca al di sotto dei 100mila euro. Invece l’Irpef ha cinque aliquote, con una distanza di oltre venti punti tra la più bassa (23 per cento) e la più alta (45 per cento), che scatta a partire da circa 70mila euro. Sotto il profilo delle aliquote, l’Ire è un’imposta di natura proporzionale, che andrebbe a sostituire un’imposta di natura progressiva.

A questo punto dovrebbero entrare in gioco le detrazioni fiscali, trasformate in deduzioni e destinate, in tutto o in parte, ad assicurare la progressività dell’Ire.
Il meccanismo è semplice, ed è stato già sperimentato con la recente sostituzione della "deduzione per la progressività" alle detrazioni da lavoro. Basta rendere le deduzioni interamente fruibili fino a un certo reddito e farle decrescere da lì in avanti, fino ad azzerarsi in corrispondenza di una determinata soglia. (1)
Tuttavia, è facile intuire che questo recupero di progressività potrebbe compensare solo in parte la sostanziale proporzionalità delle aliquote, a meno di non provocare una colossale perdita di gettito.

I difetti strutturali

Questa intuizione è confermata dai calcoli effettuati recentemente presso il Secit, basati su ipotesi che mirano a massimizzare il recupero di progressività attraverso le deduzioni, scontando una perdita di gettito in linea con le previsioni ufficiali (20 miliardi di euro). (2)
In particolare, tutte le detrazioni sarebbero trasformate in deduzioni, che si azzererebbero per i redditi superiori ai 40mila euro. Al di sopra di questa soglia, quindi, resterebbero interamente a carico del contribuente i carichi familiari, le spese sanitarie, gli interessi dei mutui e tutti gli altri oneri che attualmente vengono detratti dall’imposta per il 19 per cento del loro valore: si tratta chiaramente di un’ipotesi molto forte.
I risultati di questo esercizio mostrano che, nonostante tutti gli sforzi, l’incidenza percentuale dell’Ire sul reddito lordo resterebbe all’incirca costante intorno al 23 per cento per una fascia molto ampia di reddito, compresa tra i 40mila e i 100mila euro lordi. Oltre metà della riduzione di gettito andrebbe a beneficio della minoranza di contribuenti che ha redditi superiori ai 40mila euro (circa il 5 per cento), a cui la collettività "restituirebbe" più di 10 miliardi di euro all’anno. Di questi, ben 4 miliardi resterebbero nelle tasche di quello 0,5 per cento di contribuenti che gode di redditi superiori ai 100mila euro.

Le cause tecniche dell’impatto regressivo così marcato dell’Ire sono quelle individuate già da tempo da Baldini e Bosi (3): il primo scaglione dell’imposta è troppo ampio e le aliquote sono troppo poche e soprattutto troppo basse per essere coerenti con ragionevoli obiettivi di redistribuzione del reddito.

La progressività e la Costituzione

Esistono vincoli giuridici alla volontà di un Governo di cambiare i connotati del nostro sistema fiscale. L’articolo 53 della Costituzione recita: "il sistema tributario è informato a criteri di progressività".
Anche se questo precetto non è riferibile a una singola imposta, è evidente che l’Irpef contribuisce più di tutte le altre a garantire una certa progressività, seppur lacunosa. Alla luce della tendenziale proporzionalità dell’Ire, la delega fiscale appare l’ennesimo tentativo di disapplicare il dettato costituzionale, invece di proporne a viso aperto la modifica.
Ovviamente, l’Irpef non è perfetta. Il reddito a cui si applica non è onnicomprensivo, e in particolare esclude i redditi di natura finanziaria, assoggettati a imposte di tipo proporzionale, mentre l’evasione diffusa crea iniquità di tipo orizzontale e di tipo verticale. Ma nel mondo reale, l’"ottimo" prescritto da alcuni filoni della scienza economica è quasi sempre irraggiungibile: l’obiettivo resta quello di non muoversi in direzione diametralmente opposta, come avverrebbe sostituendo l’Irpef con l’Ire.
Nel caso dell’evasione, il paradosso è ancora più evidente: l’iniquità che deriva dai comportamenti illeciti viene attribuita all’Irpef, come se fosse un suo aspetto strutturale e neliminabile. Al tempo stesso, chi è responsabile della lotta all’evasione rinforza questi stessi comportamenti attraverso i condoni.

