Thread quasi d'amore.

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E poi, come è naturale (naturale), c'è la rivalità.

Enig Mistico

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Il tale negava che si potesse amare senza rivale.
E domandato del perchè, rispondeva:
"Perchè sempre l'amato o l'amata è rivale ardentissimo dell'amante (del proprio amante)".
 
Siete troppo cerebrali e intellettuali; sarà che sono allergica alle poesie.
Io amo e basta.

Masca prosaica
 
“Ho una specie di certezza…fisica. Sento che non ci sono momenti perfetti. Lo sento fin nelle gambe, quando cammino. Lo sento continuamente, perfino quando dormo. Non posso dimenticarlo. Non c’è mai stata una specie di rivelazione; non posso dire: a partire dal tale giorno, dalla tale ora, la mia vita s’è trasformata. Ma ora mi sento sempre come se questo mi fosse stato rivelato bruscamente il giorno prima. Mi sento abbacinata, a disagio, non mi ci abituo.”
Dice queste cose con voce calma ove rimane un sospetto di fierezza d’aver cambiato tanto. Si dondola sulla sua cassa, con una grazia straordinaria. (…)
Anny scioglie le mani e si lascia il ginocchio. Non parla. E’ un silenzio concertato; come quando, all’Opera, la scena resta vuota, per sette misure esatte. Beve il suo tè. Poi posa la tazza e si tiene eretta, appoggiando le mani chiuse sull’orlo della cassa.
D’un tratto fa apparire sulla sua faccia quel suo superbo volto di Medusa che mi piaceva tanto, tutto gonfio di odio, tutto contorto, velenoso. Anny non cambia affatto espressione; cambia viso; come gli attori antichi cambiavano maschera: di colpo. E ciascuna di queste maschere è destinata a creare l’atmosfera, a dare il tono di ciò che seguirà. Appare e si mantiene senza modificarsi mentre essa parla. Poi cade, si stacca da lei.
Mi fissa e sembra che non mi veda. Sta per parlare. Mi aspetto un discorso tragico, degno della sua maschera, un canto funebre.
Non dice che una sola parola:
“Mi sopravvivo.”
L’accento non corrisponde affatto al suo viso. Non è tragico, è…orribile; esprime una disperazione secca, senza lacrime, senza pietà. Sì, c’è in lei qualcosa di irrimediabilmente disseccato.
La maschera cade, lei sorride.
“Non sono affatto triste. Me ne sono meravigliata spesso, ma avevo torto: perché dovrei essere triste? In altri tempi sono stata capace di bellissime passioni. Ho odiato appassionatamente mia madre. E d’altra parte, a te “ dice in tono di sfida “t’ho appassionatamente amato.”
Aspetta una replica. Non dico niente.
“Tutto questo, beninteso, è finito.”
“Come puoi saperlo?”
“Lo so. So che non incontrerò mai più niente né nessuno che mi ispiri della passione. Lo sai, mettersi ad amare qualcuno, è un’impresa. Bisogna avere un’energia, una generosità, un accecamento….C’è perfino un momento, al principio, in cui bisogna saltare un precipizio: se si riflette non lo si fa. Io so che non salterò mai più.”
“Perché?”
Lei mi getta uno sguardo ironico e non risponde.
“Adesso” dice “vivo circondata dalle mie defunte passioni. Provo a ritrovare quel furore che mi fece gettare dal terzo piano quando avevo dodici anni, un giorno che mia madre mi aveva frustato.”
E senza rapporto apparente, in tono distante, aggiunge:
“E anche è bene ch’io non fissi troppo a lungo gli oggetti. Li guardo per sapere che cosa sono, poi bisogna che distolga gli occhi in fretta.”
“Ma perché?”
“Mi disgustano.”
 
