Tassazione rendite finanziarie

SuperFigo

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Sapreste per favore indicarmi un sito in cui si parli compiutamente di tassazione di rendite finanziarie. In particolare mi interessa la tassazione delle obbligazioni zero coupon.
Grazie
 
Ringrazio acida per l'indicazione, però cercavo un'indicazione precisa.
Vi faccio un esempio.
Supponiamo di acquistare all'emissione uno ZC a 80, durata 3 anni, rimborso a 100.
Se mi trovo in regime di risparmio amministrato, alla scadenza pago il 12,5% dello scarto di emissione, cioè (100-80)*12,5%=2,5. Pertanto non incasso 100, ma 97,5. è giusto?
Tuttavia fino a qualche tempo fa esisteva l'equalizzatore, meccanismo abbastanza complesso volto a rendere indifferente la tassazione "sul realizzato" a quella "sul maturato", per cui il benefico fiscale di detenere in regime di risparmio amministrato uno ZC fino a scadenza era eliminato. Di recente, l'equalizzatore è stato abrogato (ad eccezione mi sembra dei fondi esteri) per cui mi chiedo e vi chiedo:
in base alla normativa attualmente in vigore, se detengo (in regime amministrato) uno ZC fino alla scadenza, usufruisco realmente di un beneficio fiscale consistente nella tassazione soltanto al momento del rimborso??
Grazie
 
2 settembre 2005
Aliquota fissa sulle rendite finanziarie

SONDAGGIO IL SOLE 24 ORE RADIOCOR

Una bilancia che pende nettamente a favore dell'armonizzazione delle aliquote sulle rendite finanziarie: il 73% degli 85 manager, economisti, imprenditori, banchieri e operatori di mercato interpellati da Il Sole 24 Ore Radiocor è favorevole all'omogeneizzazione della tassazione ma sottolinea la necessità di fissare alcuni paletti, come un allineamento graduale con gli standard europei. Di fronte all'ipotesi di una aliquota unica al 20 23% gli intervistati si dividono: il 49% del campione risponde « no » , mentre il 47% è favorevole. Per l'economista Tito Boeri « l'operazione va fatta aumentando l'aliquota sulle rendite finanziarie e abbassando contestualmente quella sui conti correnti bancari » e comunque « allineandosi verso il limite più basso, il 20% » . Mario Resca, presidente dell'American Chamber of Commerce in Italy e commissario di Cirio, mette in guardia, invece, dalle reazioni emotive. « Attenzione a non reagire in modo emotivo ai fatti degli ultimi mesi dice. Credo che aliquote differenziate in funzione della durata dell'investimento disincentiverebbero le speculazioni mordi e fuggi » . Pochi dubbi sull'ipotesi di esclusione dei titoli di stato: il 72% si dice contrario a fronte di un 26% favorevole. L'ipotesi di introdurre una franchigia per i piccoli risparmiatori, invece, divide i partecipanti con una leggera prevalenza dei contrari ( il 51%). Tra le voci contrarie all'esclusione dei titoli di Stato c'è Giuliano Segre, Professore ordinario di Scienza delle finanze a Ca' Foscari, secondo cui « basta ricordare gli arbitraggi che nella seconda metà degli anni 80 si verificavano fra debiti bancari e investimenti in titoli esenti » . Pareri discordi, invece, sull'opportunità di lasciare al 12,5% l'aliquota per i piccoli risparmiatori. Secondo l'avvocato Guido Rossi « la categoria dei piccoli risparmiatori va meglio tutelata come azionisti di minoranza nell'ambito del diritto societario piuttosto che dando privilegi fiscali » . Andrea Tomat, presidente Unindustria di Treviso, sottolinea che si tratta di « un meccanismo complicato e costoso da gestire e verificare » .
Anche il rischio di una fuga del risparmio all'estero divide gli intervistati: la manovra non determinerebbe una fuoriuscita di capitali per il 53% degli intervistati, mentre per il 39% il rischio esiste ma è legato all'entità della manovra e all'adeguamento ai livelli degli altri paesi dell'Unione.
Giampaolo Galli, direttore generale dell'Ania è certo « che ci sarebbe una fuga del risparmio. Così come è sicuro che si penalizzerebbe il risparmio e quindi gli investimenti: se in termini di gettito si pensa ad un saldo positivo per lo Stato, vuol dire che non può che essere negativo per il settore privato, incidendo quindi su risparmio e investimenti » .

http://www.assinews.it/rassegna/articoli/sole020905ba4.html
 
Attualità ALLARME CONTI PUBBLICI

Per qualche aliquota in più

La maggioranza si divide sulla tassazione delle rendite. An studia tre livelli differenziati. Ma i ministri frenano. E alla fine potrebbe passare solo una mossa simbolica

di Francesco Bonazzi

Poco prima di partire per la dacia di Putin, finalmente se n'è convinto anche Silvio Berlusconi: i soldi per tagliare le tasse non ci sono proprio. Quindi, per la prevendita dei sogni fiscali, piatto forte delle ultime campagne elettorali, tocca aspettare gennaio 2006. Come racconta uno dei fedelissimi che ha partecipato ai summit agostani di Porto Rotondo, "da qui a Natale, salvo miracoli mondiali, possiamo dedicarci solo a interventi qualitativi sulla spesa pubblica. Il resto sono chiacchiere". Chiacchiere, appunto, come quelle su aliquota unica, anticipi della riforma Irpef varata lo scorso gennaio, inasprimento della tassazione sulle rendite finanziarie e chi più ne ha più ne metta. Ma spesso anche 'ballon d'essai' da buttare lì a Camere chiuse, tanto per vedere l'effetto che fanno slogan come 'flat tax' (l'aliquota unica per tutti) e 'caccia ai capital gain'. Tanto è vero che, in assenza di cifre concrete, i centri studi evitano di esercitarsi sulle varie ipotesi fiscali.

