risarcimento danni da incidenti stradali

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24 maggio 2003
Incidenti stradali: risarcimenti «ricchi»
Gli effetti della sentenza sui danni non patrimoniali



La Cassazione, con la sentenza 7283/03, ha modificato radicalmente il suo orientamento sul risarcimento del danno non patrimoniale nel caso in cui la responsabilità di un soggetto sia affermata in base a una presunzione di legge. Sino a ora (si veda «Il Sole-24 Ore» di ieri) il ristoro di questo danno veniva sempre escluso quando la responsabilità era accertata secondo la presunzione da colpa stabilita dall'articolo 2054 del Codice civile o secondo i criteri di imputazione previsti dall'articolo 2050. Il nuovo principio enunciato dalla Corte stabilisce, invece, che alla risarcibilità del danno non patrimoniale ex articolo 2059 del Codice civile non osta il mancato positivo accertamento della colpa se essa è affermata in base a una presunzione di legge, qual è, per esempio, quella prevista dall'articolo 2054. L'applicazione di questo rivoluzionario principio avrà effetti rilevanti sull'entità dei risarcimenti e sui danneggiati da incidente stradale che potranno reclamare e ottenere il danno morale che fino ad adesso era loro precluso dall'orientamento della giurisprudenza. Ma la sentenza potrà avere conseguenze anche sull'evoluzione del concetto di danno esistenziale che, per effetto del nuovo principio, subirà, con tutta probabilità, una frenata. Questo danno infatti è stato "creato" anche per permettere un risarcimento nelle ipotesi nelle quali il danno morale non era liquidabile. La Cassazione, per spiegare i motivi attraverso i quali è giunta a enunciare questo nuovo principio, fa una considerazione di carattere storico. L'orientamento precedente si fondava su due rilievi: che il danno non patrimoniale è risarcibile solo in presenza di un reato e che l'accertamento di un reato non può essere basato sulla semplice premessa che il danneggiato non ha fatto tutto il possibile per evitare il danno, ma esige l'effettiva dimostrazione di una condotta colposa. Da qui l'esclusione del ristoro del danno morale quando non è possibile accertare in concreto la colpa di un soggetto, ma si deve ricorrere alla presunzione di colpa (articolo 2054). L'orientamento precedente, tuttavia, affermano i giudici, si è formato nella vigenza del Codice di procedura penale del 1930 che era caratterizzato dalla unità della giurisdizione, dalla preminenza del giudizio penale sul giudizio civile, e dalla efficacia erga omnes della sentenza penale. In quel contesto erano eccezionali i casi nei quali il giudice civile poteva accertare l'esistenza di un fatto penalmente rilevante e in tale ipotesi, comunque, era ritenuto coerente al sistema che l'accertamento del giudice avesse a oggetto il reato in tutti gli elementi penalmente rilevanti e si svolgesse secondo le regole del processo penale, senza poter dare ingresso alle regole probatorie costituite dalle presunzioni. Rivoluzionati i rapporti tra processo civile e penale con il Codice di procedura penale del 1989 e finita la preminenza della giurisdizione penale su quella civile, con possibili esiti addirittura contrastanti nelle due sedi, la vecchia interpretazione restrittiva dell'articolo 2059, secondo i giudici della Corte, non è più corretta. Per altro, affermano i giudici, una concezione restrittiva dell'articolo 2059 oggi è contraddetta da diverse leggi che hanno introdotto nuove ipotesi di risarcimento del danno non patrimoniale in presenza di una violazione di alcuni fondamentali diritti della persona senza che ricorra, se pur astrattamente, l'ipotesi di un reato. Alla luce di questa riconfigurazione del ruolo e della funzione svolta dal danno non patrimoniale, i giudici hanno stabilito che il danno, in relazione a un determinato fatto, è evidentemente lo stesso indipendentemente dall'aspetto che assume, sotto il profilo psicologico, la condotta del soggetto danneggiato. In pratica il danno sussiste sia nel caso in cui le risultanze processuali siano tali da consentire il positivo accertamento della colpa sia allorché la prova non sia raggiunta e, tuttavia, in mancanza della prova liberatoria che deve essere offerta dall'autore dell'illecito, essa debba essere presunta. Appare inoltre incongruo, affermano i giudici, ritenere che, in un contesto normativo connotato da un onere probatorio posto a carico del danneggiante, la vittima dell'incidente possa ottenere o meno il risarcimento del danno morale a seconda che abbia o meno dato la prova di un fatto che non gli compete e la cui mancanza va invece provata dall'altra parte. Ne deriva che, se il danneggiante non riesce a superare la presunzione di colpa, la colpa comunque agli effetti civili sussiste. Naturalmente, precisano i giudici, vengono in considerazione solo gli effetti civili della condotta dell'autore del danno e non le conseguenze penali connesse all'effettivo positivo accertamento della colpa, essendo sconosciuto al sistema penale il meccanismo di una presunzione legale circa la sussistenza di un elemento del fatto. PAOLO MARIOTTI RAFFAELE PELLINO

