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ghekko1966

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per chi non lo avesse già letto su TgFIn:

29-4-2003

Cirio:banche finiscono in tribunale
Denuncia in arrivo dall'Adusbef

Il caso Cirio arriverà in tribunale. Lo scandalo dei bond non rimborsati riguarda tra i 15 e i 20mila risparmiatori e la partita vale oltre un miliardo di euro. I rappresentanti dei consumatori dell'associazione Adusbef hanno intenzione infatti di chiedere l'annullamento dei contratti sottoscritti, con la motivazione che quei titoli non potevano essere collocati al dettaglio, ma andavano proposti soltanto a investitori istituzionali.

Ad annunicare l'iniziativa è stato il presidente dell'Adusbef Elio Lannutti. "Le carte sono quasi pronte" assicura "ed entro 15 giorni le consegneremo al giudice". La citazione andrà di pari passo con la questione dei bond argentini. "Le banche" sostiene Lannutti "hanno scaricato su 20mila piccoli risparmiatori la rischiosità dei loro impieghi".

Ma sotto accusa ci sono anche "la mancata vigilanza" di Consob e Banca d'Italia. "Per questo" aggiunge ancora il numero uno dell'Adusbef "stiamo pensando di organizzare una manifestazione in via Nazionale per il 31 maggio, in occasione delle considerazioni finali del governatore Antonio Fazio".

Intanto, il salvataggio della Cirio appare sempre più a rischio. Dal bilancio della holding olandese Cragnotti and Partners capital investment, che con il gruppo agroalimentare risulta indebitata per circa 180 milioni di euro, emergono infatti perdite per 220 milioni nel 2001.

Inoltre, secondo il Corriere della sera, la società presenterebbe anche un patrimonio negativo di 103 milioni. E difficilmente, afferma il quotidiano milanese, rientreranno alla base anche anche i 360 milioni di crediti vantati da via Valenziani nei confronti della Cragnotti and Partners overseas, il cui valore, in base ai conti 2001, era negativo per 6,9 milioni di euro.

Saluti.
 
io...

Ho proposto un tipo di azione giudiziaria allo studio carbone di Roma che si occupa della vicenda che è alternativo a quello loro...
Chi ha voglia:
Roma, 2 Aprile 2003

Stamani il primo gruppo di obbligazionisti aderenti all’Assorisparmiatori (www.assorisparmiatori.it) – difesi dallo Studio Legale Carbone di Roma ha citato in giudizio innanzi al Tribunale di Roma, le società del Gruppo Cirio Del Monte per ottenere la restituzione delle somme investite. Come si ricorderà, tale azione legale era stata annunciata dalla stessa Assorisparmiatori, allorché intervenne nella causa promossa dalla Consob contro la Cirio Finanziaria per impugnare il bilancio 2001 di quest’ ultima.

Oggi, a distanza di appena un mese, l’impegno preso nei confronti dei risparmiatori viene rispettato. Sui termini della causa Assorisparmiatori, spiega: abbiamo chiesto al Tribunale di Roma che disponga la risoluzione del contratto di mutuo che caratterizza il prestito obbligazionario impedendo la possibilità che gli obbligazionisti Cirio soggiacciano alla paventata ipotesi di conversione di obbligazioni in azioni o altra deliberazione dell’assemblea degli obbligazionisti o del trustee a loro non gradite.

Con l’atto di citazione a comparire davanti dal Tribunale di Roma, oggi notificato, si determina lo scioglimento d’ogni legame degli obbligazionisti con le società del Gruppo Cirio e si darà il diritto agli stessi alla restituzione del capitale investito. Aggiunge Assorisparmiatori: una volta ottenuta dal Tribunale di Roma la sentenza di condanna alla restituzione delle somme investite a favore degli obbligazionisti Cirio che hanno aderito alla nostra causa collettiva, solo allora, valuteremo la solvibilità del Gruppo Cirio e assumeremo le opportune iniziative.

Con la medesima azione legale si chiede, inoltre, al Giudice che venga dichiarata la nullità del contratto costitutivo delle società estere, ai sensi dell’art. 1344 cod.civ., poiché tale contratto ha inteso costituire il mezzo per eludere l’art. 2410 cod.civ. ed il testo unico sulla intermediazione finanziaria.