La realtà con la quale si stanno misurando gli uomini del ministro Domenico Siniscalco ha invece una cifra ben chiara: 11,5 miliardi. È questo il gruzzolone da trovare e infilare nel modo più indolore possibile in Finanziaria, secondo il percorso concordato con Bruxelles per ridurre il deficit. Come? A parte i trentennali proclami sulla lotta all'evasione e i soliti 'recuperi di efficienza' della macchina statale, la misura più seducente è quella di un aumento della tassazione delle rendite finanziarie. Alleanza nazionale, con i ministri Gianni Alemanno e Francesco Storace in testa, ha già pronto il numero magico: '23'. Oggi, l'aliquota è al 12,5 per cento, ben inferiore a quella di molti paesi occidentali. Il responsabile dell'area fiscale di An, Maurizio Leo, ha nella cartellina due ipotesi per evitare che il tutto finisca per ritorcersi contro i piccoli risparmiatori. Il primo scenario prevede di lasciare al 12,5 la tassazione sui titoli di Stato, di alzare al 19 quella su azioni e obbligazioni e di abbassare quella sui conti correnti (oggi fissata a un punitivo 27 per cento). La seconda ipotesi prevede di portare tutta la tassazione al 23, tanto sui redditi da capitale quanto sui capital gain, offrendo però ai cittadini la possibilità di scegliere se inserire quei ricavi nel reddito complessivo, in modo da tutelare almeno i piccoli risparmiatori che rientrano nella 'no tax area'. Idee volenterose e anche ingegnose, ma il problema è politico. Se ad essere contrari sono pezzi da novanta pur abituati ad andare poco d'accordo tra loro come Gianfranco Fini, Giulio Tremonti e lo stesso Siniscalco, vuol dire che quelle ipotesi hanno poco futuro. Chi esce allo scoperto è il forzista Guido Crosetto, relatore dell'ultima Finanziaria e imprenditore-consigliere molto ascoltato dal Cavaliere: "Sono ipotesi da pazzi, si rischia di colpire le vecchiette, terrorizzare i ceti medi e spingere i grandi patrimoni a tornare in Svizzera". Se invece il vero problema è come togliere le munizioni ai 'furbetti del quartierino', allora Crosetto parla ancora più chiaro: "Questi signori non li conosco, ma vogliamo far credere agli italiani che solo Ricucci ha le holding all'estero?". Su un versante più tecnico, Alessandro Penati ha già smontato l'unica ipotesi con una cifra precisa che circola. Su 'Repubblica' del 26 agosto, l'economista ha ricordato che il gettito generato dai depositi bancari è appena un quindicesimo sul totale della ricchezza finanziaria. Significa che innalzare al 23 l'aliquota unica sarebbe una mazzata ben superiore alla piccola mancia sui conti correnti. Mentre sul fronte delle persone giuridiche, spiega Penati, "le grandi imprese continuerebbero a eludere il capital gain con le holding lussemburghesi e a pagare rimarrebbero le piccole". Al massimo, dice sotto garanzia di anonimato un ministro in carica, "potremmo fare un piccolo intervento di forte impatto emotivo ma solo sulla grande speculazione, roba da un miliardo di gettito o poco più".

L'altra mossa che potrebbe sedurre milioni di elettori va sotto il nome di 'flat tax' (letteralmente 'tassa piatta', il sogno di tutti) e la rilancia l'economista Antonio Martino, falco liberista ed ex allievo del Nobel Milton Friedman. Il ministro della Difesa sa bene che era una delle idee contenute nel primo programma di Forza Italia. E 11 anni dopo la rispolvera, nella convinzione che l'aliquota Irpef unica smantellerebbe quel castello kafkiano fatto di codicilli, burocrati, fiscalisti e patronati. Probabilmente sarebbe così, ma con un rapporto deficit-pil che viaggia sul 4,5 per cento e con il debito pubblico più alto d'Europa, quale governo avrebbe mai il coraggio di lanciarsi in una simile avventura? Se alla fine del ciclo elettorale si sbaglia l'aliquota unica, si rischia di andare tutti a casa e chiudere il Paese per bancarotta. Marigia Maulucci, segretaria confederale della Cgil, ha una battuta fulminante: "Orfani del partito unico, ripiegano sull'aliquota unica".

Alla fine, forse l'unico 'ballon d'essai' di quest'estate di palloni calciati in tribuna che potrebbe davvero tornare in campo è quello del condono. A tirarlo per primi sono stati Crosetto e l'esperto economico di Alleanza nazionale Roberto Salerno, proponendo di riaprire i termini per l'anno 2003. Il governo, per bocca del viceministro Giuseppe Vegas, ovviamente smentisce. Ma gran parte dei deputati della maggioranza è disponibile. A sparare sui condoni dalle colonne dei giornali si fa sempre bella figura, ma attraverso di questi, solo nell'ultimo biennio, la Casa delle libertà ha portato nelle casse dell'erario ben 19,8 miliardi di euro. L'estensione al 2003, unico buco temporale rimasto scoperto tra le varie misure già varate, frutterebbe almeno tre miliardi. Insomma, se la verginità fiscale è già persa, tanto vale completare l'opera. E con un emendamento parlamentare sotto Natale, il governo eviterebbe di sporcarsi le mani.

