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watson

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E' uno dei tanti paradossi della storia che sia stato il giovane aristocratico francese, Alexis de Tocqueville, a diventare uno dei padri della liberaldemocrazia. Tocqueville nasce nel 1805, quando la Francia è coinvolta nell'epopea dispotica di Napoleone, e muore nel 1859, quando il Paese, dopo la monarchia orleanista del 1830 e i moti del 1848, affonda nel Secondo Impero di Napoleone il Piccolo, come veniva chiamato Napoleone III dai rivoluzionari di fine Ottocento. La figura di Tocqueville attraversa un periodo di storia tumultuoso, di grandi cambiamenti politici e sociali. Anche la Rivoluzione del 1789 lascia il segno sul giovane aristocratico. Alexis è figlio infatti di Hervé conte di Tocqueville che, nel 1794 aspetta nelle prigioni del Luxembourg la carretta che lo porta alla ghigliottina. Solo il Termidoro, solo la caduta di Robespierre e di Saint Just salvano il padre di Alexis dall'incontro tragico con «madame».
Nella vita di Tocqueville quindi c'è dentro di tutto: la Rivoluzione, la Repubblica, il Terrore, il Consolato, l'Impero, la Restaurazione, la Monarchia di luglio, la Seconda repubblica, il Secondo Impero. Questi tumulti sociali e politici sono talmente importanti nella vita di un uomo, che lo stesso Tocqueville ne farà un cenno autobiografico per spiegare alcune sue scelte: «Io venni al mondo alla fine di una lunga rivoluzione, che aveva distrutto lo Stato antico e non aveva fondato nulla di durevole. Quando cominciai a vivere, l'aristocrazia era già morta e la democrazia non ancora nata. Il mio istinto non mi poté quindi determinare ciecamente a scegliere l'una oppure l'altra».
Per sangue familiare e per quello che vede davanti agli occhi, Tocqueville è portato a uno sguardo quasi neutrale verso la realtà, senza un apparente coinvolgimento passionale. Ma è solo un'impressione superficiale. In realtà, Tocqueville è immerso nello sconvolgimento sociale della sue epoca e, oltre agli studi giuridici, sociologici, storici sarà anche in prima fila come uomo politico. Egli vede con grande lucidità la disarmonia che si crea con il crollo dell'Antico Regime. Tocqueville non ha rimpianti, ma osserva che l'antico ordine si è frantumato sotto la spinta di una tendenza all'eguaglianza sociale che ha pregi, ma anche difetti pericolosi. La disarmonia, per non dire l'antitesi tra eguaglianza e libertà, sarà al centro di tutta la sua indagine.
di fronte al crollo dell'Antico Regime, Tocqueville non reagisce come De Maistre e neppure come il conservatore inglese Burke, con una condanna indiscriminata della Rivoluzione. Tocqueville guarda al presente e cerca nella realtà, senza alcuna vocazione libresca, la possibile uscita verso un nuovo ordine che garantisca la libertà, anche sotto le forte pressione sociale che si esprime nel desiderio di uguaglianza. Il dilemma non è facile, perché la stessa realtà francese insegna a Tocqueville che accanto a brevi periodi, a brevi pause di libertà, la democrazia che sta soppiantando l'aristocrazia sforna periodi di degenerazione che sconfinano nella cosiddetta «tirannia della maggioranza», come è avvenuto nella dittatura giacobina del Terrore, come nel dispotismo di Napoleone il grande e di Napoleone il Piccolo.
 
Ecco allora il giovane aristocratico che si trasforma in viaggiatore-cronista, insieme all'amico Gustave de Beaumont, in giro per il Nuovo Mondo, per gli Stati Uniti, a osservare usi, costumi, modi di vivere di una società che non ha «rovine dei castelli come l'Europa», come diceva Goethe. Tocqueville guarda con ammirazione le istituzioni politiche americane. Vede nel decentramento amministrativo un perno della democrazia. Il federalismo istituzionale degli Stati è solo una precondizione del funzionamento di una democrazia. Ci sono soprattutto le autonomie locali che sono rispettate ed esaltate. Tocqueville si sofferma proprio sulle amministrazioni locali, facendo una distinzione tra accentramento politico e accentramento amministrativo e sottolinea che negli Stati Uniti esiste il primo e non il secondo. Nota con interesse e stupore che negli Stati Uniti regna la più completa libertà comunale, non esistono prefetti, non esistono agenti del governo centrale che non siano eletti dalle comunità locali. Inoltre fa l'apologia della libertà di associazione all'interno della società americana, quasi un modello centrato sulla sussidiarietà.
È proprio questa articolazione sociale, questo pluralismo di base istituzionale, questo decentramento amministrativo che assicura, secondo Tocqueville, la democrazia, la possibilità che alla base la società possa organizzarsi come meglio creda, tenendo lontano l'intervento e l'invadenza dello Stato. Il giovane aristocratico paragona al proposito il decentramento amministrativo statunitense a quello francese, e pensa che quest'ultimo abbia in sé i germi dell'autoritarismo che poi sconfina nel dispotismo. Dal viaggio americano, Tocqueville sembra avere trovato una soluzione al dilemma tra eguaglianza e democrazia, che lui risolve con la frase «eguaglianza delle condizioni», che sembra la metafora di un'osservazione da autentico cronista dell'America, la quale accoglie gli immigrati europei sulla costa atlantica offrendo pari condizioni e poi li spinge alla scoperta della nuova frontiera dell'Ovest, dove ugualmente ci sarebbe «eguaglianza delle condizioni».
 