La pelle è sontuosamente morbida. Il corpo, un corpo magro, senza forza, senza muscoli, come dopo una malattia, convalescente, imberbe, senza virilità se non quella del sesso, è debole, disarmante, sofferente. Lei non lo guarda in viso. Non lo guarda affatto, lo tocca, tocca la pelle liscia del sesso, il corpo dorato, la sconosciuta novità. Lui geme, piange. E’ innamorato in modo abominevole.
Lei, piangendo, lo fa. Prima c’è il dolore. Poi quel dolore viene sopraffatto, trasformato, strappato via lentamente, portato verso il piacere, avviluppato ad esso.
Il mare, sconfinato, semplicemente incomparabile.
[…] Gli dico di avvicinarsi, di ricominciare a prendermi. Si avvicina. Sa di tabacco inglese, di profumo di lusso, di miele, la pelle ormai ha perso l’odore della seta, l’odore fruttato del tussor di seta, l’odore dell’oro. Lo desidero. Gli dico il desiderio che ho di lui. Aspetta, dice. Mi parla, dice di aver capito subito, fin dall’attraversamento del fiume, che sarei stata così dopo aver fatto l’amore, che avrei amato amare, dice di sapere già che lo ingannerò, che ingannerò tutti gli uomini che avrò e che lui è stato lo strumento della propria infelicità. Sono contenta di quanto mi annuncia e glielo dico. Diventa violento, un sentimento disperato lo scuote, mi si getta addosso, morde i seni di bambina, grida, insulta. Chiudo gli occhi per l’intensità del piacere. Penso: è abituato, non fa altro nella vita, fa solo l’amore, solo questo. Le mani sono abili, meravigliose, perfette. Sono fortunata, evidentemente, è come se per lui fosse un mestiere; senza saperlo, sa con esattezza che cosa deve fare, dire. Mi tratta da *******, da schifosa, dice che sono il suo unico amore, questo deve dire, questo si dice quando si dà libero corso alle parole, quando si lascia il corpo fare, cercare, trovare, prendere quel che vuole, tutto va bene, senza residui, i residui vengono occultati, tutto è trascinato dal torrente, dalla forza de desiderio.
Il rumore della città è vicino, si strofina contro il legno delle persiane. Sembra che la gente attraversi la stanza. Accarezzo il suo corpo in quel rumore, in quel via vai. Il mare: l’immensità che si accavalla, si allontana, ritorna.
Gli avevo chiesto di farlo ancora e ancora. Di farmi così. L’aveva fatto, l’aveva fatto nella vischiosità del sangue. Ed era stato proprio come morire. E’ stato come morirne.
 
Il ricordo cambia davvero in meglio ?

Enig Mistico

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E lontano lontano nel tempo
qualche cosa
negli occhi di un altro
ti farà ripensare ai miei occhi
i miei occhi che t'amavano tanto

E lontano lontano nel mondo
in un sorriso
sulle labbra di un altro
troverai quella mia timidezza
per cui tu
mi prendevi un po' in giro

E lontano lontano nel tempo
l'espressione
di un volto per caso
ti farà ricordare il mio volto
l'aria triste che tu amavi tanto

E lontano lontano nel mondo
una sera sarai con un altro
e ad un tratto
chissà come e perché
ti troverai a parlargli di me

...di un amore ormai troppo lontano.
 
Quei due sapevano benissimo dove volevano arrivare....

Enig Mistico

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[...]
...Quella musica continuava,
era una canzone che diceva e non diceva,
l'orchestra si dondolava come un palmizio davanti a un mare
venerato
quei due sapevano a memoria dove volevano arrivare...

un quinto personaggio esitò prima di sternutire,
poi si rifugiò nel nulla
era un mondo adulto,
si sbagliava da professionisti

[...]

Quei due continuavano.
Da lei saliva afrore di coloniali che
giungevano a lui come da una di quelle
drogherie di una volta che tenevano
la porta aperta
davanti alla primavera.
[...]
 
Scritto da Enig Mistico
Il ricordo cambia davvero in meglio ?