Se poi si passa dal copione agli attori, si vede che la commedia fiscale ha protagonisti in difficoltà. La variabile più imprevedibile è proprio quella del ministro di via XX Settembre. Siniscalco appare sempre più isolato nella sua maggioranza e all'ultimo momento si è imbarcato in quella lotta a Bankitalia che già costò il posto al predecessore Tremonti. Antonio Fazio, per parte sua, oggi appare indebolito nella veste di eventuale censore dei conti pubblici. E se davvero salverà la poltrona grazie al centro-destra, è difficile che il governatore faccia da sponda al 'tecnico' Siniscalco nel difendere la Finanziaria dall'ultimo assalto pre-elettorale. Ma con le spalle così al muro, il ministro dell'Economia potrebbe finalmente vestire di rispettabilità un eventuale e clamoroso abbandono. Magari per approdare sulle sponde della Margherita.




Alzarla di un punto non è scandaloso

Ma il governo è indietro di 15 anni. Parola dell'ex ministro Vincenzo Visco


Onorevole Visco, il governo sta studiando un aumento della tassazione sulle rendite finanziarie. Lei che ne pensa?

"Al di là del fatto che anche su questo punto la Casa delle libertà è politicamente spaccata, mi sembra un dibattito fuori tempo".

Di quanto?

"Direi di almeno 10-15 anni. Si sono dimenticati che ormai ci sono l'Europa e l'euro; che le Borse sono interdipendenti, compresa quella italiana, e che i tassi li fa il mercato. Non Palazzo Chigi".

Ma lei l'alzerebbe quell'aliquota del 12,5 per cento, che è tra le più basse d'Europa?

"Alzarla di un punto o giù di lì non sarebbe né scandaloso né disastroso, come sostiene l'ala più liberale della maggioranza. Ma ripeto, è un dibattito sul nulla, fuori dalla realtà. Che invece è un'altra".

Ovvero?

"Ma è possibile ridursi a pochi mesi dalla fine della legislatura a discutere di riforme così delicate come quelle sul piano fiscale, tra l'altro in un quadro di finanza pubblica che lascia spazio a pochi sogni? Credo che agli italiani tutta questa sceneggiata sulle aliquote non faccia un'impressione di grande serietà. Specie dopo che in quattro anni il governo ha lavorato in modo erratico, con ben 209 diversi interventi normativi, tra condoni e norme ad hoc".

Se è per questo si è tornato a dibattere anche della mitica 'flat tax'.

"Altro esercizio sul nulla. L'aliquota unica nei paesi occidentali non c'è, vorrà dire qualcosa? Altro che idea super-liberale, come dice qualcuno. L'hanno introdotta solo alcuni paesi dell'ex blocco sovietico come Polonia ed Estonia".

Dove c'erano enormi problemi di evasione fiscale. Un problema che ci è noto...

"A parte l'evasione, che purtroppo è sempre più alta anche da noi, quelle nuove democrazie avevano un problema di macchina fiscale totalmente assente e quindi hanno scelto il meccanismo più semplice e immediato da gestire. In Italia, dove la macchina c'è ed è semmai da razionalizzare, la flat tax sarebbe irrealizzabile".
Espresso
 
Economia

Due ipotesi a confronto

Gli effetti sul gettito fiscale di alcune ipotesi di modifica allo studio del governo


(dati in milioni di euro)

Consistenza Rendimento Gettito Gettito Gettito

2004 lordo attuale Ipotesi A Ipotesi B

Depositi bancari 882.125 4.933 1.332 937 1.135

Titoli di Stato 223.550 8.021 1.003 1.003 1.845

Obbligazioni e altri titoli medio-lungo termine 386.503 11.595 1.449 2.203 2.667

Quote di fondi comuni 303.012 10.605 1.326 2.015 2.439

Totale 1.735.362 35.159 5.111 6.159 8.087

Fonte: elaborazione Ufficio Studi CGIA di Mestre su dati Banca d'Italia.



Oggi le rendite finanziarie sono tassate con un'aliquota del 12,5 per cento, a eccezione degli interessi sui depositi

in conto corrente bancario o postale e sulle obbligazioni con durata inferiore ai 18 mesi (tassati invece al 27 per cento)

Nota Bene

Ipotesi A: mantenimento dell'aliquota del 12,5 per cento sul rendimento dei titoli di Stato; introduzione di un'aliquota unica del 19 per cento sulle altre rendite