Assorisparmiatori fa, infine, presente d’ aver già ricevuto i primi incarichi per intentare azione legale nei confronti dei Gruppi bancari advisor sui presupposti, già noti, d’ aver collocato titoli che non dovevano essere destinati al mercato; d’aver agito in conflitto d’interesse; d’aver mancato al rispetto degli obblighi di trasparenza e dunque perché nella loro condotta sono ravvisabili gli estremi per il risarcimento del danno per violazione delle norme sul testo unico sulla intermediazione finanziaria e sul testo unico bancario.

La causa nei confronti delle banche, per la quale Assorisparmiatori sta raccogliendo le procure alla lite, sarà depositata nel prossimo mese di maggio.

Assorisparmiatori
Il Presidente
(avv. Carlo Carbone)
 
mia opinione

From: carbone&associati
To: fabio galletti
Sent: Friday, April 04, 2003 5:17 PM
Subject: R: Opinione su azione Cirio


La ringrazio vivamente per il consiglio e complimenti!

Cordiali saluti
(avv. Carlo Carbone)
----- Original Message -----
From: fabio galletti
To: info@carboneassociati.it
Sent: Thursday, April 03, 2003 6:37 PM
Subject: Opinione su azione Cirio


Innanzitutto Vi ringrazio per l' attenzione prestata.
Ho letto sul sito dell' associazione patrocinata che è stata promossa un' azione giudiziale verso Cirio, che però vorrebbe estendersi (1344 C.C., 2410 C.C.) anche alle altre società del gruppo. Premetto che non ho alcun interesse nella vicenda ma sono mosso solo da uno spunto culturale. Mi auguro certamente che riusciate a spezzare il "corporate veil", lo schermo frapposto tra i sottoscrittori e colui/coloro che, secondo un principio di "substance over form", risultano gli effettivi mittenti. Peraltro, secondo quanto ho recepito dalle cronache, non si tratta di strutture societarie "satellitari", ma, secondo uno schema di "corporate inversion", strutture controllanti, quando non svincolate. Tuttavia, ictu oculi, m' è venuta in mente un ' altra considerazione che Vi espongo.
Aldilà del problema dell' emissione della struttura paradisiaca caraibica, mi sono chiesto quanto segue: non sarebbe ammissibile convenire in giudizio le società emittenti estere, sulla base della Convenzione di Bruxelles del 1968, quando non addirittura, applicare la disciplina interna, italiana, sulla base della Convenzione di Roma del 1980 sulle obbligazioni? Si tratterebbe di far qualificare il "cliente sottoscrittore" come "consumatore", e l' interpretazione non mi sembra poi tanto forzata, alla luce proprio del senso dato dalla Direttiva 2002/65/CE sulla commercializzazione a distanza dei servizi finanziari, dove si fa riferimento ad un concetto di cliente come "consumatore", da desumersi dalle Convenzioni citate sulla base di un' interpretazione delle stesse che inveri le norme in esse contenute e le renda applicabili al contesto giuridico, economico, sociale, odierno.

Cordialmente
Fabio Galletti
 
se qualcuno volesse esprimere un' opinione al proposito...

Io sono per evitare azioni legali ma a mio avviso potrebbe avere più chances questa che non quella contro Argentina...
 
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Cirio-bond, il Trustee suona la sveglia - da IL sole 24 ore