Ma trovata una composizione al dilemma, Tocqueville nella seconda parte del suo libro più importante La democrazia in America, ci mette tutti i dubbi e le riflessioni che nascono dall'analisi di una società che è spinta sempre di più verso l'egualitarsimo. E l'aristocratico risfodera la sua preoccupazione di fondo: quando il motivo dominante è che si sia tutti uguali, addio libertà. Se un tempo il pericolo veniva da masse popolari violente, quelle mobilitate dalla Convenzione, cioè da classi sociali a lungo umiliate che, improvvisamente, prendevano coscienza della propria forza per usarla senza freno, ora si staglia all'orizzonte un nuovo pericolo: la trasformazione, in nome dell'uguaglianza, di una massa in uomini miti, passivi, in cui non vive più passione politica né tensione ideale, in cui esiste solo un'esigenza diffusa di ottenere dall'amministrazione pubblica, sempre più centralizzata, protezione, appoggio e tutela.
La spinta verso l'egualitarismo della nuova società di massa che intravede Tocqueville è pericolosa come la rivolta delle masse guidate dalla violenza della Convenzione. Alla violenza si sostituisce il conformismo, la piattezza, la passività. Il risultato è quasi uguale. Sia l'umanità violenta, sia l'umanità passiva e conformista è costituita da una miriade di monadi estranee tra loro, imprigionate o nella violenza o nella ricerca di un mediocre benessere. Il dilemma tra eguaglianza e libertà resta aperto. La liberaldemocrazia di Tocqueville diventa un equilibrio difficile tra poteri decentrati, con un grande spirito d'iniziativa degli uomini e delle comunità.
L'aristocratico Tocqueville non condanna solo i limiti della «vampata» democratica alla caduta dell'Antico Regime, ma anticipa, come ha scritto Raymond Aron, anche i limiti della società futura, quella del Welfare State, quella che spera che un'amministrazione centralizzata risolva tutti i bisogni dei cittadini, rinunciando alla propria individualità, alla propria passione e ai propri desideri. Una società passiva che rinuncia a creare una Welfare society, come invece dovrebbe una società di cittadini mossi da un ideale.
Grande osservatore della società, Tocqueville indica i pericoli, non costruisce, librescamente, una società perfetta. È anche per questa ragione che è uno dei fondatori della società aperta e un grande teorico della liberaldemocrazia.
 
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"Vedo chiaramente nell'eguaglianza due tendenze: una che porta la mente umana verso nuove conquiste e l'altra che la ridurrebbe volentieri a non pensare più. Se in luogo di tutte le varie potenze che impedirono o ritardarono lo slancio della ragione umana, i popoli democratici sostituissero il potere assoluto della maggioranza, il male non avrebbe fatto che cambiare carattere.
Gli uomini non avrebbero solo scoperto, cosa invece difficile, un nuovo aspetto della servitù… Per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte, poco m'importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge".
 
"Se cerco di immaginare il dispotismo moderno, vedo una folla smisurata di esseri simili ed eguali che volteggiano su se stessi per procurarsi piccoli e meschini piaceri di cui si pasce la loro anima… Al di sopra di questa folla, vedo innalzarsi un immenso potere tutelare, che si occupa da solo di assicurare ai sudditi il benessere e di vegliare sulle loro sorti. È assoluto, minuzioso, metodico, previdente, e persino mite.
Assomiglierebbe alla potestà paterna, se avesse per scopo, come quella, di preparare gli uomini alla virilità. Ma, al contrario, non cerca che di tenerli in un'infanzia perpetua. Lavora volentieri alla felicità dei cittadini ma vuole esserne l'unico agente, l'unico arbitro. Provvede alla loro sicurezza, ai loro bisogni, facilita i loro piaceri, dirige gli affari, le industrie, regola le successioni, divide le eredità: non toglierebbe forse loro anche la forza di vivere e di pensare?".
 