Ipotesi B: introduzione di un'aliquota unica del 23 per cento

La simulazione non comprende il capital gain e i dividendi delle partecipazioni azionarie cosiddette 'non qualificate', come possono essere per i piccoli investitori i titoli di società quotate in Borsa (oggi tassati al 12,5 per cento), per la mancanza di dati specifici e strettamente legati all'andamento dei mercati. Per quel

che riguarda i fondi comuni, la stima è stata effettuata ipotizzando un rendimento medio del 3,5 per cento

espresso
 
Economia FISCO / LE STIME SULLE NUOVE ALIQUETE

Attacco alle rendite

Per tassare i guadagni finanzari il governo studia due soluzioni. Gettito massimo tre miliardi. Ma non cambia nulla per le plusvalenze dei raider

di Luca Piana

Quanto guadagnerebbe lo Stato aumentando le imposte sulle rendite finanziarie? Interpellati su uno dei temi più caldi del dibattito politico, argomento di discussione sia nella Casa delle libertà di Silvio Berlusconi sia nell'Unione di Romano Prodi, gli esperti tentano di schivare il colpo. Troppe eccezioni, troppi fattori imprevedibili, troppo rischioso - sostengono alcuni - modificare le regole del gioco chiedendo di più ai risparmiatori e agli investitori, che potrebbero reagire scappando con i loro capitali e vanificare, di conseguenza, ogni speranza di maggiori entrate per il Fisco. Fatte le debite avvertenze, tuttavia, un'approssimazione è quanto meno possibile. In mancanza di cifre ufficiali, l'ufficio studi della Cgia di Mestre l'ha effettuata per 'L'espresso' sulla base dei dati della Banca d'Italia sul patrimonio finanziario delle famiglie.

I risultati si vedono nella tabella riportata qui sotto. Le ipotesi considerate sono due e sono fra le possibili soluzioni esaminate dal responsabile dell'area fiscale di An, Maurizio Leo. La prima prevede il mantenimento dell'aliquota del 12,5 per cento sugli interessi dei titoli di Stato e l'unificazione al 19 per cento della trattenuta su tutti gli altri rendimenti (con la riduzione del 27 per cento applicato oggi sugli interessi dei conti correnti bancari). La seconda è invece l'introduzione di un'aliquota unica pari al 23 per cento. La simulazione mostra che nel primo caso il Fisco incasserebbe un miliardo di euro in più, nel secondo quasi tre miliardi. Una cifra importante, anche se insufficiente per cambiare il quadro dei conti pubblici. E fortemente ipotetica, soprattutto per quel che riguarda la fetta derivante dai fondi comuni, che in questi anni hanno visto crollare il gettito fiscale realmente generato.

Nonostante queste incertezze, la questione delle rendite finanziarie non anima solo il governo, dove tra i favorevoli a una revisione ci sarebbe il ministro dell'Economia, Domenico Siniscalco. Anche Romano Prodi lunedì 5 settembre ha annunciato modifiche, se tornerà a Palazzo Chigi: "È un problema di equità. Occorre distinguere tra la rendita dei Bot, per esempio, e chi accumula enormi plusvalenze grazie a speculazioni finanziarie. È chiaro", ha continuato, "che non possiamo trattare i due casi allo stesso modo. Ma certo è difficile difendere un sistema che ha alte tasse sul lavoro e basse tasse sulle rendite da capitale".

Da una parte politica o dall'altra, dunque, la questione è all'ordine del giorno. È tuttavia rilevante notare che né le ipotesi formulate da Leo né le parole del capo dell'Unione mettono davvero a fuoco la questione che ha scatenato il dibattito. Ovvero il favoloso guadagno di 1,2 miliardi di euro che avrebbero fatto gli immobiliaristi che, sotto la guida di Francesco Gaetano Caltagirone, hanno venduto le quote Bnl all'Unipol di Giovanni Consorte.

Quell'incasso, ha calcolato 'Il Sole 24 Ore', è praticamente esentasse (al Fisco andrebbero una ventina di milioni) grazie alla cosiddetta 'participation exemption' (o Pex), la norma voluta da Giulio Tremonti da ministro dell'Economia: l'idea è che questa ricchezza non venga tassata finché resta nell'impresa, ma che lo sia una volta sola (limitatamente al 40 per cento) nel momento in cui i soci la percepiscono come dividendo, con la normale imposta sui redditi.

Come si vede, dunque, con le aliquote su Bot e conti correnti, l'affare Bnl non c'entra proprio nulla. Per comprendere meglio la portata dei provvedimenti che potrebbero spettarci in futuro, è quindi necessario distinguere le rendite finanziarie dalle situazioni simil-Bnl e dagli effetti della Pex. Partiamo dalle prime.

L'idea di unificare in un'aliquota unica le tasse che si pagano sulle diverse rendite finanziarie non è nuova e, anzi, negli ultimi anni è stata coltivata sia da Tremonti che dal suo predecessore, Vincenzo Visco. Una storia di come si è arrivati alla sitazione attuale si trova nel ricco volume 'Per la ripresa: welfare e fisco', curato da Paolo Onofri e Silvia Giannini, nato in seno alla Fondazione Di Vittorio e in arrivo in libreria per 'il Mulino' il 15 settembre.

Già Visco nel 1997 avrebbe voluto una sola aliquota del 19 per cento, da pagare sia sul rendimento dei titoli di Stato che su tutto il resto, conti correnti compresi. Il livello identificato era vicino allo scaglione minimo dell'Irpef di allora, nell'idea di avvicinare la tassazione sulle rendite finanziarie a quella del lavoro. Non se ne fece nulla: troppo delicato, in un mondo pre moneta unica, intervenire con una manovra che avrebbe potuto far risalire il costo del debito pubblico: "Qualsiasi elemento che potesse turbare la discesa dei tassi d'interesse doveva essere evitato", dice Maria Cecilia Guerra, docente di Scienze delle finanze e coautrice del libro.

