Thread quasi d'amore.

Fernando alla fidanzata

Nè lei, Ophelia, nè io, abbiamo colpa di tutto questo. Solo il Destino ne avrebbe colpa, se il Destino fosse una persona a cui poter attribuire delle colpe... Queste cose fanno soffrire, ma poi il dolore passa. Se la stessa vita, che è tutto, passa, perchè non dovrebbe passare l'amore, il dolore e tutte le altre cose che sono parti della vita?
 
Paul a Mathilde (1870)

Ci si scrive, ci si dice "ti amo", si ha cura di cercare ogni giorno la voce, gli occhi, il gesto dell'essere in cui si fonda tutta la felicità; e si resta ore ed ore a discorrere, da soli, con chi è assente.
(...)
Oh! l'absence! Le moins clément de tous les maux!
 
Eloisa ad Abelardo (lettera IV)

Ora, in tutto il corso della mia vita - Dio lo sa - ho sempre temuto più di offendere te che di offendere Dio, ho sempre cercato di piacere a te più che a Lui. Un tuo ordine, e non la voce di Dio, mi ha indotta a prendere l'abito religioso.
La gente loda la mia castità, ma non sa che in verità io sono un'ipocrita. Mi considerano virtuosa perchè conservo pura la carne, ma la virtù è una cosa che riguarda l'anima, non il corpo.
 
Todas as cartas de amor sao ridiculas...

Non sarebbero lettere d'amore se non fossero
ridicole
Le lettere d'amore, se c'è amore,
devono essere
ridicole.
(...)
Magari fosse ancora il tempo in cui scrivevo
senza accorgermene
lettere d'amore
ridicole.


F.P.
 
da anonima, via e-mail, alla Repubblica (11 ottobre 2006)

Ho vissuto una storia che è stata una trappola, convinta che il mezzo (il computer) mi proteggesse; invece la passione è cresciuta continuamente, mettendo in crisi il mio matrimonio, lasciandomi in balia di un dolore assurdo per un rapporto finito senza nemmeno essere consumato.
Sarebbe meglio avere più cautela in queste cose, un rapporto epistolare ha caratteristiche diverse e meno coinvolgenti di uno via e-mail.
Saluti.





(ciao, Sca :) )
 
Nero e duro distacco
che io sopporto al pari di te.
Perché piangi? Dammi meglio la mano,
prometti di ritornare in sogno.
Noi siamo come due monti...
non ci incontreremo più a questo mondo.
Se solo, quando giunge mezzanotte,
mi mandassi un saluto con le stelle...
 
La bellezza non ha causa:
esiste.
Inseguila e sparisce.
Non inseguirla e rimane.

Sai afferrare le crespe
del prato, quando il vento
vi avvolge le sue dita?
Iddio provvederà
perchè non ti riesca.
 
" Non pensare Nasten'ka, che io ricordi la mia umiliazione, nè che voglia oscurare la tua serena e calma felicità con una nube scura.
Non pensare che voglia rattristare il tuo cuore con amari rimproveri , che voglia strappare uno solo di quei teneri fiori che hai intrecciato tra i tuoi riccioli neri quando , insieme a lui, sei andata all' altare... Oh , mai , mai ! Che il tuo cielo sia sereno, che il tuo sorriso sia luminoso e calmo ! Sii benedetta per quell' attimo di beatitudine e di felicità che hai donato a un altro cuore , solo, riconoscente !
Dio mio ! Un minuto intero di beatitudine ! E' forse poco per colmare tutta la vita di un uomo ? "
 