Il Sole 24 ore
 
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Cassazione: danno morale, anche presunto


(6/6/03) - La Suprema Corte riconosce il risarcimento anche qualora non ci sia stato un accertamento positivo. Se il danneggiante non riesce a superare la presunzione, la responsabilità viene supposta e la riparazione del danno garantita. Un principio destinato ad accrescere le garanzie per le vittime.




Con tre sentenze destinate a rivoluzionare il risarcimento del danno morale, la Corte di Cassazione ha decisamente innovato la materia.
La ricca casistica ha negli anni fornito alla giurisprudenza la materia per riconoscere e creare nuove figure di danno non patrimoniale meritevoli di una speciale tutela. È il caso del danno biologico, ‘riparato’ in modo da garantire l’integrale riparazione del danno ingiustamente subito nei valori della persona.

La novità che si evince dalle sentenze 7281,7282 e 7283 (presidente Roberto Preden e relatore Donato Calabrese) è che in caso di danno, la vittima ha diritto al risarcimento senza che sia necessario provarlo con un accertamento positivo. Basta, piega la Cassazione, una presunzione legale di colpa.
Spetterà al danneggiante superare la presunzione, provando la sua assenza di responsabilità.

Una decisione che segna lo spartiacque con l’orientamento assunto negli scorsi decenni. Fino a oggi, infatti, la giurisprudenza era rimasta ancorata al principio che esclude il risarcimento del danno non patrimoniale in base alla responsabilità presunta.

Le ragioni del mutato orientamento risiedono negli attuali rapporti tra processo civile e processo penale. L’orientamento seguito in precedenza risentiva del vecchio Codice di procedura penale, in particolare dallo stretto rapporto tra i due rami di giudizio governati da discipline diverse. Quello penale esclude infatti la presunzione di colpa.
Ora che il nesso di pregiudizialità non esiste più, perché l’esito e gli elementi raccolti nell’uno non possono condizionare il risultato dell’altro e viceversa, la Cassazione si è adeguata. Così la colpa presunta esisterà ai soli effetti civili, senza ripercussioni dal punto di vista penale.

La tutela del danneggiato diventa in questo modo la priorità da perseguire in materia di risarcimento. Anche in mancanza di un accertamento positivo di colpa. Una garanzia in più che non mancherà di suscitare reazioni da parte delle compagnie di assicurazione.

Paola Toscani
 
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Tecnica
Ammesso il risarcimento del danno morale anche se non è provata la colpa dell'autore
18/06/2003