Anche Tremonti aveva messo in programma l'unificazione, questa volta però al livello più basso, il 12,5 per cento. Tuttavia Tremonti non riuscì a contrastare l'aumento del deficit e l'unificazione venne rimessa nel cassetto. Per essere rispolverata ora con un segno del tutto opposto (un aumento), allo scopo di reperire risorse per tappare le falle nel bilancio.

Non c'è però nulla di scontato: aumentare le tasse in clima pre-elettorale è dura, soprattutto se, come sostiene Guerra, gran parte delle rendite finanziarie vanno alle persone più abbienti. Ma per la praticabilità politica non cambierebbe molto se avesse ragione l'economista Alessandro Penati, contrario a ogni aumento, convinto che sulle rendite contino molte famiglie che "risparmiano tanto perché non si sentono tutelate dal sistema previdenziale".

Tutt'altra cosa è, invece, tentare di imbrigliare gli speculatori finanziari stile Bnl per tentare di far pagare loro un po' di imposte. La questione è tecnicamente complessa e ogni sistema ficale per tassare il reddito d'impresa, anche quello messo in piedi da Visco e poi smantellato, non è immune dalle regalie. Il tributarista Tommaso Di Tanno fa però un calcolo utile per dare un'idea della rilevanza della questione: "Prendiamo due società con un reddito imponibile pari a 100, nel primo caso frutto dell'attività industriale, nel secondo dei guadagni realizzati vendendo pacchetti azionari. Nelle tasche del socio di maggioranza della prima, diciamo l'industriale", spiega il tributarista, "andrà una somma pulita pari a 56. Il suo collega della seconda società, il finanziere, grazie alla Pex incasserà invece circa 83".

Per Di Tanno il problema è che genere di obiettivi economici si pone il sistema fiscale. Avverte però Andrea Manzitti, capo del dipartimento delle politiche fiscali dell'Economia ai tempi di Tremonti, convinto difensore della Pex: "Chi non paga le tasse in operazioni simili a Bnl, troverà sempre il modo di non farlo, operando magari da altri Paesi". Aggiustamenti, correzioni, ovviamente sono possibili. Sostiene Manzitti: "Se esiste un buon motivo per aumentare le tasse sulle rendite finanziarie, è quello di ridurre quelle che gravano sul lavoro".

espresso
 
SuperFigo ha scritto:
Ringrazio acida per l'indicazione, però cercavo un'indicazione precisa.
Vi faccio un esempio.
Supponiamo di acquistare all'emissione uno ZC a 80, durata 3 anni, rimborso a 100.
Se mi trovo in regime di risparmio amministrato, alla scadenza pago il 12,5% dello scarto di emissione, cioè (100-80)*12,5%=2,5. Pertanto non incasso 100, ma 97,5. è giusto?
Giusto, ma il risparmio amministrato non c'entra perché non stiamo parlando di redditi diversi, ma di redditi di capitale.
SuperFigo ha scritto:
Tuttavia fino a qualche tempo fa esisteva l'equalizzatore, meccanismo abbastanza complesso volto a rendere indifferente la tassazione "sul realizzato" a quella "sul maturato", per cui il benefico fiscale di detenere in regime di risparmio amministrato uno ZC fino a scadenza era eliminato. Di recente, l'equalizzatore è stato abrogato (ad eccezione mi sembra dei fondi esteri) per cui mi chiedo e vi chiedo:
in base alla normativa attualmente in vigore, se detengo (in regime amministrato) uno ZC fino alla scadenza, usufruisco realmente di un beneficio fiscale consistente nella tassazione soltanto al momento del rimborso??
Grazie
La risposta è sì, ma se vuoi approfondire l'argomento ti consiglio di leggere questo post dove è stato sviscerato molto bene:
http://www.finanzaonline.com/forum/showthread.php?t=557265&page=1&pp=15&highlight=mal+coupon
 
Bertinotti

«Tasse su Bot e Cct ma con franchigia a 100 mila euro»

ROMA - (l.mi.) Tassare Bot e Cct, ma solo quelli in mano a banche e imprese. La proposta arriva da Fausto Bertinotti (nella foto ), che ieri su Liberazione rispondeva alla lettera di una signora assai preoccupata e stupita dell’intenzione del segretario di Rifondazione comunista di colpire le rendite da capitale. «Quando parliamo di tassare questi titoli di Stato non intendiamo affatto riferirci ai piccoli risparmiatori, ma alle grandi istituzioni economiche e finanziarie», rassicura i lettori Bertinotti. Come fissare la linea di discrimine? «Stabilendo una franchigia al di sotto della quale non cambia il trattamento fiscale rispetto alla condizione attuale. Penso si possa parlare di 100 o 150 mila euro» propone il segretario di Prc. L’idea lascia perplesso Nicola Rossi: «Tecnicamente mi pare assai difficile da realizzare. E poi così si ripropone un principio un po’ superato, e cioè che la tassazione di tutte le forme di reddito debba rientrare nell’imposta personale», spiega il deputato ed economista ds. Meglio piuttosto «applicare un’aliquota più bassa delle imposte personali a tutte le rendite finanziarie». Più possibilista invece Tiziano Treu: «In linea generale è giusto operare una differenziazione, anche se non è cosa facile da attuare - osserva il senatore della Margherita ed ex ministro del Lavoro -. Certo la franchigia mi sembra alta per averla proposta Bertinotti!».
corriere
 
FISCO. Confedilizia: “No alla discriminazione nell'immobiliare”
19/09/2005 - 17:06


"La discriminazione fiscale tra soggetti operanti nel settore immobiliare - ha dichiarato il Presidente Confedilizia, Corrado Sforza Fogliari - oggi gravemente presente nel sistema tributario italiano, crea forme di concorrenza sleale che penalizzano il mercato nel suo complesso e, soprattutto, determinano un comprensibile, negativo atteggiamento sia negli investitori internazionali che, ormai, a livello anche di risparmiatori".