Enig Mistico


[...]
Era, da ragazzo, bello magro, esile, non aveva allora la barba, ma lunghi e morbidi baffi; e rassomigliava all’attore Robert Donat. Era così quasi vent’anni fa, quando l’ho conosciuto; e portava, ricordo, certi camicioni scozzesi, di flanella, eleganti. Mi ha accompagnata, ricordo, una sera, alla pensione deve allora abitavo; abbiamo camminato insieme per via Nazionale. Io mi sentivo già molto vecchia, carica di esperienza e d’errori; e lui mi sembrava un ragazzo, lontano da me mille secoli. Cosa ci siamo detti quella sera, per via Nazionale, non lo so ricordare; niente d’importante, suppongo; era lontana da me mille secoli l’idea che dovessimo diventare, un giorno, marito e moglie. Poi ci siamo persi di vista; e quando ci siamo di nuovo incontrati, non rassomigliava più a Robert Donat, ma piuttosto a Balzac. Quando ci siamo di nuovo incontrati, aveva sempre quei camicioni scozzesi, ma ora sembravano, addosso a lui, indumenti per una spedizione polare; aveva la barba, e in testa lo sbertucciato cappellaccio di lana; e tutto in lui faceva pensare a una prossima partenza per il Polo Nord. Perché, pur avendo sempre tanto caldo, sovente usa vestirsi come se fosse circondato di neve, di ghiaccio e di orsi bianchi; o anche invece si veste come un piantatore di caffè nel Brasile; ma sempre si veste diverso da tutta l’altra gente.
Se gli ricordo quell’antica nostra passeggiata per via Nazionale, dice di ricordare, ma io so che mente e non ricorda nulla; e io a volte mi chiedo se eravamo noi, quelle due persone, quasi vent’anni fa per via Nazionale; due persone che hanno conversato così gentilmente, urbanamente, nel sole che tramontava; che hanno parlato forse un po’ di tutto, e di nulla; due amabili conversatori, due giovani intellettuali a passeggio; così giovani, così educati, così distratti, così disposti a dare l’uno dell’altra un giudizio distrattamente benevolo; così disposi a congedarsi l’uno dall’altra per sempre, in quel tramonto, a quell’angolo di strada.
 
Scritto da Dulcinea
[...]
Era, da ragazzo, bello magro, esile, non aveva allora la barba, ma lunghi e morbidi baffi; e rassomigliava all’attore Robert Donat.
[...]

Beh, Dulcinea.
Questa Donna la leggo e la rileggo con avidità.
Per tentare di sentirla parlare.
Le sue Piccole Virtù le tengo sempre molto vicine.

O almeno ci provo.

Non credo sia possibile non innamorarsi di Lei.

Enig Mistico
 
Scritto da Enig Mistico
Beh, Dulcinea.
Questa Donna la leggo e la rileggo con avidità.
Per tentare di sentirla parlare.
Le sue Piccole Virtù le tengo sempre molto vicine.

O almeno ci provo.

Non credo sia possibile non innamorarsi di Lei.

Enig Mistico


Anche per me è stato così. Anch'io la rileggo spesso, mi piace la sua intelligente (auto)ironia, la sua fragile forza e ogni volta mi commuove quando parla del Suo Amico, che poi è il mio.
Uno di questi giorni posterò il suo ricordo di questo Amico comune, ...che aveva un modo avaro e cauto di dare la mano nel salutare, poche dita concesse e ritolte...
E' una piacevole sorpresa, questa "passione" che abbiamo in comune :)

Dulcinea
 
Scritto da Dulcinea

...
Uno di questi giorni posterò il suo ricordo di questo Amico comune...