La progressività e l’Europa

L’Europa non sembra essere un modello per la riforma. Dando una rapida occhiata alle aliquote e agli scaglioni delle imposte sul reddito vigenti in alcuni grandi paesi europei, balza all’occhio la loro distanza rispetto alla logica riduzionista dell’Ire. (4)
In Inghilterra, a parte un’aliquota ridotta del 10 per cento sui redditi fino a circa 2.700 euro (1.920 sterline), l’aliquota di base è pari al 22 per cento fino a 42.500 euro (29.900 sterline). Oltre quel reddito, si paga il 40 per cento.
In Germania il sistema è complesso, ma si può sintetizzare approssimativamente così: per il singolo contribuente, esiste una no-tax area di 7.236 euro, al di sopra della quale vengono applicate aliquote marginali crescenti dal 20 al 48,5 per cento. L’aliquota massima si applica per intero sulla porzione di reddito che eccede 55mila euro.
In Francia il sistema dei coefficienti legati alla composizione della famiglia ("quotient familial") produce un abbattimento degli imponibili, ai quali si applica comunque una scheda delle aliquote crescente. Delle sei aliquote previste, la più alta è pari al 49,58 per cento e scatta a partire da poco più di 47mila euro. Perfino nella Spagna fino a ieri governata dal conservatore Josè Maria Aznar, sono previste cinque aliquote crescenti, dal 15 al 45 per cento, applicato a partire dai 45mila euro.

Come si vede, nessuno di questi grandi paesi si sogna di avere un’aliquota massima inferiore al 40 per cento, né un limite dell’ultimo scaglione superiore ai 55mila euro.
Molti pensano che uno dei problemi della Ue sia la difficoltà di armonizzare, dopo la politica monetaria, anche le politiche fiscali. Se la si giudica da questo punto di vista, l’Ire non si muove verso una convergenza con i sistemi tributari dei maggiori paesi, come sarebbe auspicabile: va nella direzione opposta.

(1) Per un lavoratore dipendente occupato per tutto l’anno, ad esempio, la "deduzione per la progressività" è attualmente pari a 7.500 euro. Essa è interamente fruibile fino a un reddito pari alla stessa cifra e in seguito decresce, fino ad azzerarsi per un reddito complessivo di 33.500 euro.


(2) Per una versione più estesa, vedi Di Nicola 2003.


(3) Nel sito http://www.capp.unimo.it/ è possibile trovare il saggio di Baldini e Bosi pubblicato in Politica Economica, n. 3 2002.


(4) Vedi International Bureau of Fiscal Documentation, "European Tax Handbook 2003".

http://www.lavoce.info/news/view.php?id=9&cms_pk=1011&uid=fd711c897317a279f33c096264c399da
 
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08-04-2004
Chi ha abolito il fiscal drag
Maria Cecilia Guerra


Per il terzo anno consecutivo, anche con la Finanziaria 2004, il Governo non ha previsto alcuna restituzione del fiscal drag.
A giustificazione di questa scelta, in entrambe le sue recenti apparizioni a Ballarò, il ministro Giulio Tremonti ha sostenuto che il preesistente obbligo di restituzione del fiscal drag è stato abolito dal Governo (Amato) di centro sinistra con la Finanziaria per il 2001.
L’attuale Governo non è quindi da considerarsi, sotto questo profilo, inadempiente.

Le cose stanno davvero così?

Cosa è il fiscal drag

In un’imposta progressiva, come l’Irpef, l’imposta media aumenta all’aumentare del reddito monetario.
Quando si ha inflazione, un aumento del reddito monetario non comporta un pari aumento del reddito reale (e cioè della capacità di quel reddito di tradursi in acquisti di beni e servizi). Ma il sistema tributario non tiene conto di ciò, e tassa l’individuo di più (perché ha un reddito più alto) considerandolo più ricco.
L’aumento di tassazione indotto dall’inflazione si chiama fiscal drag e discende da due fattori:

1) una quota sempre più ampia del reddito è assoggettata ad aliquote (marginali) più elevate;

2) il valore delle detrazioni e deduzioni di imposta per tipologie di redditi, per carichi familiari, eccetera, non è indicizzato all’aumentare dei prezzi e quindi diminuisce, in termini di potere d’acquisto, quando vi è inflazione.

Una breve storia

Il fiscal drag è stata una delle fonti principali di aumento del carico fiscale del nostro paese per tutti gli anni Settanta e Ottanta. In quegli anni, infatti è stato corretto soltanto parzialmente e in ritardo, grazie alla contrattazione fra sindacati e Governo.
Nel 1990-92, in applicazione del decreto legge 69/89, tutti e due gli effetti del fiscal drag sul prelievo fiscale sono stati annullati in modo automatico, in tutti i casi di inflazione (variazione dell’indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, da agosto di un anno all’agosto dell’anno successivo) superiore al 2 per cento.
Da allora, la copertura finanziaria della restituzione del fiscal drag deve essere indicata nella legge Finanziaria di ogni anno.