... E proprio con te lo tradisco. Tradisco dopo anni in cui nemmeno un'ombra di inganno è passata tra me e lui.
Sono davvero impazzita? Sono davvero impazzita per te?
Mio marito Michel è una persona rara. Non ho mai conosciuto nessuno come lui. Lo chiamo papà ancora da prima che nascesse Yifat. A volte lo chiamo figlio e stringo a me il suo corpo esile e caloroso, come fossi una madre. Benchè Michel sia non solo mio padre e mio figlio ma soprattutto mio fratello.
Se davvero abbiamo una vita dopo la morte, se davvero si arriva in qualche mondo dove non esiste la menzogna, Michel sarà mio fratello, laggiù.
Mentre tu sei stato e resti mio marito. Il mio signore. Per sempre. Nella vita che verrà dopo la vita, Michel mi prenderà sottobraccio e mi condurrà al baldacchino per la cerimonia nuziale con te. Tu sei il signore del mio odio e del mio spasimo. Il tiranno dei miei sogni notturni. Il dominatore del miei capelli e della mia gola e dei miei piedi. Sovrano del mio seno del mio ventre del mio pube del mio utero. Come una schiava dipendo da te. Ho amato il mio signore, non voglio essere affrancata. Anche se tu mi licenziassi nell'onta esiliandomi ai confini del tuo regno, verso il deserto, come Agar e suo figlio Ismaele, a morire di sete: avrei sete ma di te, mio signore.
 
Di cosa parliamo quando parliamo d'amore?

«Che cosa ne sappiamo noi veramente dell’amore?», disse Mel. «A me sembra che siamo soltanto dei principianti in amore. Diciamo di amarci, e ci amiamo, non ne dubito. Io amo Terri e Terri ama me, e voi due ragazzi vi amate anche voi. Sapete di che tipo di amore sto parlando adesso. Amore fisico, quell’impulso che ti attira verso qualcuno in particolare, e anche amore per l’altro essere, la sua essenza, per così dire. Amore carnale e, beh, chiamatelo amore sentimentale, l’attenzione quotidiana per l’altro. Ma a volte è per me molto difficile spiegarmi come ho potuto amare anche la mia prima moglie. Eppure l’ho amata, so che l’ho amata. Quindi, immagino di essere come Terri in questo. Terri e Ed». Ci pensò su e poi proseguì. «C’è stato un momento in cui pensavo di amare la mia prima moglie più della vita stessa. Ma ora la odio con tutte le mie forze. Davvero. Come ve lo spiegate? Che fine ha fatto quell’amore? Vorrei proprio saperlo che fine ha fatto. Vorrei che qualcuno me lo spiegasse. E poi c’è Ed. D’accordo, siamo tornati a Ed. Ama Terri al punto che cerca di ucciderla e finisce con l’uccidere se stesso». Mel si fermò e prese un sorso dal bicchiere. «Voi due siete insieme da diciotto mesi e vi amate. Basta guardarvi. Raggianti d’amore. Ma tutti e due avete amato altre persone prima di incontrarvi. Siete stati sposati tutti e due, proprio come noi.
E probabilmente avete amato altre persone ancora prima. Terri e io stiamo insieme da cinque anni, sposati da quattro. E la cosa tremenda, la cosa tremenda è, - ma anche la cosa buona, l’ancora di salvezza si può dire, - è che se succedesse qualcosa a uno di noi, perdonatemi se dico così, ma se succedesse qualcosa a uno di noi domani, penso che l’altro, l’altra persona, si tormenterebbe per un po’, no? Ma poi quello dei due che è sopravvissuto tornerebbe ad amare di nuovo, si troverebbe abbastanza presto qualcun altro. Tutto questo, tutto questo amore di cui stiamo parlando, sarebbe soltanto un ricordo. Forse nemmeno un ricordo. Mi sbaglio? Sono fuori strada? Perché voglio che mi correggiate se sbaglio. Voglio saperlo. È chiaro, io non so niente, e sono il primo ad ammetterlo».
 
Vi dirò io cos'è il vero amore...