ROMA - Obbligazionisti-Cirio, attenzione! È bene che sappiate quanto segue: è necessario l'accordo di una «percentuale minima» dei portatori per modificare le condizioni dei sette bond. E una percentuale altrettanto minima è sufficiente per far scattare l'esigibilità immediata. Ma a oggi, dal 4 novembre 2002 cioè dall'inadempimento del pagamento di capitale e interessi sulla prima obbligazione Cirio in default, tutto tace: il Trustee non ha esercitato la facoltà di dichiarare il rimborso immediato nè ha ricevuto richiesta dai portatori di bond per almeno 1/5 dell'importo in essere, né è stata ottenuta una Delibera Straordinaria per dichiarare l'esigibilità. Chi intende farlo sappia che l'iter impone l'invio delle richieste al Trustee attraverso le Montetitoli internazionali Euroclear e Clearstream e dunque tramite le banche. Questo messaggio chiarificatore, rivolto a qualche migliaio di obbligazionisti italiani sottoscrittori di Cirio-bond che brancola nel buio da sei mesi, è stato inviato ieri dal Law Debenture Trust o cosiddetto "Trustee", l'organismo che sotto la legge inglese tutela gli interessi dei portatori dei bond, raccogliendo richieste o convocando assemblee ai fini dell'esigibilità o della modifica dei termini dei titoli obbligazionari. Questa comunicazione - quattro lunghe pagine di spiegazioni - è stata inviata su richiesta delle società del gruppo Cirio per «riassumere l'attuale situazione delle obbligazioni ed esporre alcune delle disposizioni contenute nei regolamenti applicabili ai rimedi giudiziari e alle ristrutturazioni», in vista dell'imminente proposta da parte di Cirio di trasformare bond in azioni. Lo stato dell'arte. Delle sette obbligazioni in questione, al momento per una sola è già scattata l'esigibilità immediata: si tratta del titolo 7,5% novembre 2002, sul quale si è verificato l'inadempimento sul pagamento di cedole e capitale. Per quello che riguarda le altre sei obbligazioni, cinque titoli (tasso variabile 2003 e 2005, 8%-2005, 6,25%-2004 e 7,75%-2005) si è verificato un default sulla sola cedola. Non sul capitale. Per la settima emissione, 6,625%-2006, non si è ancora verificato un mancato versamento. Ma il Trustee aggiunge: «Il mancato pagamento delle obbligazioni 7,5% novembre 2002 costituisce inadempimento in base ai regolamenti applicabili alle altre sei serie di obbligazioni». Come far scattare l'esigibilità immediata. Partendo dal fatto che per tutte le emissioni targate Cirio si è verificato l'inadempimento, oltre al titolo 7,5% 2002 già esigibile, sugli altri sei bond gli obbligazionisti possono sollecitare l'esigibilità. Come? Due sono le strade: I portatori di obbligazioni pari ad almeno 1/5 dell'importo del capitale in essere possono chiedere al Trustee di dare avviso dell'esigibilità; il Trustee procede con delibera straordinaria. Questa delibera si ottiene con voto dei portatori riuniti in assemblea straordinaria, che viene convocata dai sottoscrittori di bond pari ad almeno il 10% dell'importo del capitale. L'assemblea, per essere valida, ha bisogno della partecipazione di portatori di almeno il 75% dell'importo del capitale, in prima convocazione, e di almeno il 25% in seconda. La maggioranza richiesta per la delibera straordinaria è di almeno il 75% dei voti espressi in assemblea. Tutti i voti per l'assemblea o le richieste per l'esigibilità non devono essere inviati direttamente al Trustee ma tramite le banche, Euroclear e Clearstream, giungono al Law debenture. Come modificare i termini dei bond. Nella sua comunicazione, il Trustee spiega anche che «è necessario l'accordo di una percentuale minima dei portatori per modificare i termini e le condizioni delle obbligazioni», come per esempio variare la scadenza del rimborso del capitale o di pagamenti di cedole, la riduzione del capitale o degli interessi. Una delle modifiche che può essere approvata dagli obbligazionisti è anche quella che prevede l'utilizzo del credito dei bond per sottoscrivere un aumento di capitale, in altre parole trasformare il proprio bond in azioni come verrà richiesto tra breve dalla Cirio stessa ai suoi creditori sottoscrittori di bond. In questo caso la procedura per raggiungere un accordo sulle modifiche dei bond richiede una delibera straordinaria adottata dagli obbligazionisti con un'assemblea convocata dai portatori con il 10% almeno dei dell'importo dei bond e convalidata dalla partecipazione del 75% in prima convocazione e del 25% in seconda convocazione. ISABELLA BUFACCHI


Martedí 29 Aprile 2003
 
L'altro giorno guardando la legge sulle S.P.A. ho visto che la quantita' di obbligazioni che una societa' puo' emettere e' proporzionale al proprio capitale, questo limite puo' non essere considerato se le obbligazioni sono emessi per gli investitori istituzionali, vista la quantita' di obbligazioni Cirio emesse se la legge e' uguale per tutti non dovevano essere per i normali investitori ma solo per gli investitori istituzionali, le banche che hanno creato le emissioni e che hanno curato il collocamento hanno omesso questo particolare, e gli organi di controllo controllano o fanno solo bei discorsi postumi tanto per giustificare i loro stipendi? adesso e' troppo comodo cercare il Pf o l'anomimo impiegato allo sportello della banca per attribuire a qualcuno le colpe, e presentare il conto ai risparmiatori, magari pensionati, e cosi' allontanare le colpe da chi ha creato le emissioni e dagli organi di controllo. Hanno anche il coraggio poi di dire in pubblico che si devono aumentare i controlli per aumentare la fiducia dei risparmiatori.
 