"La necessità impellente - secondo il presidente - è che, nell'interesse di tutti, il sistema fiscale immobiliare sia ricondotto ad equità, così che la concorrenza si sviluppi in termini corretti e correttamente avvenga il confronto anche sulla capacità di rispondere alle esigenze del disagio abitativo, peraltro quantificabile in Italia in termini percentuali non superiori all'8% della popolazione e cioè in termini affrontabili più che soddisfacentemente con l'edilizia economica e popolare già esistente, se correttamente gestita addirittura anche in una percentuale ridotta".

"Il sommerso presente nel settore immobiliare (peraltro in termini non superiori rispetto ad altri settori) non deve comunque essere ulteriore pretesto - conclude Sforza Fogliari - dipenalizzazione di chi paga le tasse, a beneficio di chi non le paga e apposta, quindi, lo enfatizza,coi pesanti mezzi di comunicazione che controlla, anche per cercare, addirittura, di ulteriormente maggiorare i propri benefici".



HC 2005 - redattore: NZ

http://www.helpconsumatori.it/news.php?id=3130

Ecco un bel settore da penalizzare fortemente con la tassazione se l'immobile rimane sfitto
 
Affitti deducibili per redditi fino a 50mila euro
(14/09/2005)



Incentivi fiscali per proprietari e inquilini per far emergere il sommerso, maggiori agevolazioni sui mutui prima casa e contratti a canone concordato per tutti i Comuni. E' il pacchetto di misure che il vice ministro alle Infrastrutture con delega alle politiche abitative Ugo Martinat si propone di inserire nella prossima manovra finanziaria per favorire il mercato delle locazioni immobiliari.

La proposta, una sorta di "mini-manovra" sulla casa che arriva all'inizio dei lavori di preparazione della legge Finanziaria, nelle intenzioni del vice ministro dovrebbe "venire incontro al forte disagio economico dei ceti medio-bassi residenti nelle aree metropolitane", che costituiscono buona parte di quel 20% circa della popolazione che vive in una casa in affitto.

Le proposte di Martinat riguardano in primo luogo il capitolo agevolazioni fiscali sulle locazioni. A beneficio degli inquilini, il vice ministro propone "la completa deduzione dei canoni pagati" per chi gode di un reddito fino a 50.000 euro annui. Questa misura, oltre a comportare un vantaggio diretto per le famiglie, creerebbe nell'inquilino l'interesse alla regolarizzazione del contratto, facendo emergere il sommerso, che la Guardia di Finanza stima in circa il 20% del mercato degli affitti. In questo modo si avrebbe anche una crescita del gettito fiscale, "che andrebbe a compensare le agevolazioni".

Ma i vantaggi fiscali sono previsti anche per i locatori. Martinat propone l'imposizione di "una tassazione sostitutiva, molto più conveniente" dell'aliquota marginale Irpef attualmente applicata al reddito da locazione. Le agevolazioni per i proprietari dovrebbero anche onsentire "l'introduzione sul mercato delle locazioni di un maggior numero di appartamenti attualmente chiusi".

Sempre in tema di sconti fiscali, Martinat vorrebbe "aumentare sensibilmente la detrazione degli interessi passivi sui mutui ipotecari per l'acquisto dell'abitazione principale", attualmente fissata al 19%. Una misura rivolta in modo specifico alle giovani coppie, per le quali diverrebbe meno gravoso comprare casa.

L'ultimo intervento suggerito dal viceministro è l'estensione a tutti i Comuni della possibilità di stipulare contratti a canone agevolato, in base alla legge 431/98, opportunità oggi disponibile solo per i Comuni ad alta tensione abitativa.


http://www.miaeconomia.it/retrieval...=38&idarticle=79320&can=CASA&cat=Casa+e+fisco
 
21 settembre 2005
Garbi: tassiamo le rendite «fai-da-te»


LA PROPOSTA / «Allo Stato 3 miliardi da un'aliquota al 23% sui capital gain da investimento diretto»