[...]
Aveva un modo avaro e cauto di dare la mano nel salutare, poche dita concesse e ritolte; aveva un modo schivo e parsimonioso di trarre il tabacco dalla borsa e riempirsi la pipia; e aveva un modo brusco e subitaneo di regalarci del denaro, se sapeva che ne avevamo bisogno, un modo così brusco e subitaneo che ne restavamo sbalorditi; era, lui diceva, avaro del denaro che possedeva, e soffriva nel separarsene: ma appena se n’era separato, subito se ne infischiava. Se eravamo lontani da lui, non ci scriveva, né rispondeva alle nostre lettere, o rispondeva con poche frasi recise e agghiaccianti: perché, diceva, non sapeva voler bene agli amici quand’erano lontani, non voleva soffrire della loro assenza, e subito li inceneriva nel proprio pensiero.
Non ebbe mai una moglie, né dei figli, né una casa sua. Abitava presso una sorella sposata, che gli voleva bene e alla quale lui voleva bene; ma usava in famiglia i suoi soliti modi rudi, e si comportava come un ragazzo o come un forestiero.
Veniva, a volte, nelle nostre case, e scrutava con cipiglio aggrottato e bonario i figli che ci nascevano, le famiglie che noi ci si costruiva: pensava anche lui a farsi una famiglia, ma ci pensava in un modo che si faceva, con gli anni, sempre più complicato e tortuoso; così tortuoso, che non ne poteva germogliare nessuna semplice conclusione. Si era creato, con gli anni, un sistema di pensieri e di principi così aggrovigliato e inesorabile, da vietargli l’attuazione della realtà più semplice: e quanto più proibita e impossibile si faceva quella semplice realtà, tanto più profondo in lui diventava il desiderio di conquistarla, aggrovigliandosi e ramificando come una vegetazione tortuosa e soffocante. Era, qualche volta, così triste, e noi avremmo pur voluto venirgli in aiuto: ma non ci permise mai una parola pietosa, un cenno di consolazione: e accadde anzi che noi, imitando i suoi modi, respingessimo nell’ora del nostro sconforto la sua misericordia. Non fu, per noi, un maestro, pur avendoci insegnato tante cose: perché vedevamo bene le assurde e tortuose complicazioni di pensiero, nelle quali imprigionava la sua semplice anima; e avremmo anche noi voluto insegnarli qualcosa, insegnargli a vivere in un modo più elementare e respirabile: ma ci riuscì mai d’insegnargli nulla, perché quando tentavamo di esporgli le nostre ragioni, alzava una mano e diceva che lui già sapeva tutto.
Aveva, negli ultimi anni, un viso solcato e scavato, devastato da travagliati pensieri: ma conservò fino all’ultimo, nella figura, la gentilezza d’un adolescente. Diventò, negli ultimi anni, uno scrittore famoso; ma questo non mutò in nulla le sue abitudini schive, né la modestia della sua attitudine, né l’umiltà, coscienziosa fino allo scrupolo, del suo lavoro d’ogni giorno. Quando gli chiedevamo se gli piaceva d’essere famoso, rispondeva, con un ghigno superbo, che se l’era sempre aspettato: aveva, a volte, un ghigno astuto e superbo, fanciullesco e malevolo, che lampeggiava e spariva. Ma quell’esserselo sempre aspettato, significava che la cosa raggiunta non gli dava più nessuna gioia: perché era incapace di godere delle cose e di amarle, non appena le aveva. Diceva di conoscere ormai la sua arte così a fondo, che essa non gli offriva più nessun segreto: e non offrendogli più segreti, non lo interessava più. Noi stessi suoi amici, lui ci diceva, non avevamo più segreti per lui e lo annoiavamo infinitamente; e noi, mortificati di annoiarlo, non riuscivamo a dirgli che vedevamo bene dove sbagliava: nel non volersi piegare ad amare il corso quotidiano dell’esistenza, che procede uniforme, e apparentemente senza segreti. Gli restava dunque, da conquistare, la realtà quotidiana; ma questa era proibita ed imprendibile per chi ne aveva, insieme, sete e ribrezzo; e così non poteva che guardarla come da sconfinate lontananze.
E’ morto d’estate. La nostra città, d’estate, è deserta e sembra molto grande, chiara e sonora come una piazza; il cielo è limpido ma non luminoso, di un pallore latteo; il fiume scorre piatto come una strada, senza spirare umidità, né frescura. S’alzano dai viali folate di polvere; passano, venendo dal fiume, grossi carri carichi di sabbia; l’asfalto del corso è tutto spalmato di pietruzze, che cuociono nel catrame. All’aperto, sotto gli ombrelloni a frange, i tavolini dei caffè sono abbondanti e roventi.
Non c’era nessuno di noi. [...]
 
Invecchiare senza maturita'...
C'e' voluto davvero talento, scienza e costanza ?

Ma di certo non abbiamo più misteri.
Lasciamo meno fare al caso.
E forse siamo davvero scesi a patti con la terra.

E si, forse e' davvero tutto usuale, tranne il tempo.