CORTE DI CASSAZIONE, Sentenza del 2 maggio 2003, n. 7.283


a cura di Samuele Marinello


Il 30/3/1992, in Marcianise, si verificava un sinistro stradale nel quale erano coinvolti il motociclo condotto da (A) e una autovettura di proprietà di (B), condotta da (C).
Il motociclista decedeva.
Con atto notificato l'8/4/1993, i coniugi (D ed E), genitori del defunto, convenivano davanti al Tribunale di S. Maria Capua a Vetere i (B e C) e la S.p.a. (F) Assicurazioni per sentirli condannare in solido al risarcimento dei danni.
Si costituiva la sola S.p.a. (F), che resisteva alla domanda. Posta in liquidazione coatta amministrativa la predetta società, il contraddittorio veniva esteso al commissario liquidatore ed alla S.p.a. (G), quale impresa designata ex art. 20 della legge n. 990 del 1969.
Il Tribunale, con sentenza del 23/10/1997, rigettava la domanda ritenendo che unico responsabile dell'incidente fosse il motociclista.
Pronunciando sull'appello degli attori, la Corte d'appello di Napoli, con sentenza del 16/3/2000, riteneva il concorso di colpa dei conducenti dei due veicoli, in applicazione della presunzione di eguale responsabilità di cui all'art. 2054, comma 2, c.c., e condannava i convenuti, tenuto conto del concorso di colpa, al risarcimento del danno patrimoniale, che liquidava in L.63.800.000, e del danno morale, che liquidava in L. 60.000.000, oltre interessi dalla data dell'evento, nella misura del 7,5%.
Per la cassazione della sentenza le Assicurazioni (G), nella qualità, hanno proposto ricorso con unico articolato motivo.
Resistono, con controricorso, i coniugi (D ed E), che propongono ricorso incidentale affidato a tre motivi.
La (F) Assicurazioni in l.c.a. ed i (B e C) non hanno svolto difese.

Motivi della decisione
Con l'unico motivo, denunciando violazione di norme di diritto (art. 2059 c.c. e art 185 C.P.), le Assicurazioni (G) assumono che il giudice di appello, avendo deciso la controversia sulla base del criterio sussidiario presuntivo posto dall'art. 2054, comma 2, C.C., avrebbe erroneamente risarcito il danno morale.
Sostengono che, per costante giurisprudenza di questa S.C., in tale ipotesi la risarcibilità del danno non patrimoniale è esclusa.
Il motivo va disatteso per le considerazioni di seguito svolte.
Un consolidato orientamento giurisprudenziale esclude la risarcibilità del danno non patrimoniale, nella corrente (e restrittiva) accezione di danno morale soggettivo, allorquando la responsabilità dell'autore materiale del fatto illecito sia affermata non già in base ad un accertamento concreto dell'elemento psicologico (e cioè della colpa), ma in base ad una presunzione, quale ad esempio, quella stabilita dall'art. 2054 C.C. E ciò sul rilievo che l'attribuzione del danno non patrimoniale - che deve essere risarcito solo nei casi determinati dalla legge (art. 2059 C.C.), il più rilevante, se non addirittura l'unico (almeno all'epoca in cui venne redatto il codice civile: in tal senso v. corte cost. sent. n. 184/1986) dei quali è il caso in cui il fatto illecito integri una fattispecie criminosa (art.185 C.P.) - , può scaturire soltanto dall'accertamento effettivo del fatto reato, il quale, pur potendo essere effettuato in caso di estinzione del reato (ad esempio: per amnistia) o di improcedibilità dell'azione penale (ad esempio: per difetto di querela) dal Giudice civile, non può essere basato sulla semplice premessa su cui si fonda la presunzione di cui all'art. 2054, di non aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, ma sulla effettiva dimostrazione di una condotta colposa (tra le tante pronunce: sent. 2529/73; n. 3667/81; n. 5791/86; n. 1374/87; n. 11999/93; n. 9045/95; n. 6632/97; n. 9794/98; n. 12741/99).