«Vi dirò io cos’è il vero amore», disse Mel. «Voglio dire, ve ne darò un buon esempio. E poi potrete trarre le vostre conclusioni». Si versò dell’altro gin. Aggiunse un cubetto di ghiaccio e una fettina di lime. Noi restammo in attesa sorseggiando il nostro gin. Laura e io ci toccammo le ginocchia un’altra volta. Le misi una mano sulla coscia calda e ve la lasciai.
Mel disse: “Vi volevo raccontare una cosa. Cioè, volevo dimostrarvi quello che penso. Vedete, è una cosa successa qualche mese fa, ma va avanti ancora adesso, e ci dovrebbe far vergognare quando parliamo come se sapessimo di cosa parliamo quando parliamo d’amore”.
“E dai, su” intervenne Terri. “Non parlare come un ubriaco se non lo sei”.”Vuoi stare zitta una buona volta in vita tua?”, disse Mel con molta calma. “Mi fai il favore di stare zitta un momento? Allora, come dicevo, c’è questa coppia di vecchietti che hanno avuto un brutto incidente sull’interstatale. Un ragazzo li ha presi in pieno e li ha ridotti uno schifo, tanto che nessuno gli dava molte possibilità di cavarsela”.
Terri ci lanciò un’occhiata e poi tornò a guardare Mel. Sembrava un po’ in ansia; ma forse ansia è una parola troppo forte.
Mel intanto faceva fare alla bottiglia il giro del tavolo.
“Quella sera ero di guardia io”, riprese Mel. “Era maggio, o forse giugno. Terri e io ci eravamo appena seduti a tavola, la sera, quando mi hanno chiamato dall’ospedale. Era successa questa cosa sull’interstatale. Un ragazzotto ubriaco con il furgone del padre aveva sfondato la roulotte dove c’erano questi due vecchietti. Erano sui settantacinque. Il ragazzo - diciotto, diciannove anni - è arrivato all’ospedale bell’e morto. Il volante gli aveva sfondato lo sterno. I vecchietti, invece, erano vivi, capite? A malapena, voglio dire. Però avevano di tutto: fratture multiple, ferite interne, emorragie, contusioni, lacerazioni, insomma un quadro completo, e per di più avevano entrambi una commozione celebrale. Erano ridotti proprio male, credetemi. E poi quell’età era già un due a zero contro. A occhio e croce, direi che lei era ridotta peggio di lui. Però s’erano allacciati le cinture di sicurezza e, Dio solo sa come, La cosa li aveva salvati, almeno per il momento”.
“Gente, è il momento della pubblicità progresso del Consiglio Nazionale per la Sicurezza”, annunciò Terri. “Via parla il vostro speaker, il dottor Melvin R. McGinnis”. Scoppiò a ridere. “Mel”, aggiunse, “certe volte sei proprio buffo. Ma ti voglio bene lo stesso, tesoro”.
“Anch’io, cara, ti voglio bene”, disse Mel.
Si sporse sopra il tavolo. Terri gli andrò incontro. Si baciarono.
“Comunque Terri ha ragione”, riprese Mel, rimettendosi seduto. “Allacciatevele le cinture di sicurezza. A parte gli scherzi, insomma quei vecchietti erano ridotti proprio a pezzi. Per quando sono arrivati in ospedale il ragazzotto era andato, come ho detto. L’hanno messo in un angolo sopra una barella. Io ho dato un’occhiata alla coppia di anziani e ho detto all’infermiera del pronto soccorso di chiamare subito un ortopedico, un neurologo e un paio di chirurghi.”
Prese un sorso dal proprio bicchiere. “Cercherò di farla breve”, disse. “Insomma, li portiamo tutti e due su in sala operatoria e ci lavoriamo sopra come matti tutta la notte. Avevano una riserva incredibile, quei due. Ogni tanto capita. Insomma, abbiamo fatto tutto quello che era possibile fare e verso mattina gli diamo un cinquanta per cento di possibilità di cavarsela, magari la donna un po’ meno. Comunque eccoli lì, al mattino, ancora vivi. Così, va bene, li trasferiamo nell’unità di terapia intensiva e tutti e due si sono messi sotto a guarire per due settimane, riuscendo a riguadagnare un punto dietro l’altro su tutti gli indici. Perciò alla fine li trasferiamo in una stanza tutta loro”. […]
“Passavo a trovarli tutti i giorni, qualche volta anche due volte al giorno se ero da quelle parti per qualche altra visita. Bendati ed ingessati da capo a piedi, tutti e due. Potete immaginarveli, l’avete vista la scena no? Beh, erano esattamente così, come in un film. Due buchetti per gli occhi, per le narici e uno per la bocca. E lei oltretutto aveva anche le gambe in trazione. Be’, il marito è rimasto depresso per un sacco di tempo. Anche quando lo informammo che la moglie se la sarebbe cavata, continuò a rimanere depresso. Mica per l’incidente. Cioè, l’incidente era una cosa ma non era tutto. Mi avvicinavo al buco che aveva per la bocca, sapete, e lui mi diceva no, non era solo per l’incidente , ma perché non riusciva a vederla attraverso i buchetti per gli occhi. Ha detto che era quello che lo faceva sentire così giù. Ma ci pensate? Ve lo giuro, quello si stava facendo venire il crepacuore solo perché non poteva girare quell’accidenti di testa e vedere quell’accidenti di moglie”.
Mel fece il giro del tavolo con gli occhi e poi scosse la testa per quello che stava per dire.
“Voglio dire, quel vecchio co.glione stava morendo solo perché non riusciva
a vedere quella ca.zzo di moglie!”
Guardammo tutti Mel.
“Capite quello che voglio dire?”, chiese.
 
