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Molière: un borghese alla corte del re Sole


Jean-Baptiste Poquelin, detto Molière (1622-1673), non sembrava destinato dalla nascita a diventare attore e commediografo. Figlio del tappezziere del re, avrebbe assai plausibilmente intrapreso una comoda (e lucrativa) carriera nell'amministrazione pubblica, al pari di molti borghesi arricchiti con ansie di promozione sociale. E, invece, gli studi al collegio Clérmont, le amicizie con Chapelle e Cyrano de Bergérac, la frequentazione degli ambienti libertini (e forse delle lezioni di Gassendi), ma soprattutto l'incontro folgorante con la commedia dell'arte, lo indussero ad intraprendere l'ardua carriera dell'attore teatrale. Ardua, perché in quell'epoca - in cui pure i re si degnavano di ridere alle facezie di Arlecchino e di Pantalone &endash; il mestiere dell'attore era considerato con sospetto, le attrici alla stregua delle prostitute, e le loro spoglie mortali indegne di trovare sepoltura in terra consacrata. E, tra le fila del clero, e ancor più tra quelle della borghesia giansenista, già si preparava la reazione moralista che, alla fine del secolo, avrebbe espulso il teatro (e lo stesso Molère) dalla corte.
 
Ma la passione, nata nel giovane Jean-Baptiste allo spettacolo delle acrobazie mimiche e linguistiche del comico italiano Tiberio Fiorilli, detto Scaramuccia, lo convinsero ad abbandonare gli studi giuridici per unirsi ad una piccola troupe teatrale cha batteva la provincia.

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La concorrenza degli Italiani e la volubilità di un pubblico avido di novità convinsero Molière, già grande attore, a diventare incomparabile autore di commedie. Dopo l'infruttuoso tentativo di cimentarsi nel genere aulico della tragedia, la sua prima fase creativa coincide con la rielaborazione, pur geniale, di vecchi canovacci della commedia dell'arte oppure del repertorio classico (greco e romano). Ma già in queste prime prove si ravvisa quell'attenzione unica al dato sociale e ai suoi riflessi sulla psicologia dei personaggi, che sottrae i suoi personaggi alla schematicità delle maschere italiane. Così, le sue borghesi che scimmiottano la moda di corte, i suoi vecchi avari, ipocondriaci e gelosi, i suoi valletti furbi e intraprendenti si svincolano progressivamente dagli stereotipi della commedia dell'arte per conquistare una dimensione sociale ed uno spessore umano che ne hanno fatto dei tipi immortali. E se ancora non sono, e d'altronde non possono essere, dei veri e propri tipi sociali, già non sono più dei bambocci in maschera.
 
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Se, durante tutta la sua esistenza di artista, egli fu oggetto degli attacchi continui, e a volte meschini e personali, di cortigiani gelosi del suo successo e di censori ipocriti ed ottusi, i grandi pensatori del XVII secolo, e tra tutti Boileau, riconobbero la sua superiorità tra gli scrittori del suo tempo. E ancora, se per lui non fu parca di elogi l'élite cortese (che poi gli voltò le spalle in punto di morte), egli seppe riscuotere un notevole successo presso il vasto pubblico popolare che, fin dagli anni delle tournées in provincia, fu sempre il suo pubblico d'elezione. A tal punto che, nel valutare le sue opere, ancor più che alla dotto parere dei sapienti, egli teneva, come ricorda Schiller, al giudizio estemporaneo della sua cameriera. In un'epoca in cui inesorabilmente la cultura ufficiale voltava le spalle alle masse popolari, Molière (e con lui pochi altri) non dimenticò mai l'alta lezione della commedia dell'arte, di Scaramuccia, di Arlecchino e del teatro di strada. E i frizzi, le boutades e i tiri mancini dei valletti Mascarille, Sgannarelle e Scapin avrebbero avuto vita assai più lunga delle sofisticate smancerie dei pur encomiabili balletti di corte.
 