Tale indirizzo si è formato nella vigenza del codice di procedura penale del 1930, caratterizzato dal rapporto di pregiudizialità necessaria tra giudizio penale e giudizio civile (art. 3 c.p.p. e art. 295 c.p.c.) in caso di contemporaneità di procedimenti, dall'efficacia preclusiva a fini civili della decisione che pone termine al giudizio penale (art. 25 c.p.p.) e dalla autorità del giudicato penale nel giudizio di danno anche "quanto alla responsabilità del condannato (art. 27 c.p.p.).
In un sistema siffatto, erano eccezionali i casi in cui, in virtù del principio della funzione giurisdizionale, il giudice civile poteva accertare l'esistenza del fatto penalmente rilevante: casi tutti condizionati dal presupposto negativo che la relativa questione non avesse costituito oggetto di indagine da parte del Giudice penale per estinzione del reato o per altra causa (sent. n. 2529/73).
Nelle menzionate specifiche ipotesi, si era ritenuto coerente al sistema che l'accertamento del Giudice civile avesse ad oggetto il reato in tutti gli elementi penalmente rilevanti (ma in contrasto con l'assolutezza del principio le S.U., con la sentenza n. 6651/82, avevano riconosciuto la risarcibilità del danno morale nel caso di fatto illecito costituente reato commesso da persona non imputabile), e si svolgesse secondo le regole, anche probatorie, proprie del giudizio penale, al quale quello civile in un certo senso si sostituiva, senza che potesse darsi ingresso alle regole probatorie proprie del giudizio civile, ed in particolare al mezzo di prova costituito dalle presunzioni, poiché l'affermazione di una responsabilità penale in base ad una colpa meramente presunta era ritenuta inammissibile e non rispondente ai principi di civiltà giuridica (sent. n. 2529/73).
Mutati i rapporti tra processo civile e penale a seguito dell'introduzione del nuovo codice di procedura penale (entrato in vigore nell'ottobre del 1989), e venuta meno la preminenza della giurisdizione penale su quella civile (artt.75 e 652 C.P.P. vigente), tanto che è possibile che gli esiti siano nelle diverse sedi addirittura contrastanti in ordine all'apprezzamento di un medesimo fatto, la correttezza della interpretazione sinora data dell'art. 2059 C.C. in relazione all'art. 185 C.P. va sottoposta a verifica, onde vagliarne la persistente validità.

In tale opera di riconsiderazione della propria giurisprudenza, questa S.C. non può non tenere conto del nuovo atteggiamento assunto, in relazione alla tutela riconosciuta al danno non patrimoniale, nella sua accezione più ampia di danno determinato dalla lesione di interessi inerenti alla persona non connotati da rilevanza economica (in tal senso, Corte cost., sent. 88/79), sia dal legislatore, mediante l'ampliamento dei casi di espresso riconoscimento della riparazione del danno non patrimoniale anche al di fuori delle ipotesi di reato (impiego di modalità illecite nella raccolta di dati personali: art. 29, comma 9, della legge 31/12/1996 n. 675; adozione di atti discriminatori per motivi razziali, etnici o religiosi: art. 44, comma 7, del d.lgs. 25/7/1998 n. 286; mancato rispetto del termine ragionevole di durata del processo: art. 2 della legge 24/3/2001 n. 89), sia dalla giurisprudenza della S.C., in particolare con la rilevante innovazione costituita dall'ammissione a riparazione di quella peculiare figura di danno non patrimoniale che è il c.d. danno biologico, sotto la spinta della sempre più avvertita esigenza di garantire l'integrale riparazione del danno ingiustamente subito, non solo nel patrimonio inteso in senso strettamente economico, ma anche nei valori propri della persona, anche in riferimento all'art. 2 Cost.
Ora, il danno, in relazione ad un determinato fatto, evidentemente lo stesso, quale che sia l'aspetto che assume, sotto il profilo psicologico, la condotta del danneggiante, sia nel caso in cui le risultanze processuali siano tali da consentire il positivo accertamento della colpa, sia allorché la prova non sia raggiunta e tuttavia, in mancanza della prova liberatoria da offrirsi dall'autore del danno, essa debba essere presunta.

Non può certo negarsi che l'inversione dell'onere della prova uniformi la posizione del danneggiato che non sia in grado di offrirla a quella del danneggiato che possa darla, rendendole paritarie mediante l'addossamento dell'onere della prova liberatoria all'autore del danno (convenuto) e la correlativa presunzione di colpa in capo al medesimo. Ed appare incongruo ritenere che, in un contesto connotato da un onere probatorio posto a carico del danneggiante convenuto evidentemente in funzione di tutela della posizione della vittima, ove lo stesso non sia soddisfatto e la prova liberatoria non sia data, il danneggiato attore possa ottenere o no il risarcimento del danno non patrimoniale a seconda che abbia o meno dato la prova di un fatto (colpa) che non gli compete e la cui mancanza va invece provata dall'altra parte.
Posto che, se la colpa fosse sussistente, il fatto integrerebbe il reato ed il danno non patrimoniale sarebbe dunque risarcibile, la non superata presunzione di colpa altro non significa che essa agli effetti civili sussiste, sicchè il fatto senz'altro corrisponde anche in tale ipotesi alla fattispecie astratta di reato.