Enig Mistico


Certo ci fu qualche tempesta
anni d'amore alla follia.
Mille volte tu dicesti basta
mille volte io me ne andai via.
Ed ogni mobile ricorda
in questa stanza senza culla
i lampi dei vecchi contrasti
non c'era più una cosa giusta
avevi perso il tuo calore
ed io la febbre di conquista.
Mio amore mio dolce meraviglioso amore
dall'alba chiara finché il giorno muore
ti amo ancora sai ti amo.
So tutto delle tue magie
e tu della mia intimità
sapevo delle tue bugie
tu delle mie tristi viltà.
So che hai avuto degli amanti
bisogna pur passare il tempo
bisogna pur che il corpo esulti
ma c'é voluto del talento
per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti.
Mio amore mio dolce mio meraviglioso amore
dall'alba chiara finché il giorno muore
ti amo ancora sai ti amo.
Il tempo passa e ci scoraggia
tormenti sulla nostra via
ma dimmi c'é peggior insidia
che amarsi con monotonia.
Adesso piangi molto dopo
io mi dispero con ritardo
non abbiamo più misteri
si lascia meno fare al caso
scendiamo a patti con la terra
però é la stessa dolce guerra.
Mon amour
mon doux, mon tendre, mon merveilleux amour
de l'aube claire jusqu'à la fin du jour
je t'aime encore, tu sais, je t'aime.
 
Ultima modifica:
Scritto da Enig Mistico

.....

E si, forse e' davvero tutto usuale, tranne il tempo.

Enig Mistico



...e che il tempo è passato, te lo grideranno le foto ingiallite, i fiori messi a seccare nei libri e il ricordo, mai sopito, degli amori di gioventù.


Chissà cosa mormora il vento
stasera col suo lamento
dietro la porta laggiù.
Di già il caminetto s'é spento
io chiudo gli occhi e rammento
gli amori di gioventù.
Di voi che resta antichi amori
giorni di festa teneri ardori
solo una mesta
foto ingiallita fra le mie dita.
Di voi che resta sguardi innocenti
lacrime e risa e giuramenti
solo sepolto in un cassetto qualche biglietto.
Sere d'aprile sogni incantati
capelli al vento baci rubati
che resta dunque di tutto ciò ditemi un pò.
Rivedo un viso mormoro un nome
ma non ricordo quando né come
penso a un villaggio dove non so se tornerò.
Mai più mano con mano nel buio
stupiti d'essere due felici senza perché.
Mai più fiori nascosti nel libro
il cui profumo ci inebria ma presto evapora ahimé.
Di voi che resta antichi amori
grandi segreti complici cuori
solo nel petto male guarita una ferita.
Di voi che resta parole audaci carezze caste timide braci
solo una cenere che più non fuma ma si consuma.
Chiari di luna dolci sentieri e tu perduta anima di ieri
perché sparisti chi ti rubò dimmelo un pò.
Solo un motivo risento ancora d'un fuggitivo disco d'allora
e a un luogo penso dove non so se tornerò.
 
Scritto da Bonny
Questa non poteva mancare...

Quando sarò capace di amare
probabilmente non avrò bisogno
di assassinare in segreto mio padre
e di far l'amore con mia madre in sogno.

Quando sarò capace di amare
con la mia donna non avrò nemmeno
la prepotenza e la fragilità
di un uomo bambino.

Quando sarò capace di amare
vorrò una donna che ci sia davvero
che non affolli la mia esistenza
ma non mi stia lontana neanche col pensiero.

Vorrò una donna che se io accarezzo
una poltrona, un libro o una rosa
lei avrebbe voglia di essere solo
quella cosa.

Quando sarò capace di amare
vorrò una donna che non cambi mai
ma dalle grandi alle piccole cose
tutto avrà un senso perché esiste lei.

Potrò guardare dentro al suo cuore
e avvicinarmi al suo mistero
non come quando io ragiono
ma come quando respiro.

Quando sarò capace di amare
farò l'amore come mi viene
senza la smania di dimostrare
senza chiedere mai se siamo stati bene.

E nel silenzio delle notti
con gli occhi stanchi e l'animo gioioso
percepire che anche il sonno è vita
e non riposo.