Le sue opere, circa una trentina, diverse per genere, sono quasi tutte fondate sulla comicità che nasce spesso dalla rappresentazione, caricaturale e deformata, della società dell'epoca.
La satira e la critica colpiscono nei loro difetti soprattutto i notabili, coprendoli di ridicolo: medici ciarlatani, ipocriti, pedanti, mariti gelosi, falsi intellettuali e falsi devoti, nobili corrotti. Questi personaggi, nati dall'osservazione degli uomini e della società del tempo, assumono, grazie all'esagerazione e alla deformazione operate da Molière, un carattere universale e diventano dei tipi dai caratteri definiti, o meglio, degli archetipi. La varietà caratterizza anche lo stile di Molière, che attribuisce a ogni personaggio e a ogni situazione il proprio linguaggio, con una grande mescolanza di toni e di registri che vanno dalla parlata popolare a quella raffinata, ai gerghi dei medici o dei giuristi: toni che, uniti nell'intreccio, contribuiscono in modo decisivo all'esplosione della comicità.
 
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Molière si trovò ad essere protagonista di un gioco assai crudele del destino. Il giorno 10 febbraio 1673, Molière aveva portato in scena per la prima volta e con grande successo, "Il malato immaginario" nella sala del Palais-Royal. Il 17 febbraio 1673 nel corso della quarta replica, Moliere fu colto da un attacco cardiaco, ma volle ugualmente rimanere sulla scena affinché non venisse sottratto un giorno di salario ai tecnici di scena, ma, ironia della sorte, continuò la rappresentazione di un malato che, non solo non lo era , ma fingeva di esserlo, mentre lui che lo era davvero e prossimo alla morte non doveva mostrarlo. Solamente alla fine dello spettacolo si fece accompagnare nella sua casa poco distante dal teatro, dove morì poche ore dopo. Molière morì a Parigi quello stesso giorno, verso le dieci di sera.
Il parroco della chiesa di Sant'Eustachio, la stessa nella quale era stato battezzato, rifiutò la sepoltura dell'attore perché era morto senza rinnegare la sua professione e quindi senza liberarsi dalla scomunica. Solamente le disperate suppliche della moglie Armande rivolte all'Arcivescovo di Parigi permisero la sepoltura di Molière nel cimitero di S. Giuseppe, purchè l'inumazione venisse eseguita di notte e senza esequie celebrate da un sacerdote.
 
Cyrano de Bergerac, non è un nome di fantasia, è una persona realmente esistita: uno scrittore della Francia del '600, contemporaneo di tre grandissimi - Molière, Corneille e Racine - autore di romanzi utopistici, tragedie, commedie, ma fu soprattutto una figura eccentrica, bizzarra, estrema, che coltivava un interesse profondo e particolare sia per la lettura fantastica che per le scoperte scientifiche e le riflessioni filosofiche e morali. Insomma, un genio scandaloso e irregolare, inviso ai potenti del suo tempo, che quando entrò in disgrazia fecero di tutto per accelerare la sua rovina. Ebbe certamente un'esistenza avventurosa. Entrò giovanissimo nella Compagnia delle Guardie dove si distinse per il suo carattere aggressivo ed irruente, protagonista di numerosi duelli partecipò agli assedi di Mouzon e Apras dove rimase ferito al collo ed alla gola. Lasciata la carriera militare si dedicò ai suoi molteplici interessi, non solo letterari, continuando la sua vita sregolata, rifiutando gli aiuti che gli venivano offerti, disdegnandoli con ostento disprezzo. In definitiva alla bella figura di intellettuale dèracinè, con una coscienza civile e politica alta, culturalmente insolita ed originale per quell'epoca.
 
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Il suo vero nome era Savinien de Cyrano de Bergerac, un personaggio eccentrico e bizzarro, scrittore ed apprezzato alchimista, considerato al pari di altri grandi studiosi dell’ermetismo dell'epoca quali Fulcanelli e Canseliet, vissuto nella Francia del 1600 contemporaneo di Molière, Corneille e Racine. La sua eccessività non era però solo nel naso,Cyrano conduceva infatti una vita sregolata condita di scandali ed avventure.
 