Vengono qui in considerazione, evidentemente, soltanto gli effetti civili della condotta dell'autore del danno e non anche le conseguenze penali, ovviamente connesse all'effettivo positivo accertamento della colpa, essendo sconosciuto al sistema penale il meccanismo, esclusivamente proprio del diritto civile, di una presunzione legale circa la sussistenza di un elemento del fatto (tra l'altro collegata all'inversione dell'onere della prova, inconcepibile al di fuori del sistema civile). Ma proprio per la insopprimibile diversità degli ambiti, sembra del tutto improprio frustrare gli scopi di una disposizione, qual è l'art. 2059, che non mira a punire il responsabile ma a consentire il risarcimento del danneggiato dal fatto illecito anche se leso in interessi non economici, operandone un'interpretazione del tutto antinomica rispetto all'esigenza alla quale il sistema cui è inserita palesemente si ispira: quella, appunto, di rendere possibile il risarcimento del danno anche se la prova della colpa sia raggiunta grazie ad una presunzione legale (artt. 2050/2054 c.c.).
Del resto la presunzione, legale o non che sia, in altro non si risolve che nella prova del fatto ignoto.
Dunque, se il fatto ignoto da provare è l'elemento soggettivo dell'illecito, in esito al ricorso alla presunzione quell'elemento è provato. E se, nella ricorrenza dell'elemento soggettivo, il fatto costituisce reato, risulta provato il reato. Certo solo sul piano delle conseguenze civili: ma su tale piano sarebbe arbitraria la diversificazione, quanto agli effetti della prova, delle modalità attraverso le quali essa è raggiunta.

Opporre a tali argomenti che il secondo comma dell'art. 185 c.p. stabilisce che "ogni reato che abbia cagionato un danno patrimoniale o non patrimoniale obbliga al risarcimento il colpevole…" e far leva sull'argomento che in campo penale la colpa non può essere presunta, tanto più che la disposizione ha riguardo al "colpevole", equivarrebbe a non considerare che le stesse espressioni sono riferite anche al danno patrimoniale, e che, per la sedes materiae, non potevano essere usate locuzioni diverse. Sulla lettera dell'art. 185 C.P. fa allora premio il rilievo che, essendo la disposizione inserita nel codice penale del 1930 e concernendo gli effetti civili del reato, la sua reale portata non può che essere apprezzata alla luce del codice civile del 1942, in particolare della norma generale di cui all'art. 2043 c.c.: dunque nel senso che, tutte le volte che il reato abbia cagionato un danno, questo è per ciò stesso "ingiusto", rendendo superfluo ogni raffronto comparativo tra gli interessi che vengono in considerazione ai fini di quella qualificazione. E non anche nel senso che, per poter risarcire il danno, occorre che nel processo civile il meccanismo della prova della colpa sia stato identico a quello che nel processo penale avrebbe consentito la condanna del " colpevole".

Deve conclusivamente enunciarsi, così innovando il precedente orientamento, il seguente principio di diritto: "alla risarcibilità del danno non patrimoniale ex art. 2059 C.C. e 185 C.P. non osta il mancato positivo accertamento della colpa dell'autore del danno se essa, come nei casi di cui all'art. 2054 c.c., debba ritenersi sussistente in base ad una presunzione di legge e se, ricorrendo la colpa, il fatto sarebbe qualificabile come reato".
http://www.assinews.it/testi/sam67_180603tec.html
 
Non ho capito cosa cambia: per stabilire se uno aveva torto o ragione in un incidente non bisognava stabilire la dinamica dello stesso e quindi la colpa di uno, dell'altro o di entrambi?
E non veniva risarcito il danno morale, una volta stabilita la dinamica?
 
certo...

che una volta stabilità la dinamica..se sei responsabile cagioni sempre un danno morale e paga di più la tua assicurazione e ...
A me può star bene..tutto è relativo:p
 
questo a fini civili..