corsini..a lui la parola

CORSINI 750 MILIONI PER LA CIRIO

do Nino Sunseri da Libero 20 maggio 2003

Matteo Corsini non molla la presa. Nel momento in cui il cda della Cirio si prepara a varare il piano di ristrutturazione del debito, l' immobiliarista romano rilancia la ua proposta: <<Il vertice della Cirio ha il dovere di starmi a sentire e di esaminare la proposta. E' di gran lunga migliore rispetto a quella che stanno preparando>>. Matteo Corsini, ha 40 anni e due figli. E' salito alla ribalta della cronaca essendo stato l' intermediario che ha venduto Botteghe Oscure. Adesso comunica l' intenzione di candidarsi alla carica di sindaco di Roma con una lista civica. <<Sarò il sindaco operaio - dice parafrasando lo slogan reso famoso da Silvio Berlusconi - trasformerò le periferie romane e diventeranno bellissime come Barcellona o Parigi>>. In attesa del voto del Campidoglio, che arriverà solo fra un paio d' anni, continua ad occuparsi della Cirio e della Lazio.
Ma perchè il cda dovrebbe prendere in considerazione il suo piano. Due mesi fa l' advisor Ubaldo Livolsi lo ha bocciato. che cosa è cambiato?
<<Livolsi lo ha bocciato perché vuole pilotare la vendita della Cirio nelle mani della Barilla>>.
Chi glielo ha detto?
<< Ne sono sicuro. Basta ricordare la storia degli uomini coinvolti. Il loro passato professionale. Le antiche alleanze.>>.
Più che un' accusa sembra un messaggio in codice.
<< Vedrà se ho ragione. Ecco perché mi stanno tagliando fuori. Non vogliono prendere in considerazione la mia proposta perché rovina i loro piani. Da mesi chiedo di vedere i conti per poter presentare una proposta compiuta. Mi chiedo: perché non me li fanno vedere?>>.
La risposta qual è?
<<Non vogliono che la Cirio finisca nelle mie mani. Hanno copiato il mio piano di ristrutturazione, peggiorandolo>>.
Cerchiamo di capire. Il suo piano esiste o non esiste? Dice di non aver potuto vedere la carte e questo lascia pensare che siamo ancora un po' nel vago.
<<Non siamo nel vago. Mancano i dettagli ma in linea di massima tutto è pronto>>.
E qual è la sua proposta?
<< Offro agli azionisti 550 milioni di euro>>.
fino a qualche settimana fa erano 500...
<<La Cirio è un' ottima società. Sono disposto anche a fare qualche sacrificio pur di prenderla>>.
E ai portatori delle obbligazioni che cosa propone?
<< Un concordato al 20% pagato in contante>>.
vuol dire che per ogni cento lire di obbligazioni in circolazione lei è disponibile a rimborsarne venti. Non è molto generoso.
<<Sempre meglio del piano del cda che propone di restituire fra il 10 e il 40% sotto forma di azioni. Io pago in denaro contante.Loro con semplice carta>>.
Quanto costerebbe quest' operazione?
<<Circa 200 milioni di euro che rappresentano circa il 20% delle obbligazioni in circolazione>>.
Ricapitoliamo: 550 milioni di euro agli azionisti e altri 200 ai portatori di obbligazioni. In totale 750 milioni di euro. Ma è sicuro che la Cirio valga tutti questi soldi?
<<Assolutamente sì. La Cirio è una macchina da soldi. Ripulita dai debiti che Cregnotti ha dovuto accendere perché non disponeva di mezzi propri, potrà dre grandi soddisfazioni. Tanto più che buona parte dell' investimento potrà essere rimborsato vendendo partecipazioni non strategiche come Bombril oppure Del Monte Pacific>>.
Esattamente come propone il cda
<<Mi hanno copiato>>.
Ma 750 milioni di euro dove li trova?
<<In questa operazione non sono solo. Con me c' è il fondo americano Blackstone e la banca di affari Kkr, diventata famosa per lascalata alla Nabisco>>.
A metà degli anni 80 quell' operazione fece epoca: era stata la più grande iniziativa nella storia di Wall Street. Tuttavia alla fine non fu un successo.
<<Chi montò l' architettura fece un grandissimo affare. Aperderci furono gli altri>>.
 