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La celebre figura di Cyrano fu portata alla fama dalla capacità dello scrittore francese Edmond Rostand (Marsiglia 1868 – Parigi 1918), che intorno alle sue gesta, in maniera di commedia, realizzò un romanzo dall’omonimo titolo nel 1897.
Quello che alcuni non sanno è che Cyrano de Bergerac non è solo un personaggio della fervida fantasia di questo autore, ma un uomo realmente esistito, per la precisione uno scrittore francese del ‘600, autore di commedie, di tragedie, di saggi, dalla personalità eccentrica e stravagante, interessato alle scoperte scientifiche, alla meditazione filosofica, odiato fino alla morte dai potenti del suo tempo.
Cyrano fu nell’esercito francese, in cui si distinse per la spavalderia e i numerosi duelli, fino a che una grave ferita non lo costrinse a prenderne congedo. Da quel momento si dedicò a pieno alle sue passioni, la scrittura, la fisica, la politica, scoprendo nella penna una degna sostituta della spada per continuare a duellare contro i furbi, i prepotenti e i corrotti.
Seppe essere scrittore e uomo dalla grande vivacità intellettuale, estroso per l’esagerazioni burlesche che utilizzava nei suoi scritti, e sempre appassionato nel palesare le sue idee.
In questo modo Cyrano de Bergerac viene ricordato nelle rappresentazioni teatrali, nei film e nel romanzo di Rostand, come un valoroso e geniale artista che seppe cantare l’idillio del cuore a contatto con il suo desiderio.
 
“ Era una notte di Luna piena e il cielo era limpida, quando stavo rientrando con alcuni amici a casa.Quella sfera appesa al cielo, gialla come lo zafferano, ci ispirò pensieri profondi. Io credo che la Luna sia un mondo simile al nostro – dichiarò Cyrano- e che il mondo abbia assoluto bisogno della Luna.”

E’ questo un passo tratto da “l’altro mondo o gli stati e imperi della Luna” una delle maggiori di Cyrano de Bergerac, scrittore francese vissuto fra il 1619 e il 1655 e famoso per le dimensioni straordinarie del suo naso, l’abilità di maneggiare la spada e la fervida immaginazione. Cyrano scrisse quest’opera piena di bizzarre fantasie quattro anni prima della sua tragica morte, avvenuta per le gravi ferite procurategli da una trave che lo aveva colpito alla testa. Nell’opera Cyrano raccontava un suo immaginario viaggio sulla Luna, dove sarebbe arrivato grazie a un sistema di sua invenzione veramente degno di essere ricordato: “ applicai intorno al mio corpo una gran quantità di ampolle piene di rugiada; il calore del Sole, attraendo la rugiada, sollevò anche me, fino a quando mi trovai in cima alle montagne. Però dato che la forza di attrazione mi faceva salire troppo rapidamente, decisi di rompere le ampolle una dopo l’altra per poter discendere più in basso”. Cyrano non riusci ad arrivare sulla Luna e ritentò a bordo di una portantina a vela… Pensando però che la vela non fosse necessaria , si unse il corpo con un midollo di bue, dato che la tradizione contadina riteneva che la luna calante avrebbe “succhiato” il midollo degli animali. Quando Cyrano arrivò alla meta la trovò tutt’altro che deserta. Era popolata da esseri di mille specie, una cosa è certa tutti vivevano li da almeno 4.000 anni.

Racconta Cyrano: Questi strani abitanti della luna conservano, in particolari vasi fabbricati appositamente, il profumo dei cibi più diversi; a tavola il vaso viene aperto e il profumo che si diffonde è goduto da tutti i presenti. Dormono invece che in un letto, sul suolo ricoperto di fiori di aloe, e si fanno luce con recipienti di cristallo nei quali sono racchiuse lucciole giganti.” Le città della luna non sarebbero meno originali dei suoi abitanti: “le case si possono muovere, infatti, quando arriva il cattivo tempo e il gelo, si mette in azione il meccanismo per far scendere la casa sempre più in basso”.
 