Alexis de Tocqueville nella biblioteca di un ragazzo? Sì, trovo Alexis de Tocqueville indispensabile nella biblioteca di un ragazzo. E non solo di un ragazzo che voglia affrontare in modo sistematico il pensiero liberale. Certo, scegliere un unico autore è difficile, poiché penso che il modo giusto di formarsi un carattere indipendente e una libertà di giudizio sia quello di leggere e mettere a confronto quanti più autori possibile. Ma so anche quanto sia stato importante per me, soprattutto negli anni giovanili, innamorarmi di alcuni testi, capaci poi di farmi da guida per tutta la vita. Uno di questi testi è La democrazia in America di Tocqueville, uno scrittore che mi è caro e mi sembra particolarmente indicato per almeno tre ragioni: innanzitutto, per l'assoluta originalità con cui, nella prima metà dell'Ottocento, appena venticinquenne e unico tra gli intellettuali del suo tempo, ha saputo intuire la straordinaria importanza mondiale di quella che allora era soltanto una lontana ex colonia europea, gli Stati Uniti d'America; poi per la sicurezza con cui ha precocemente capito che la «democrazia» è la vera novità rivoluzionaria dell'epoca moderna, destinata a condizionare tutta la nostra vita sociale; e ancora, per il tono pessimista e aristocratico con cui ha messo in guardia contro i pericoli, sempre attuali, che insidiano le libertà in una società democratica.
Tutto questo può essere avvincente per un ragazzo di oggi? Ne sono convinto.
Tocqueville sa essere controcorrente con rara lucidità. Era figlio di una famiglia nobile, travolta dalla rivoluzione francese, eppure non condivideva l'animosità, tipica del proprio ambiente, nei confronti del nuovo ordine sociale. Vedeva con chiarezza che la rivoluzione aveva prodotto il trionfo non tanto della borghesia, quanto della democrazia, e che questa «democrazia», cioè «l'uguaglianza delle condizioni», era ormai una potenza inarrestabile. Affermazione impetuosa anche perché, spiega Tocqueville con coraggio in L'antico regime e la rivoluzione, l'altro suo maiuscolo lavoro che trasformò radicalmente i criteri interpretativi della Rivoluzione francese, il passaggio dallo «Stato sociale aristocratico» allo «Stato sociale democratico» non avviene con uno iato improvviso ma rappresenta un'evoluzione che contiene anche chiari segnali di continuità.
È davvero singolare come, per tanto tempo, nella cultura politica europea, praticamente fino a qualche decennio fa, abbia avuto tanto spazio la critica marxista, secondo cui la democrazia è un inganno poiché promette un'uguaglianza che è poi smentita dal fatto che gli uomini restano diseguali. Quanto più lungimirante l'idea di Tocqueville, che ha mostrato, sulla scorta dell'esempio americano, come l'uguaglianza proclamata dalla democrazia, nonostante il suo carattere «immaginario», alimenta una corsa all'emulazione che finisce per ridurre le diseguaglianze; e i risultati li abbiamo di fronte noi che viviamo in società sicuramente più giuste di quelle del passato.
Ma l'avvento della democrazia, pure ineluttabile, non cessò mai di inquietare Toqueville. E proprio qui sta, secondo me, l'elemento di grande attualità. Egli vedeva infatti che il potere della maggioranza, nelle società di massa, tende fatalmente a diventare assoluto e a imporre una nuova tirannia, quella del conformismo della pubblica opinione. Ogni forma di originalità diventa sospetta e vengono mortificati il merito, l'intraprendenza, la distinzione, l'ingegno, l'eleganza; e perfino le maniere cavalleresche nei rapporti tra i sessi sono guardate con diffidenza. Per di più, l'uomo democratico tende ad attenuare il rispetto per la tradizione, per i limiti imposti dalla morale, dalla natura, dalla religione, e viene colto da una sorta di sentimento di onnipotenza: purché la maggioranza lo voglia, tutto è possibile.
Ecco allora che Tocqueville mi appare, ancora adesso, un prezioso antidoto non solo contro i nemici della democrazia ma anche contro i suoi abusi. E infine è un autore che, con argomenti equilibrati e convincenti, mi ha insegnato che soltanto facendo sopravvivere un fondo di aristocrazia anche nella società democratica si potrà essere più liberi.
 
Scritto da Remo Capracotta
Sono colui che tutto annota

un annotaio,allora.
Quanno che ce siamo conosciuti.
Palesati,mostra il piedin!

Ma soprattutto non me rompere il 3D dedicato al grande Toccheville!Poi Anita si inquieta con me.
 