Quando sarò capace d'amare
mi piacerebbe un amore
che non avesse alcun appuntamento
col dovere

un amore senza sensi di colpa
senza alcun rimorso
egoista e naturale come un fiume
che fa il suo corso.

Senza cattive o buone azioni
senza altre strane deviazioni
che se anche il fiume le potesse avere
andrebbe sempre al mare.

Così vorrei amare.



grazie Bonny è bellissima
:) Civ.
 
Ricordi

Consumai il mio pranzo – pane nero e formaggio – in un cantuccio tranquillo, dietro un ampio costone di roccia che mi riparava dalla tempesta. Il primo morso in un panino ripieno dopo un paio d’ore di cammino in salita, in montagna: è un vero piacere, quasi l’unico che conservi ancora quel sapore delizioso, che appaga fino a saziare, tipico delle gioie d’infanzia.
Domani, forse, raggiungerò quel punto, nel bosco di faggi, dove Julie mi dette il primo bacio. Fu durante una gita all’associazione giovanile Konkordia, in cui ero entrato proprio per Julie. Ne uscì il giorno dopo la gita.
E dopodomani forse, se mi riesce, rivedrò anche lei. Ha sposato un ricco commerciante, di nome Herschel, e credo che abbia tre figli, una dei quali le somiglia in modo sorprendente e di chiama Julie, come lei. Non so altro, ed è più che sufficiente.
Ma ricordo bene come, un anno dopo la mia partenza, le scrissi da lontano, informandola che non avevo nessuna speranza di farmi una posizione e di guadagnare, per cui non mi doveva aspettare. Mi rispose che non era il caso che angustiassi inutilmente me e lei: quando fossi tornato, presto o tardi, lei ci sarebbe stata. E sei mesi dopo scrisse ancora, pregandomi di restituirle la sua libertà, per quello Herschel; nel dolore e nella collera della mia prima ora io non le scrissi una lettera ma, coi primi soldi, le mandai un telegramma, quattro o cinque parole di convenienza. Andarono al di là del mare e non potei più richiamarle.
E’ pazza la vita! Sia stato il caso o l’ironia della sorte, o forse il coraggio della disperazione, non appena la mia felicità amorosa andò in frantumi, successo e soldi arrivarono come per magia, ottenni, quasi per gioco, quanto non avevo mai osato sperare, e tuttavia per me non aveva più valore alcuno. Il destino fa i capricci, pensai, e coi miei compagni mi bevvi, in due giorni e due notti, una borsa piena di banconote.
Ma a queste storie smisi di pensare quando, finito il pasto, gettai al vento la carta del salame ormai vuota e, avvolto nel mantello, feci la siesta. Preferivo pensare al mio amore di allora, alla figura e al volto di Julie, quel volto affusolato con le nobili sopracciglia e i grandi occhi bruni. E preferivo pensare a quel giorno nella faggeta, a come mi cedette, con lentezza e ritrosia, tremando ai miei baci, e infine mi baciò a sua volta e teneramente, come in un sogno, mi sorrise, mentre ancora qualche lacrima le brillava sulle ciglia.
Cose passate! Ma la cosa migliore non furono quei baci e neppure le passeggiate serali, o i nostri segreti. La cosa migliore era la forza che quell’amore mi dava, la forza lieta di vivere e di lottare per lei, di camminare sull’acqua e sul fuoco. Potersi buttare, per un istante, poter sacrificare degli anni per il sorriso di una donna: questa sì che è felicità, e io non l’ho perduta. […]
 
Proseguendo con (scarso) talento, (poca) scienza, e deforme ed ipertrofica coscienza ad invecchiare senza maturità....

...Facendoci abbandonare da tutto (ed, eventualmente, da tutti), ma mai da quella fiera determinazione propria dell'insicurezza.

Enig Mistico

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"...Quello che mi gira in testa questa notte son tornato, incerta amica, a riferire,
noi immergenti, noi con fedi ed ossa rotte, lasciamo dire.
ne abbiam visti geni e maghi uscire a frotte per scomparire...."