Il numero uno di Mts: la tutela del risparmio? Incentivando i fondi
MILANO — Da uno del settore non te l'aspetti. Il calzolaio non chiede più tasse sul cuoio, l'ortolano non ne chiede sulla frutta. Gianluca Garbi, presidente del Mercato dei Titoli di Stato, propone invece al governo di aumentare la tassazione delle rendite finanziarie. Incluse le obbligazioni pubbliche, quelle di cui la sua azienda è il principale intermediario in Europa. Escluso però il risparmio gestito, che così verrebbe incoraggiato rispetto agli investimenti fai-da-te da parte del pubblico.
Più tasse sui redditi da risparmio: non si rischia di penalizzare chi compra titoli di Stato?
«No, le famiglie che detengono i vecchi Bot sono sempre meno numerose — risponde Garbi, ex funzionario del Tesoro a partire dagli anni di Mario Draghi alla direzione generale —. Ormai la gran parte dei titoli è sottoscritta da fondi, gestori, società d'intermediazione in Italia e fuori. Piuttosto, una tassazione intelligente delle rendite può proteggere i piccoli investitori meglio di quanto non sia riuscito a fare il disegno di legge sul risparmio».
La migliore tutela sono le tasse?
«La protezione sarebbe garantita continuando ad applicare ritenute al 12,5% sui redditi da capitale, in tutte le forme di risparmio gestito. Una ritenuta alla fonte più elevata, magari al 23% come nella prima aliquota dell'imposta sulle persone fisiche, scatterebbe invece sulle rendite finanziarie al dettaglio: quelle nelle quali i cassettisti investono direttamente in questo o quel prodotto».
Dov'è il vantaggio?
«Si scoraggerebbe il rischio che i risparmiatori si concentrino su un unico titolo, com'è successo su Parmalat o sull'Argentina. Si darebbe alle famiglie un incentivo fiscale a rivolgersi al risparmio gestito, che diversifica evitando così i rischi di forti perdite. E i fondi hanno più forza negoziale in caso di crac. L'investimento diretto nei bond non esiste in un mercato sofisticato come Londra, perché dovrebbe esserci da noi?».
I privati tassati di più, i fondi di meno: è un favore alle banche, già accusate di conflitto d'interessi perché depositarie della gran parte del risparmio gestito?
«No: un singolo risparmiatore potrebbe investire per esempio in Etf, gli «Exchange Traded Funds» (fondi quotati che spesso ricalcano l'andamento di un listino, ndr). Questi prodotti hanno commissioni pari ai fondi di custodia titoli, molto basse, ma possono equivalere al risparmio gestito dal punto di vista fiscale».
Mts, la sua società, è interessata in un sistema che tassa i prodotti nei quale commercia?
«Rafforzerebbe i fondi e il mercato diventerebbe più liquido. Inoltre una fiscalità delle rendite di questo tipo porterebbe nel primo anno entrate supplementari da 3 miliardi: tutte risorse per il risanamento o per il taglio della pressione fiscale alle imprese. E più crescita e meno deficit aumentano il prezzo dei titoli di Stato».

http://www.assinews.it/rassegna/articoli/cor210905ba3.html
 
Vietti: tassare le rendite finanziarie? Non sarebbe uno scandalo







Gli enti locali invocano a gran voce un incontro con il Governo sulla Finanziaria. E al più presto. Ma non sono gli unici a chiedere che il ministero dell’Economia metta nero su bianco le cifre della manovra per il 2006. Per ora, infatti, sono circolate solo indiscrezioni e i timori sui tagli sono assolutamente trasversali. L'unico dato ormai certo è che l'entità complessiva della manovra si aggirerà intorno ai 21 miliardi, di cui 11,5 per la riduzione del deficit - imposta da Bruxelles - e 9,8 miliardi per lo sviluppo.

Di questo si è parlato a Miaeconomia Tv con Michele Vietti, sottosegretario al ministero dell’Economia, Fabio Sturani, vicepresidente Anci, e Riccardo Faini, docente di Politica economica all’Università di Tor Vergata.

Le forbici del Ministero dell’Economia, sempre secondo indiscrezioni, potrebbero interessare i bilanci degli enti locali per 3 miliardi di euro. E mentre il ministro della Salute, Francesco Storace, chiede nuovi fondi, le voci parlano di 2,5 miliardi di euro di tagli a carico del suo dicastero. E anche gli altri colleghi non dormono sonni tranquilli: i tagli in questo caso potrebbero essere pari a 6 miliardi di euro.
Sul fronte dei sindacati la preoccupazione riguarda presunti tagli al pubblico impiego di oltre un miliardo e l’ormai dato per certo blocco del turn over. E ce n’è anche per le imprese, in attesa della tanto annunciata riduzione dell’Irap per complessivi 2 miliardi di euro.

Nelle indiscrezioni trapelate dalla stampa si è poi parlato della cosiddetta tassa di scopo: in pratica il Comune che decidesse di effettuare una nuova opera (asili nido, manutenzione stradale, recupero di aree storiche) dovrebbe imporre una tassa da far pagare ai cittadini. “Se si pensa a una tassa di scopo a fronte di una riduzione dei trasferimenti dello Stato –ha detto Sturani- la proposta è inaccettabile”.

Quanto al tetto di spesa del 2% Vietti ha dichiarato: “Il metodo Gordon Brown non si applicherà agli investimenti, abbiamo accolto le richieste degli enti locali”. “Il Governo – ha aggiunto poi- ha previsto che l’amministrazione centrale debba risparmiare circa 6 miliardi e chiede alle amministrazioni periferiche di risparmiarne circa il 3%”. Per questo, aggiunge “si dice che dal tetto del 2% verranno esclusi gli investimenti”.

A proposito della partecipazione degli Enti locali ai ricavi del gettito nella lotta all’evasione ha poi aggiunto: “La compartecipazione della lotta all’evasione degli enti locali trova accoglimento nella Finanziaria”. Quanto alla possibilità di introdurre la tassazione sulle rendite finanziarie, Vietti ha precisato: “qualora le coperture non fossero sufficienti, non sarebbe uno scandalo”. Ma intanto gli enti locali restano in attesa dell’incontro con il Governo che ormai giudicano “urgentissimo”.