Mondo e teatro sono i cardini su cui si fonda la riforma della commedia operata da Goldoni attorno alla metà del 1700. Il '700 è il secolo delle riforme; in seno all'Arcadia si attua la riforma del melodramma da parte di Metastasio e anche Goldoni fu arcade, come risulta dall'intestazione della prima raccolta di commedie pubblicata nel 1750 con il titolo: "Le commedie del Signor Avvocato Carlo Goldoni veneziano, fra gli Arcadi Polisseno Fegejo". Goldoni, infatti, era entrato in Arcadia nel 1745.
Egli vive per il teatro e il teatro goldoniano si ispira al mondo che circonda l'autore, alla realtà di tutti i giorni.
Il tema del Progetto è "Intellettuale e potere", quindi prenderemo in esame Goldoni in rapporto al secolo dei lumi e alla conseguente affermazione della borghesia di cui Goldoni stesso fa parte e di cui ci presenta gli aspetti migliori - almeno nella prima parte della sua produzione.
Ma bisogna fare attenzione al fatto che Goldoni rappresenta tutti gli aspetti della vita che si muove intorno a lui e quindi tutta la Venezia del suo tempo, tutte le classi sociali che si muovono e operano nel tessuto urbano della sua amata città, perché - come ha detto De Sanctis - "la nuova letteratura fa la sua prima apparizione nella commedia del Goldoni, annunziandosi come restaurazione del vero e del naturale nell'arte". Goldoni si era prefisso e svolgeva, meglio di ogni altro scrittore europeo, il compito che più tardi sarà svolto da Balzac: la stesura di una rappresentazione completa, esauriente della realtà sociale in tutti i suoi aspetti, insomma una vera e propria Commedia Umana.
 
Quando Goldoni intraprese la sua attività di scrittore per il teatro, la scena comica era dominata dalla "Commedia dell'arte", in cui gli attori improvvisavano le battute senza seguire un testo scritto solo sulla base del canovaccio, una sorta di scaletta che indicava le azioni della commedia. Goldoni, come esso afferma in alcune opere di carattere teorico, (Il teatro comico e Memories) si mostrava molto critico verso la commedia dell'arte; i motivi de suo rifiuto erano: la volgarità in cui era caduta la comicità, la rigidezza stereotipata a cui si erano ridotti i tipi rappresentati dalle maschere, la ripetitività della recitazione (gli attori ripetevano sempre gli stessi lazzi), le stesse azioni e battute convenzionali oramai prevedibili. Ma la ragione della riforma non si appoggiava su queste degenerazioni, quanto sull'impianto stesso della commedia dell'arte e sulla visione del reale che proponeva. Il bisogno di una riforma nasce già nello spirito del razionalismo arcadico che aspirava alla semplicità, all'ordine razionale al buon gusto. Già in ambito arcadico erano nati tentativi di riforma da parte di alcuni autori toscani (Giovan Battista Fagiuoli, Iacopo Angelo Nelli, Girolamo Gigli) ma i loro tentativi erano solo letterari e confinati nel chiuso delle accademie. Goldoni però non era un letterato, ma un uomo di teatro che lavorava a diretto contatto con il pubblico, di cui ne conosceva i gusti e le preferenze. Goldoni ebbe anche la fortuna di vivere a Venezia, dove il teatro era molto radicato, sia per la presenza di sale sia per le compagnie che vi lavoravano. La "riforma" non vuole solo modificare un genere letterario ma vuole incidere sullo spettacolo, nei suoi rapporti con la vita sociale.
 