salvataggio rinviato

MILANO - Fumata nera sul piano Cirio. Il consiglio di amministrazione che avrebbe dovuto approvare ieri il progetto di salvataggio si è aggiornato a domani. Alla base del rinvio ci sarebbero le resistenze dell'ex numero uno della società, Sergio Cragnotti, che avrebbe contestato la valorizzazione delle attività e delle svalutazioni del gruppo fatta dal nuovo management e dagli advisor. Cragnotti sembra non gradire inoltre l'azzeramento della propria partecipazione. Le banche sono infastidite da questi continui rinvii. Il presidente della Lazio Luca Baraldi ha lanciato intanto un appello per un accordo sui debiti con il Fisco. DEL GIUDICE, DRAGONI E MARTINO A PAG. 29

il sole 24 ore on line 21 maggio 2003
 
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L’INTERVISTA


«Nei vertici aziendali troppi consiglieri legati da interessi comuni»


«Salvate il capitalismo dai capitalisti», titola il suo ultimo libro. Un capitalismo la cui credibilità rischia di affondare fra scandali societari e compensi d’oro di amministratori delegati e top manager. Ma anche un capitalismo sul quale incombe un clima di «militarismo e protezionismo» che parte dagli Usa e offre «preoccupanti similitudini con la situazione che ha portato alla Grande Crisi degli anni 30». «Oggi negli Stati Uniti vedo una forte tendenza al protezionismo, all’intervento a favore di aziende americane, a un atteggiamento di chiusura verso i mercati - spiega Luigi Zingales -. Così aumentano i rischi di regressione dell’economia mondiale e si acuiscono i rancori di chi si sente penalizzato dalla globalizzazione». Zingales, docente alla Chicago University, ha appena raccolto proprio in Saving capitalism from the capitalists , scritto insieme al collega Raghuram Rajan, le sue idee in favore di una «libertà di mercato» che lui, com’è tradizione della «scuola di Chicago», considera il modo migliore per moltiplicare risorse economiche e distribuirle equamente.
Warren Buffett, il «principe degli investitori», sollecita gli azionisti alla rivolta contro i super-manager Usa che si auto-attribuiscono stipendi da favola senza alcuna relazione con i risultati, deludenti, delle aziende che dirigono.
«Più che invitare alla rivolta gli azionisti, ritengo sia importante che le aziende e il management siano chiamati a una maggiore responsabilità e trasparenza finanziaria - osserva Zingales -. Innanzitutto, le stock options devono essere messe nei bilanci delle aziende come costi. Nel 1993, il Consiglio superiore dei contabili voleva introdurre negli Usa norme specifiche in questo senso, ma la potente lobby dell’industria hi-tech ha bloccato ogni intervento. E le conseguenze si vedono...».
Resta il fatto che i compensi dei super-manager Usa non vengono affatto determinati dal mercato. Al contrario, un ristretto gruppo di manager decide i compensi l’uno dell’altro.
«Sì, siamo di fronte a decisioni prese da una élite in proprio favore. E’ un’evidente distorsione di qualsiasi legge di mercato».
Un vizio strutturale?
«Nella situazione attuale è difficile che i consiglieri d’amministrazione esprimano con piena indipendenza un parere contrario all’aumento di stipendio dell’amministratore delegato insieme al quale dirigono l’azienda, e al quale sono legati».
Gli scandali finanziari Usa sono un incidente di percorso o un segnale di degenerazione del sistema?
«Qualcosa più di un incidente, qualcosa in meno di una degenerazione. Segnalano semmai il rischio di una possibile degenerazione delle regole di mercato. Per evitarla va impedita la comunione d’interessi fra diversi protagonisti: amministratori, advisor, consulenti, banche, lobby».
Non crede che oggi, per il cosiddetto «libero mercato», negli Usa tiri una brutta aria? Dagli aiuti finanziari alle compagnie aeree fino ai superdazi contro le importazioni d’acciaio, l’amministrazione Bush sembra più interventista del più interventista dei governi Ue.
«E’ sorprendente che questo atteggiamento sia espresso dal partito repubblicano, che si suppone essere pro-mercato. Quello che mi preoccupa enormemente è il crescente militarismo che, dopo l’11 settembre, si sta diffondendo nel Paese. Ci troviamo in una situazione che ha molte similitudini con quella degli anni 30. Anche allora ci fu un crollo di Borsa seguito da scandali finanziari. Quello che mi conforta è che lo stato dell’economia oggi è molto migliore che negli anni 30».
Bush non assomiglia a Reagan?
«Ronald Reagan era un presidente pro-mercato, Bush è solo un presidente pro-ricchi».