La democrazia in America costituisce uno dei classici per eccellenza del pensiero politico e sociale dell’età moderna e la sua fama non si può certo dire che risulti immeritata. Si tratta di una sorta di diario del giovane magistrato parigino Alexis de Tocqueville (1805-1859) che, a cavallo tra il 1831 e il 1832, compì un viaggio di circa nove mesi negli Stati Uniti, che all’epoca si presentavano come un immenso paese in parte ancora inesplorato e comunque in netta prevalenza agrario ed agricolo, rappresentando le poche metropoli delle eccezioni, tra l’altro di estensione e rigoglio demografico lungi dal potersi paragonare a quelle europee. L’estensione del libro come oggi lo conosciamo impegnò l’autore per diverso tempo: basti pensare che il primo volume, il cui successo fu superiore ad ogni più rosea aspettativa, vide la luce nel 1835, e la seconda parte, il cui impatto sull’opinione pubblica risultò minimo, uscì addirittura nel 1840. Come si accennava in precedenza, questo possente libro raccoglie tutte le riflessioni svolte da Tocqueville in merito al sistema politico statunitense, a quello giudiziario, all’attività di ciò che noi oggi definiamo “società civile”.
 
Scritto da watson
Chi sei?Diverso come?Chi eri?Dove vai?

Who,when,why,watson?



Chi è? Eheheh......
 
Scritto da Remo Capracotta
Anita? Starnazza un pò, poi s'acquieta...

Carissimo Remo, ti sento vicino. Tra una mia starnazzata e l'altra, a pennello calza qualche tuo raglio.
 
Scritto da Anita
Chi è? Eheheh......

Boh.Non ci capisco più nulla.Tra nick falsi,doppi nick,nick maschili di donne ,nick femminili di uomini,....so solo chi sono io.Per fortuna.
 
Scritto da watson
Boh.Non ci capisco più nulla.Tra nick falsi,doppi nick,nick maschili di donne ,nick femminili di uomini,....so solo chi sono io.Per fortuna.

Remo? Alle spalle ha una storia ben più antica della mia!
A buon intenditor.......
 
"Vedo chiaramente nell'eguaglianza due tendenze: una che porta la mente umana verso nuove conquiste e l'altra che la ridurrebbe volentieri a non pensare più. Se in luogo di tutte le varie potenze che impedirono o ritardarono lo slancio della ragione umana, i popoli democratici sostituissero il potere assoluto della maggioranza, il male non avrebbe fatto che cambiare carattere.
Gli uomini non avrebbero solo scoperto, cosa invece difficile, un nuovo aspetto della servitù… Per me, quando sento la mano del potere appesantirsi sulla mia fronte, poco m'importa di sapere chi mi opprime, e non sono maggiormente disposto a infilare la testa sotto il giogo solo perché un milione di braccia me lo porge". Sono parole di Alexis Clérel de Tocqueville, il saggista francese che conquistò la fama con due opere che, ciascuna nel suo genere, sono rimaste esemplari: La democrazia in America, scritta fra il 1832 e il 1840 e tuttora fondamentale per la comprensione dell'ideologia e della vita sociale degli Stati Uniti, e L'antico regime e la Rivoluzione, il volume pubblicato nel 1856, che trasformò radicalmente i criteri interpretativi della Rivoluzione francese. Diverse per il soggetto, le due opere principali di Tocqueville sono legate fra loro dalla visione politica dell'autore, che fu un liberale incline alla democrazia e, nello stesso tempo, un critico acuto e profondo dei mali di questa.
Il problema dell'equilibrio fra la libertà individuale e il potere democratico (lo Stato di massa, si direbbe oggi), che egli studiò negli Stati Uniti e vide formarsi nell'Europa del suo tempo, è ora il problema di tutto il mondo occidentale. In Italia sono stati tradotti recentemente due libri che hanno acuito nuovamente l'interesse per questo genio della storiografia e della sociologia politica, seppure quest'ultima, ai suoi tempi, non esistesse ancora come scienza a se stante.
Sono gli Scritti, note e discorsi politici 1839-1852 (Bollati Boringhieri, con un saggio di Umberto Coldagelli); e la biografia scritta da André Jardin, Alexis de Tocqueville (Jaca Book). Si è così riacceso il dibattito: quasi tutti ormai si dichiarano ilberal-democratici e Tocqueville sembra essere il loro antesignano o, meglio, un liberale portato all'estensione dei principi liberali a tutti, quindi incline alla democrazia; ma, nello stesso tempo, Tocqueville è un critico acuto e preveggente dei mali democratici. Il brano riportato in principio d'articolo de La democrazia in America mette a fuoco la posizione di Tocqueville di fronte all'eguaglianza.
 
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