Roma vola sulle ali degli Eagles!!!

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[font=Arial,Times]Roma vola sulle ali degli Eagles[/font]






[font=Arial,Times] [/font] [font=Arial,Times] di MARCO MOLENDINI

ROMA - Largo ai ricordi alla fiera degli Eagles, leggendaria rock band che rievoca senza falsi pudori la lontana epopea degli anni Settanta, i sogni e le speranze di un’America lontana e profonda, che si accompagna con morbide ballate fatte di chitarre e di voci in coro. Tre ore che riempiono la pancia e le orecchie e consumano la nostalgia: da Take it easy (che apre la giostra) a Desperado (che la chiude), passando per l’immancabile e inevitabile Hotel California, la canzone manifesto della band americana. Sembrano sbucati da un film, Glenn Frey, Don Henley, Joe Walsh e Timothy Schmidt, con i loro capelli colorati, le chitarre, le voci d’epoca. E fa effetto. Suonano e cantano con il passo dei fondisti, senza cambiare quasi mai ritmo, senza affidarsi a colpi di scena, tenendo perfino il volume basso rispetto alla media dei concerti. Un palco spoglio, otto turnisti a dar manforte (compresa una sezione di fiati vestiti alla blues brothers che ogni tanto lucida il passato soffiando negli strumenti) e, soprattutto, la musica. Trenta titoli snocciolati senza pietà, mescolando i decenni, infilando anche qualche testimonianza della storia recente dei ritrovati Eagles come l’efficace Hole in the world (scritta dopo la tragedia dell’11 settembre) e come l’unico inedito, No more cloudy days che dovrebbe finire in un nuovo album la cui uscita è prevista per gennaio: ma è davvero difficile battere i ricordi quando sono così forti.
E, allora, ecco che il concerto di Glenn Frey e Don Henley (che del gruppo sono i fondatori e l’anima) diventa quasi uno slalom, una caccia alla gloria passata, alle tappe che l’hanno segnata. Ma non c’è dubbio, gli Eagles sono ancora una gran band. I due leader storici si dividono la gran parte degli interventi vocali (oltre a suonare le chitarre Don siede a lungo alla batteria e Glenn ogni tanto alle tastiere), ma lasciano spazio anche a Joe Walsh che sfodera interventi con la sua chitarra solista e si avventura purtroppo anche a cantare e Timothy B. Schimdt che fa il suo lavoro al basso e offre una bella cartolina dei tempi che furono con il falsetto di I can’t tell you why . Fanno miracoli, suonano benissimo, domano perfino l’acustica del Palaeur che, per quanto migliorata, abitualmente resta ben lungi dall’essere soddisfacente. Ma stavolta no, stavolta si sente come si deve nel Palazzo dello sport stracolmo di novemila tifosi.
La musica va, le canzoni scorrono assieme agli anni, alle epoche. Si comincia dal fondo, dal primo album, anno 1972: dopo Take it easy tocca a Witchy woman e a Peaceful easy feeling , del resto questo tour dell’addio che non ci sarà (ironicamente è stato battezzato Farewell 1 ) cade giusto a festeggiare i 35 anni della ditta Eagles. È un vero e proprio revival degli anni ’70 e il successo che incontra segnala quanta voglia ci sia di riscoprirlo. Ecco una fiammeggiante One of these nights , poi New kid in town che appartiene a una pietra miliare come l’album Hotel California , uno dei più venduti nella storia della musica. I can’t tell you why è del ’79 , Tequila sunrise è un classico del ’73. Ma in mezzo c’è di tutto: brani che appartengono alle singole carriere degli Eagles, la citazione del loro primo tentativo di rimpatriata (dopo la separazione) avvenuto nel ’94 con Hell freezes over . C’è da aspettare due ore e mezza prima che arrivi, finalmente, la maestosa Hotel California pronta ad annunciare i bis conclusivi che passano per Already gone (un altro gran pezzo) e Desperado . Quindi, tutti a casa pensando che gli anni Settanta non sono poi così lontani.

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