Goldoni, nella prefazione alle commedie, afferma che nella sua riforma non si è ispirato a modelli libreschi, ma gli unici libri su cui ha studiato sono "il mondo" e "il teatro"; la realtà e la scena. Goldoni vuole proporre testi che piacciano al pubblico ma che allo stesso tempo sia "verisimile", cioè attinente alla realtà. Per questo Goldoni si oppone alle maschere, troppo stereotipate; ad esse sostituisce i caratteri, colti nella loro individualità e varietà psicologiche. Per Goldoni i caratteri sono finiti in base al genere (ad es. l'avaro, il geloso, il bugiardo) ma infiniti nella specie, ci sono infatti infiniti modi di essere avari, gelosi e bugiardi. La ricerca dell'individualità è propria della civiltà borghese: l'arte classica rappresentava categorie di individui, quella borghese rappresentava i singoli individui
 
L'adesione di Goldoni a caratteri prettamente borghesi deriva sia dalla sua condizione sociale sia dall'ambiente in cui vive; Venezia, pur nella sua arretratezza, era caratterizzata dalla presenza di una solida classe borghese. I caratteri goldoniani non sono mai collocati su uno sfondo neutro, sono radicati in un contesto sociale ben definito. Secondo Goldoni i vizi e le virtù degli individui assumono diverse caratteristiche a seconda dell'ambiente sociale in cui si sono formati. Le commedie di Goldoni vengono divise in "commedie di carattere" e "commedie d'ambiente": le prime intendono a delineare una figura, le seconde a delineare un ambiente sociale. Ma proprio per quanto detto prima le differenze sono solo quantitative, non qualitative; si da cioè più o meno spazio ad un carattere e ad un ambiente. Le commedie di Goldoni si differenziano notevolmente dalla letteratura dell'epoca contemporanea, classicheggiante e aulica, proprio per il loro contatto diretto con la realtà. La commedia goldoniana presenta molte affinità con la commedia borghese dell'illuminismo europeo e si avvicina di molto al "genere serio" teorizzato da Diderot.
 
La riforma vuole quindi restituire una dignità al teatro in generale, contrapponendosi sia all'eccessiva frivolezza della commedia dell'arte sia all'eccessiva tendenza eroica della tragedia. Il rifiuto dell'improvvisazione nasce dal fatto che gli attori, seguendo semplicemente il canovaccio e i generici non potevano fornire una rappresentazione completa del reale. Goldoni incontrò delle opposizioni alla sua riforma: in primo luogo quella degli attori, che si trovavano a ricoprire un ruolo secondario e che non erano abituati ad imparare a memoria un testo scritto; in secondo luogo quella del pubblico, oramai affezionato alle maschere e alle battute della commedia dell'arte. La riforma, proprio per ovviare a queste avversità, fu graduale: Goldoni scrisse prima solo la parte del protagonista (la prima commedia con queste caratteristiche fu il Momolo cortesan); in seguito passo alla stesura delle parti di tutti i personaggi (La donna di mondo). Egli fu molto abile nel mantenere le maschere modificandole però dall'interno e facendole assomigliare sempre più a caratteri individuali, fino a giungere alla loro completa eliminazione. Il pubblico iniziò ad apprezzare il nuovo teatro e Goldoni ebbe un gran successo.


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L'unico grande ostacolo con cui dovette ancora misurarsi fu la nobiltà: le commedie di Goldoni schernivano spesso l'aristocrazia e ciò poteva essere rischioso dato che a Venezia c'era un governo di tipo oligarchico. L'ironia di Goldoni si dirige verso i barnaboti (gli abitanti del quartiere di san Barnaba a Venezia), gruppo di nobili che per le loro tendenze avventuriere erano disprezzati dall'aristocrazia al potere; oppure si dirige verso nobili di altre città, come, ad esempio, Napoli, Firenze e città dell'Emilia Romagna. Basti infatti ricordare che nella commedia più nota di Goldoni, La Locandiera, il marchese di Forlimpopoli e il conte d'Albafiorita sono rispettivamente uno emiliano e l'altro toscano.
 
ciao, watson,

continua x favore ;)

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