:) in pratica si distingue del tutto il piano civile da quello penale.
 
Scritto da redon
Ne deriva che, se il danneggiante non riesce a superare la presunzione di colpa, la colpa comunque agli effetti civili sussiste. Naturalmente, precisano i giudici, vengono in considerazione solo gli effetti civili della condotta dell'autore del danno e non le conseguenze penali connesse all'effettivo positivo accertamento della colpa, essendo sconosciuto al sistema penale il meccanismo di una presunzione legale circa la sussistenza di un elemento del fatto.

non ho capito in pratica cosa cambia: si applica solo al piano civile, ma prima non era lo stesso? Se chiamavi in causa uno per farti risarcire per un incidente lui si difendeva e cercava di superare la presunzione di colpa, se non vi riusciva il danno morale veniva assegnato dal giudice oltre a quello biologico. O no?
 
beh non è così...

Assicurazioni: Cassazione 7281 7282 7283 del 2003 sul danno morale
27-5-2003 - interno - Segnalazione


Il risarcimenti dei danni non patrimoniali spetterebbe anche senza colpa all'autore se, ricorrendo la colpa, il fatto potrebbe essere qualificato come reato.


Cosi' la terza sezione che cambia un orientamento consolidato.


Motivo: il danno morale non si deve basare sulla semplice preusnzione del 2054 secondo comma, e cioe' non il non aver fatto tutto il possibile per evitare il danno, ma sulla effettiva dimostrazione di una condotta colposa.


La novità e' legata alla nuova procedura penale che abroga il vecchio codice nella parte in cui il rapporto di pregiudizialita' tra processo penale e civile e' necessario. Ora quindi il danno e' risarcibile anche quando non c'e' reato, ma quando c'e' colpa per il giudice civile. Similmente accadde per il danno biologico.


Con conseguenze sull'onere della prova: il danneggiante deve superare la presunzione prevista nel 2054 per evitare la colpa.

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Il fondamento della responsabilità per danno morale sta, formalmente, nell' aver commesso un reato (185 c.p.). Ora la cassazione dice: applichiamo il 2054 a base della responsabilità, anche per danno morale
 
pardon

2059, dando un' interpretazione estensiva...
 
Re: beh non è così...

Scritto da redon

La novità e' legata alla nuova procedura penale che abroga il vecchio codice nella parte in cui il rapporto di pregiudizialita' tra processo penale e civile e' necessario. Ora quindi il danno e' risarcibile anche quando non c'e' reato, ma quando c'e' colpa per il giudice civile. Similmente accadde per il danno biologico.


Con conseguenze sull'onere della prova: il danneggiante deve superare la presunzione prevista nel 2054 per evitare la colpa.

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Il fondamento della responsabilità per danno morale sta, formalmente, nell' aver commesso un reato (185 c.p.). Ora la cassazione dice: applichiamo il 2054 a base della responsabilità, anche per danno morale

perdonami non ho capito: io so che fino ad ora se uno era vittima di un incidente il danno morale gli era risarcito senza dover prima fare un processo penale contro il danneggiante. E quindi il danno morale era sempre assegnato dal giudice una volta stabilita la colpa del danneggiante. Non era così?
 
Ultima modifica:
se vuoi

io ho le tree sentenze postabili. Non posso metterle perché non ci stanno. Se hai 1 indirizzo, casella non piena, te le mando. Non sono enormi di formato però evito che mi ritorni indietro il messaggio di fallimento
fgtp1@inwind.it mio indirizzo.
Così vedi direttamente, se ti va of course:D
 
Re: se vuoi

Scritto da redon
io ho le tree sentenze postabili. Non posso metterle perché non ci stanno. Se hai 1 indirizzo, casella non piena, te le mando. Non sono enormi di formato però evito che mi ritorni indietro il messaggio di fallimento

ti ho scritto, cancella la tua email dal post sopra così non è preda di occhi indiscreti ;)
 
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