È un limpido mezzogiorno invernale… Il freddo è tanto intenso e secco che i riccioli di Nadja, che mi tiene a braccetto, si coprono di brina argentea sulle tempie e una leggera peluria sembra spuntarle sul labbro superiore… Io e Naden’ka siamo in cima a un’altura elevata. Dai nostri piedi giù fino alla base si stende un declivio ghiacciato, sul quale il sole, civettuolo, si riflette come in uno specchio. Vicino a noi c’è una piccola slitta coperta di un panno rosso vivo.
– Fate questa discesa, Nadezˇda Petrovna! – prego Naden’ka. – Una volta soltanto! Vi assicuro che ne usciremo sani e salvi.
Ma Naden’ka non è coraggiosa. L’intera distanza che va dalle sue piccole calosce orlate d’agnello fino alla base dell’altura ghiacciata le appare come un precipizio terribile e straordinariamente profondo. Al solo guardare giù si perde d’animo e le si blocca il respiro; se poi si azzarderà a lanciarsi nel precipizio sulla fragile navicella che è la slitta, allora probabilmente morirà o, quanto meno, ne uscirà pazza. E tuttavia, egregi signori, le donne sono capaci di sacrifici. E questo io sono pronto a giurarlo mille volte, sia pure davanti a un tribunale o davanti all’autore del recente libro Le donne. Alla fin fine, a rischio della vita, Naden’ka cede alle mie suppliche. La faccio sedere pallida e tremante sulla slitta, le abbraccio stretta la vita e insieme a lei mi precipito nel baratro.
La slitta vola come un proiettile, a rotta di collo… Fende l’aria che batte in viso, mugghia e fischia nelle orecchie, prende accanitamente per le falde e quasi cerca di strappare la testa dalle spalle. Per la pressione del vento non si ha la forza di respirare… Sembra che un diavolo ci abbia afferrato entrambi con le sue zampe e con un ruggito ci trascini all’inferno… Gli oggetti tutto intorno si fondono in un’unica striscia che si allunga e corre a precipizio… Da un momento all’altro ci rovesceremo!
– Nadja, io vi amo! – dico a mezzavoce, quando il mugghio del vento e lo stridio dei pattini toccano l’apice.
Ma ecco, la slitta rallenta sempre più, il respiro riprende e finalmente ci fermiamo. Naden’ka è più morta che viva… È pallida e respira a fatica… La aiuto ad alzarsi…
– Per niente al mondo lo farei un’altra volta – dice lei guardandomi con occhi spalancati, colmi di terrore. – Per niente al mondo! Per poco non morivo!
Poco tempo dopo ritorna in sé e comincia a scrutarmi interrogativamente negli occhi: sono stato io a dire quelle quattro parole, oppure le è soltanto sembrato di sentirle nel fragore del turbinio? Io, come se niente fosse, sto lì vicino a lei, fumo e osservo attentamente una macchia sulla mia manica. Poi lei mi prende sottobraccio e passeggiamo a lungo intorno all’altura… L’enigma, a quanto pare, non le dà pace. Sono state pronunciate quelle parole oppure no? Sì o no? È questione d’amor proprio, d’onore… cose su cui non si può scherzare!! Di tanto in tanto Naden’ka mi guarda in viso, risponde a sproposito, serra le labbra impaziente… Il suo volto ora avvampa di gioia, ora si contrae per una nuvola di tristezza… Presto comincio a notare in lei una lotta, l’oscillazione dell’animo femminile… Lei si ferma, evidentemente vuol dire qualcosa, domandare qualcosa, ma non riesce a trovarne le forze…
– Sapete cosa vi dico – pronuncia lei senza guardarmi. – Io cioè… ecco io…
– Che cosa? – domando.
– Facciamolo un’altra volta…Andiamo…
Ci arrampichiamo su per una scaletta sulla collina ghiacciata… Di nuovo faccio sedere nella slitta Naden’ka, pallida e tremante, di nuovo voliamo a rotta di collo, e di nuovo quando l’accelerazione porta la slitta al massimo della velocità e del rumore dico a mezzavoce:
– Naden’ka, io vi amo!
Quando la slitta si ferma, Naden’ka getta uno sguardo sul tragitto appena percorso, poi esplora a lungo il mio volto impassibile, porge l’orecchio alla mia voce indifferente, e tutta la sua figurina esprime un estremo imbarazzo… «E questo cos’è? – sta scritto sul suo volto. – Di nuovo le stesse parole! E di nuovo non è chiaro se è stato lui a dirle, oppure se mi è sembrato di sentirle».
Questa incertezza quasi la sconvolge e le fa perdere la pazienza… La povera ragazza non risponde alle domande, si rannuvola e batte nervosamente il piede.
– Andiamo a casa? – domando io, sbadigliando forzatamente…
Ma – oh, le donne! – Naden’ka vuole sentire ancora una volta quelle parole care all’orecchio delle donne…
– Veramente, a me… a me piacciono queste discese, – dice lei, arrossendo. – Perché non ne facciamo un’altra?
A lei «piacciono» queste discese e intanto, sedendosi sulla slitta, come già le altre volte, è pallida, respira a malapena per la paura e trema come una foglia… D’altro canto, per sentire ancora una volta quelle parole è pronta a lanciarsi in cento burroni.