A partire dal 1993, secondo quanto previsto dal decreto legge 384/92, l’eliminazione del drenaggio fiscale ha riguardato solo l’indicizzazione delle detrazioni di imposta e non più quella delle aliquote.
Nel corso degli anni Novanta, le leggi Finanziarie hanno più volte esplicitamente derogato anche a questa parziale restituzione del fiscal drag, destinando però questa parte delle entrate fiscali ad aumenti delle detrazioni per familiari a carico o all’aumento degli assegni al nucleo familiare.
Sulla stessa linea d’azione, l’ultima Finanziaria del centro sinistra (per il 2001), con la quale sono state ridotte le aliquote dell’Irpef e aumentate le detrazioni di imposta, ha testualmente previsto che: "Le modifiche apportate (…)in materia di imposta sul reddito delle persone fisiche valgono ai fini della restituzione del drenaggio fiscale" prevista dalle disposizioni di legge vigenti (decreto legge 69/89 e decreto legge 384/92).

L’interpretazione di Tremonti

Rispondendo a una interrogazione dell’onorevole Mancini (question time del 20 novembre 2001), Tremonti spiega perché, secondo lui, quanto scritto nella Finanziaria per il 2001 equivalga a un’abrogazione dell’obbligo di restituzione del fiscal drag, e giustifichi quindi la scelta del Governo di cui è ministro, di ignorare, per la prima volta da quando è stata emanata, la normativa sul fiscal drag.

"La scelta fatta nel 2000, da un Governo diverso da quello attualmente in carica, si è espressa nel senso della sostituzione del vecchio meccanismo di restituzione del drenaggio fiscale con un nuovo profilo della curva Irpef; una curva Irpef a montaggio progressivo nel periodo 2001-2003, e poi rigida a partire dal 2003".
Sembra di potere arguire che, secondo Tremonti, poiché l’orizzonte temporale interessato dalla riforma Irpef introdotta con la Finanziaria 2001, non solo andava oltre l’anno 2001, ma era illimitato, anche la valenza di tale riforma come "sostituto" della restituzione del fiscal drag non può essere confinata al solo 2001, ma è da considerarsi illimitata.

In realtà, ogni restituzione del fiscal drag di un dato anno ha un orizzonte temporale illimitato, dovendo essere permanente perché permanenti sono gli effetti da fiscal drag indotti da un aumento permanente dei prezzi. Negli anni passati, infatti, gli aumenti delle detrazioni o degli assegni familiari che hanno agito come sostituiti della restituzione automatica del fiscal drag prevista dalla legge erano permanenti
La tesi sostenuta da Tremonti, secondo cui la Finanziaria per il 2001 avrebbe abrogato la restituzione del fiscal drag sembra poi non sostenibile per almeno altre due ragioni:

1) ogni anno, la Finanziaria deve indicare la copertura della restituzione del fiscal drag per quell’anno. Se avesse voluto abrogare il decreto legge 384/92 che disciplina la restituzione annuale del fiscal drag, o avere comunque una valenza per più anni, la Finanziaria per il 2001 avrebbe dovuto dichiararlo esplicitamente;

2) la restituzione del fiscal drag a futura memoria, senza abrogazione esplicita della disposizione del decreto 384/92, sarebbe illegittima: l’ammontare dovuto può infatti essere quantificato soltanto una volta che sia noto l’andamento dell’inflazione (ex post quindi e non ex ante).

Nella sua risposta all’onorevole Mancini, Tremonti confuta poi che la restituzione del fiscal drag abbia sempre avuto luogo: con la Finanziaria per il 2000 ciò non è avvenuto.
Ma la legge prevede che il fiscal drag sia restituito quando l’indice dei prezzi al consumo delle famiglie di operai e di impiegati è stato superiore al 2 per cento. Fra l’agosto 1998 e l’agosto 1999 tale indice è stato dell’1,6 per cento e quindi inferiore a tale percentuale.
Ciò spiega la non emanazione del decreto di quantificazione del fiscal drag e l’assenza di menzione del problema in Finanziaria.

Ma la norma è in vigore

Il ministero dell’Economia mette a disposizione sul sito www.finanze.it una preziosa banca dati di tutte le leggi che interessano la materia fiscale. Di ognuna è possibile conoscere la storia, le modifiche e il periodo in cui è stata in vigore. In quel sito, la norma del decreto legge 384/92, che prevede appunto la restituzione automatica, anche se parziale, del fiscal drag, risulta ancora in vigore.
Forse allora, per quanto riguarda la restituzione dl fiscal drag, il Governo (Berlusconi) di centro destra è davvero inadempiente.

tratto da LaVoce
 
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