Ma c'è un altro mostro che si sta gonfiando - avverte Faini - quello dei conti pubblici. "L'entità del disavanzo è preoccupante: il Governo ha parlato di un deficit al 4,7%, ma secondo diversi studi ormai viaggiamo attorno al 5,5%".

Paola Toscani

http://www.miaeconomia.it/retrieval...article=79491&can=HOMEPAGE&cat=Miaeconomia+TV
 
Boh qualche idea ce l'avrai e ti rimando a miei interventi nel thread fondi immobiliari su Fondi e c/c

Interessante trovo la proposta di Martinat

Sarà possibile dedurre gli affitti
Il nuovo pacchetto casa del vice ministro alle Infrastrutture con delega alle politiche abitative Ugo Martinat prevede una serie di iniziative e incentivi per gli inquilini e per i proprietari, con l’intenzione, non troppo velata, di far emergere il sommerso. Al vaglio, infatti, ci sono una serie di agevolazioni sui mutui prima casa e sui contratti a canone concordato, da applicare, adesso, in tutti i Comuni del BelPaese.
Il progetto prevede di inserire nella prossima manovra finanziaria alcune agevolazioni per favorire il mercato delle locazioni immobiliari.
Quella che sta preparando Martinat è, in un certo senso, una piccola manovra sulla casa, messa sul tavolo delle discussioni proprio all'inizio dei lavori di preparazione della legge Finanziaria: nelle intenzioni dello stesso Martinat dovrebbe «venire incontro al forte disagio economico dei ceti medio-bassi residenti nelle aree metropolitane, che costituiscono buona parte di quel 20% circa della popolazione che vi ve in una casa in affitto».
Uno dei piatti forti della proposta del viceministro ha come punto focale le agevolazioni fiscali sulle locazioni.
A beneficio degli inquilini, Martinat ha proposto la completa deduzione dei canoni pagati per chi gode di un reddito fino a 50.000 euro annui.
Un’iniziativa, questa, che dovrebbe portare, nelle famiglie, un certo interesse alla regolarizzazione dei contratti d’affitto (che secondo le stime della Guardia di Finanza costituirebbero quasi il 20% del mercato). Questa scelta aumenterà anche il gettito fiscale.
Ovviamente ci saranno anche dei vantaggi fiscali per i locatori.
Nel pacchetto è prevista «una tassazione sostitutiva, molto più conveniente dell'aliquota marginale Irpef attualmente applicata al reddito da locazione».

Es: in attesa di revisione degli estimi, da detassare sempre la prima casa, aumentare da 1/3 a 2/3 il reddito da fabbricati di immobili a disposizione e non prima casa.

Guarda vado controcorrente: nessuno (perchè è impopolare ma servirebbe) prevede un aumento della tassazione dell'immobiliare. Io dico: lasciamo come è l'aliquota sui redditi da ricchezza mobiliare e aumentiamo quella immobiliare non legata alla prima casa.
 
FabioGalletti ha scritto:
.....A beneficio degli inquilini, Martinat ha proposto la completa deduzione dei canoni pagati per chi gode di un reddito fino a 50.000 euro annui. .....

beh...la proposta è meritevole d'attenzione; ma la barriera a 50'000 € mi sembra poco coerente con il desiderio di agevolare i ceti con redditi medio/bassi delle aree urbane. Penso che già coloro che sono sopra i 30'000 € all'affitto possano badare da soli.
E già mi sembra generoso. 30'000 € per 13 mensilità fanno 2'300 €/mese lordi, diciamo 1'700 netti. Ci sta l'affitto tranquillamente.

S.
 
brianzatrade ha scritto:
beh...la proposta è meritevole d'attenzione; ma la barriera a 50'000 € mi sembra poco coerente con il desiderio di agevolare i ceti con redditi medio/bassi delle aree urbane. Penso che già coloro che sono sopra i 30'000 € all'affitto possano badare da soli.
E già mi sembra generoso. 30'000 € per 13 mensilità fanno 2'300 €/mese lordi, diciamo 1'700 netti. Ci sta l'affitto tranquillamente.

S.

:( :( :( :( :(

Ho l'impressione che vivi ancora con mamma e papà ;) Senza polemica, ma vorrei farti notare che dover pagare un affitto ai canoni di mercato, non agevolati, con 2.300 euro lordi al mese di stipendio non colloca nessuno nella fascia di reddito medio-alta, casomai in quella medio-bassa :rolleyes: Senza contare che stiamo parlando di un single.... :bye:
 
Rendite, il giallo dell’aliquota

Balena all’ultimo momento e poi, almeno per ora, rapidamente scompare dalla Finanziaria la tassazione delle rendite finanziarie. Ieri sera fino a tarda ora nei ranghi della maggioranza si era attivamente lavorato all’ipotesi della doppia aliquota: immutata al 12,5% per i titoli di Stato, che Silvio Berlusconi aveva promesso di non toccare; per alzare invece al 19% quella sugli altri «capital gains». Difficile capire cosa ne sarebbe stato dei fondi che hanno entrambi i tipi di titoli, anche perché il trattamento fiscale rischierebbe di rivelarsi complesso. Dubbi restavano anche sulla possibilità di creare distorsioni nel mercato. Poi però il premier ha tagliato corto: «Grazie a un mio preciso intervento», ha detto, l’ipotesi è caduta. corriere
 
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