Scendiamo per la terza volta e mi accorgo che lei spia le mie labbra, per vedere se sussurrano. Ma io mi copro le labbra con un fazzoletto, tossisco, mi soffio il naso e tuttavia riesco a dire:
– Nadja, io vi amo!
L’enigma rimane irrisolto!.. Naden’ka per poco non piange… Per tutto il tragitto che facciamo insieme dalla pista a casa, lei osserva con fare indagatore il mio volto impassibile, rallenta il passo e attende con impazienza nel caso io le ripeta quelle parole.
«Non può essere che le abbia pronunciate il vento! – esprime il suo viso. – Sei tu, fratello, sei tu che le hai dette!»
Ma, avvicinandomi a casa, io comincio a salutarla con la massima indifferenza... Lei, lentamente, malvolentieri, mi tende la mano come se aspettasse ancora; poi, dopo averci pensato, ritira la mano e dice con voce decisa:
– State a mangiare da noi!
A me piace essere invitato a pranzo, e accetto volentieri l’invito… Il pranzo è semplice, ma delizioso. Un bicchierino di vodka, una minestra bollente con la pasta, polpette con purea di patate e pasticcini di pasta sfoglia che gemono sotto il cucchiaino… Aggiungete a questo i lunghi sguardi indagatori di grandi occhi neri che non cessano di montare la guardia al mio volto per l’intera durata del pranzo e acconsentirete che si tratta di un menù prelibato… Dopo pranzo, rimasti tête-à-tête, Naden’ka gira continuamente intorno a me come una pecorella e si strugge… È pallida per l’impazienza e io… io, neanche fossi Bismarck, continuo a fare l’indiano… Me ne vado senza fare alcun accenno all’amore e addirittura senza pronunciare neanche una parola che inizi con la lettera «a». Il giorno seguente ricevo un bigliettino: «Se oggi andate in slitta, passatemi a prendere. N.». E da quel giorno, insieme a Naden’ka, comincio la più assidua frequentazione della pista di slitta ed ogni volta, volando giù, pronuncio immancabilmente a mezza voce sempre la stessa frase: «Nadja, io vi amo!». Presto Naden’ka si abitua alla frase quasi fosse oppio o morfina. Senza di essa non può più vivere. Certo, slanciarsi dall’altura è terribile e spaventoso come prima, ma chi si preoccupa dei pericoli in un caso come questo? Togliete a Naden’ka la slitta e lei si getterà giù sulle ginocchia… Udire quelle parole: il resto non conta…
E, come prima, le parole d’amore rimangono un enigma… Due sono i sospetti: io e il vento… Chi dei due è il colpevole, Nadja non lo sa… Un pomeriggio vado da solo alla pista e mi nascondo tra la folla: vedo Naden’ka che si avvicina all’altura e mi cerca con gli occhi… Poi si arrampica timidamente su per la scaletta… Per quanto abbia paura di andare da sola, tuttavia lei deve infine provare: udrà quelle parole dolci e velenose scendendo senza di me? La osservo: pallida, con la bocca aperta per lo spavento, si accomoda sulla slitta, chiude gli occhi e, detto addio per sempre al mondo, prende l’abbrivio… «Zhzhzhzhzh» – stridono i pattini. Se Naden’ka sente quelle parole, io non lo so… Vedo soltanto che si alza dalla slitta spossata, tutta rossa… A giudicare dal suo viso, neppure lei sa se ha udito qualcosa oppure no… Per la paura le è venuta la tremarella, è stordita, non ci vede, non ci sente…
Ma ecco che sopraggiunge marzo, la primavera… Il sole si fa più dolce, la terra più grigia e cupa… La nostra altura ghiacciata si fa scura, perde la sua lucentezza e comincia a sgelarsi… Smettiamo di andare in slitta… La povera Nadja non ha più un posto in cui udire quelle parole. Chi un giorno ha smesso di fumare o si è disintossicato dalla morfina sa che cosa significa questa perdita… Una volta, al tramonto, sono seduto in un giardinetto che confina con la casetta in cui vive Naden’ka. È ancora abbastanza freddo, per terra c’è la neve, gli alberi sono morti, ma c’è già un sentore di primavera… Vedo Naden’ka che esce sul terrazzino e dirige lo sguardo triste e angosciato verso gli alberi nudi… Il vento primaverile le batte direttamente sul viso pallido e malinconico… Le ricorda quel vento al cui ululato lei, sull’altura ghiacciata, udiva quelle quattro parole, e il suo viso si fa triste, implorante, quasi chiedesse al vento di recarle le dolci parole… Io mi avvicino furtivo e silenzioso ai cespugli, mi nascondo dietro di loro e, quando un refolo di vento si spinge dalla mia testa verso Naden’ka, dico a mezzavoce: – Nadja, io vi amo!
Mio Dio, che cosa non succede a Naden’ka! Lancia un urletto, si illumina in un ampio sorriso e protende le mani incontro al vento… Questo soltanto mi basta… Esco da dietro i cespugli e, senza dare il tempo a Naden’ka di abbassare le mani e di aprire la bocca per lo stupore, le corro incontro e…
E qui permettete che io mi sposi.