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E guardo fuori dalla finestra e vedo quel muro solito che tu sai,
sigaretta o penna nella mia destra, simboli frivoli che non hai amato mai;
quello che ho addosso non ti è mai piaciuto, racconto e dico e ti sembro muto,
fumare e scrivere ti suona strano, meglio le mani di un artigiano
e cancellarmi è tutto quel che fai; ma io sono fiero del mio sognare,
di questo eterno mio incespicare e rido in faccia a quello che cerchi e che mai avrai.
 
Scritto da Enig Mistico


...Facendoci abbandonare da tutto (ed, eventualmente, da tutti), ma mai da quella fiera determinazione propria dell'insicurezza.

[/I]

...è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente
del diritto alla felicità?


Hai tutto il tempo che ti occorre per rispindermi :)

Dulcinea

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Ancora qui a domandarsi e a far finta di niente
come se il tempo per noi non costasse l'uguale,
come se il tempo passato ed il tempo presente
non avessero stessa amarezza di sale.

Tu non sai le domande, ma non risponderei
per non strascinare le parole in linguaggio d'azzardo;
eri bella, lo so, e che bella che sei;
dicon tanto un silenzio e uno sguardo.

Se ci sono non so cosa sono e se vuoi
quel che sono o sarei, quel che sarò domani...
non parlare non dire più niente se puoi,
lascia farlo ai tuoi occhi alle mani.

Non andare... vai. Non restare...stai.
Non parlare... parlami di te.

Tu lo sai, io lo so, quanto vanno disperse,
trascinate dai giorni come piena di fiume
tante cose sembrate e credute diverse
come un prato coperto a bitume.

Rimanere così, annaspare nel niente,
custodire i ricordi, carezzare le età;
è uno stallo o un rifiuto crudele e incosciente
del diritto alla felicità?

Se ci sei, cosa sei? Cosa pensi e perché?
Non lo so, non lo sai; siamo qui o lontani?
Esser tutto, un momento, ma dentro di te.
Aver tutto, ma non il domani.

Non andare... vai. Non restare...stai.
Non parlare... parlami di te.

E siamo qui, spogli, in questa stagione che unisce
tutto ciò che sta fermo, tutto ciò che si muove;
non so dire se nasce un periodo o finisce,
se dal cielo ora piove o non piove,

pronto a dire "buongiorno", a rispondere "bene"
a sorridere a "salve", dire anch'io "come va?"
Non c'è vento stasera. Siamo o non siamo assieme?
Fuori c'è ancora una città?

Se c'è ancora balliamoci dentro stasera,
con gli amici cantiamo una nuova canzone...
...tanti anni, e sono qui ad aspettar primavera
tanti anni, ed ancora in pallone

Non andare... vai. Non restare...stai.
Non parlare... parlami di te.
Non andare... vai. Non restare...stai.
Non parlare... parlami di noi.
 

E già, la morte.
Giusto.
Ma che ne so io della morte ?


Enig Mistico

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Ho visto un porcellino morire, un giorno…
Ti interessa? Soffriva sai?
Mi guardava fisso e gemeva, ma non troppo, era come una specie di calma.
Poi il cuore ha cominciato a battergli forte… ma era bravo, sai?
...
Non era un agonizzante esigente.
Forse perché aveva capito che quando si muore bisogna anche godere. Se i morenti piangono ancora è perché non godono abbastanza.
Certo il peggio è per chi assiste.
Le poche frasi balbettate annunciano solo stupore, fastidio, voglia di togliersi dall’imbarazzo e qualche volta anche paura e schifo.
Certo il peggio è per chi assiste…
...
E io rimanevo di fronte a lui per compatire.
Capivo che lui non mi ritrovava, ma non basta capire, bisognerebbe essere.
Dovevo trovare in me un altro uomo più grande di me per aiutarlo a morire dolcemente.
Ma c’ero solo io.
Questo.
E mi mancava la possibilità di dire una cosa a un altro. Questo io non ce l’avevo.
Provai ad allungare una mano ma con paura, senza amore. Forse è solo questo che possiamo fare senza ingannare noi stessi.
...
In quei momenti è seccante essere diventati poveri come si è. Si manca di quasi tutto quello che occorre per aiutare qualcuno a morire.
 
"Eccelsa e nobile signora:
Il ferito dalle punte della lontananza e il piagato nel più profondo del cuore, dolcissima Dulcinea del Toboso, ti augura quella salute ch'egli non ha. Se la tua bellezza mi dispregia, se la tua virtù non è a mio favore, se ai miei travagli rispondono i tuoi disdegni, benchè io sappia soffrire, mai potrò sostenermi in questa angoscia che, oltre ad essere forte, dura da troppo tempo.
Il mio scudiero Sancho ti farà una completa relazione, o bella ingrata, amata mia nemica, dello stato in cui sono ridotto per causa tua; se ti piacesse di soccorrermi, son tuo; altrimenti fa' come più ti aggrada; ché ponendo fine alla mia vita avrò soddisfatto alla tua crudeltà e ai miei deisderi.
Tuo fino alla morte

Il Cavaliere dalla Triste Figura"
 
Cosa fa scattare l'amore?

Lui ha sempre caldo; io sempre freddo. D'estate, quando è veramente caldo, non fa che lamentarsi del gran caldo che ha. Si sdegna se vede che m'infilo, la sera, un golf.
Lui sa parlare bene alcune lingue; io non ne parlo bene nessuna. Lui riesce a parlare, in qualche suo modo, anche le lingue che non sa.
Lui ha un grande senso dell’orientamento; io nessuno. Nelle città straniere, dopo un giorno, lui si muove leggero come una farfalla. Io mi sperdo nella mia propria città; devo chiedere indicazioni per ritornare alla mia propria casa. Lui odia chiedere indicazioni; quando andiamo per città sconosciute, in automobile, non vuole che chiediamo indicazioni e mi ordina di guardare la pianta topografica. Io non so guardare le piante topografiche, m’imbroglio su quei cerchiolini rossi, e si arrabbia.
Lui ama il teatro, la pittura, e la musica: soprattutto la musica. Io non capisco niente di musica, m’importa molto poco della pittura, e m’annoio a teatro. Amo e capisco una sola cosa al mondo, ed è la poesia.
Lui ama i musei, e io ci vado con sforzo, con uno spiacevole sensi di dovere e fatica. Lui ama le biblioteche, e io le odio.
Lui ama i viaggi, le città straniere e sconosciute, i ristoranti. Io resterei sempre a casa, non mi muoverei mai.
Lo seguo, tuttavia, in molti viaggi. Lo seguo nei musei, nelle chiese, all’opera. Lo seguo anche ai concerti. E mi addormento.
Siccome conosce dei direttori di orchestra, dei cantanti, gli piace andare, dopo lo spettacolo, a congratularsi con loro. Lo seguo per i lunghi corridoi che portano ai camerini dei cantanti, lo ascolto parlare con persone vestite da cardinali e da re.
Non è timido; e io sono timida. Qualche volta, però, l’ho visto timido. Coi poliziotti, quando s’avvicinano alla nostra macchina armati di taccuino e matita. Con quelli diventa timido, sentendosi in torto.
E anche non sentendosi in torto. Credo che nutra rispetto per l’autorità costituita.
Io, l’autorità costituita, la temo, e lui no. Lui ne ha rispetto. E’ diverso. Io, se vedo un poliziotto avvicinarsi per darci la multa, penso subito che vorrà portarmi in prigione. Lui., alla prigione, non pensa; ma diventa, per rispetto, timido e gentile.
Per questo, per il suo rispetto verso l’autorità costituita, ci siamo, al tempo del processo Montesi, litigati al delirio.
A lui piacciono le tagliatelle, l’abbacchio, le ciliegie, il vino rosso. A me piace il minestrone, il pancotto, la frittata, gli erbaggi.
Suole dirmi che non capisco niente, nelle cose da mangiare; e che sono come certi robusti fratacchioni, che divorano zuppe d’erba nell’ombra dei loro conventi; e lui, lui è un raffinato, dal palato sensibile. Al ristorante, s’informa a lungo sui vini; se ne fa portare due o tre bottiglie, le osserva e riflette, carezzandosi la barba pian piano.[...]
 
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