che 3d interessante! :)

con trascurabile ritardo, cosa sono sette anni in fondo, devo però far notare che il racconto di cechov non termina così.
e - mia personale opinione - trovo scorretto e un po' snob citare brani senza specificarne gli autori

http://www.finanzaonline.com/forum/lamaca/1438253-romanzi-e-racconti-celebri.html
 
che 3d interessante! :)

con trascurabile ritardo, cosa sono sette anni in fondo, devo però far notare che il racconto di cechov non termina così.
e - mia personale opinione - trovo scorretto e un po' snob citare brani senza specificarne gli autori

http://www.finanzaonline.com/forum/lamaca/1438253-romanzi-e-racconti-celebri.html

Vero, avendo già letto a suo tempo il racconto e non avendo tempo per trascriverlo, mi sono fidata dal sito internet dove l'ho copia-incollato, probabilmente qualche buontempone aveva interrotto così bruscamente il finale... per andarsi a sposarsi per davvero ;)
Ho comunque controllato anche il libro, il mio è una vecchissima edizione Garzanti, e a parte che qui il titolo del racconto diventa 'Uno scherzuccio', il finale è leggermente diverso nelle parole, dipende dal traduttore, ma è ovviamente lo stesso che hai postato nel 3d che hai linkato e che ora vado a... sfogliare. :)
 
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