Giancarlo Radice

corriere della sera 21 maggio 2003
 
Re: ...

Scritto da redon
L’INTERVISTA


«Nei vertici aziendali troppi consiglieri legati da interessi comuni»


«Salvate il capitalismo dai capitalisti», titola il suo ultimo libro. Un capitalismo la cui credibilità rischia di affondare fra scandali societari e compensi d’oro di amministratori delegati e top manager. Ma anche un capitalismo sul quale incombe un clima di «militarismo e protezionismo» che parte dagli Usa e offre «preoccupanti similitudini con la situazione che ha portato alla Grande Crisi degli anni 30». «Oggi negli Stati Uniti vedo una forte tendenza al protezionismo, all’intervento a favore di aziende americane, a un atteggiamento di chiusura verso i mercati - spiega Luigi Zingales -. Così aumentano i rischi di regressione dell’economia mondiale e si acuiscono i rancori di chi si sente penalizzato dalla globalizzazione». Zingales, docente alla Chicago University, ha appena raccolto proprio in Saving capitalism from the capitalists , scritto insieme al collega Raghuram Rajan, le sue idee in favore di una «libertà di mercato» che lui, com’è tradizione della «scuola di Chicago», considera il modo migliore per moltiplicare risorse economiche e distribuirle equamente.
Warren Buffett, il «principe degli investitori», sollecita gli azionisti alla rivolta contro i super-manager Usa che si auto-attribuiscono stipendi da favola senza alcuna relazione con i risultati, deludenti, delle aziende che dirigono.
«Più che invitare alla rivolta gli azionisti, ritengo sia importante che le aziende e il management siano chiamati a una maggiore responsabilità e trasparenza finanziaria - osserva Zingales -. Innanzitutto, le stock options devono essere messe nei bilanci delle aziende come costi. Nel 1993, il Consiglio superiore dei contabili voleva introdurre negli Usa norme specifiche in questo senso, ma la potente lobby dell’industria hi-tech ha bloccato ogni intervento. E le conseguenze si vedono...».
Resta il fatto che i compensi dei super-manager Usa non vengono affatto determinati dal mercato. Al contrario, un ristretto gruppo di manager decide i compensi l’uno dell’altro.
«Sì, siamo di fronte a decisioni prese da una élite in proprio favore. E’ un’evidente distorsione di qualsiasi legge di mercato».
Un vizio strutturale?
«Nella situazione attuale è difficile che i consiglieri d’amministrazione esprimano con piena indipendenza un parere contrario all’aumento di stipendio dell’amministratore delegato insieme al quale dirigono l’azienda, e al quale sono legati».
Gli scandali finanziari Usa sono un incidente di percorso o un segnale di degenerazione del sistema?
«Qualcosa più di un incidente, qualcosa in meno di una degenerazione. Segnalano semmai il rischio di una possibile degenerazione delle regole di mercato. Per evitarla va impedita la comunione d’interessi fra diversi protagonisti: amministratori, advisor, consulenti, banche, lobby».
Non crede che oggi, per il cosiddetto «libero mercato», negli Usa tiri una brutta aria? Dagli aiuti finanziari alle compagnie aeree fino ai superdazi contro le importazioni d’acciaio, l’amministrazione Bush sembra più interventista del più interventista dei governi Ue.
«E’ sorprendente che questo atteggiamento sia espresso dal partito repubblicano, che si suppone essere pro-mercato. Quello che mi preoccupa enormemente è il crescente militarismo che, dopo l’11 settembre, si sta diffondendo nel Paese. Ci troviamo in una situazione che ha molte similitudini con quella degli anni 30. Anche allora ci fu un crollo di Borsa seguito da scandali finanziari. Quello che mi conforta è che lo stato dell’economia oggi è molto migliore che negli anni 30».
Bush non assomiglia a Reagan?
«Ronald Reagan era un presidente pro-mercato, Bush è solo un presidente pro-ricchi».

Giancarlo Radice

corriere della sera 21 maggio 2003


SCUSATE ERRORE DI THREAD!!:rolleyes: :rolleyes: :rolleyes: :rolleyes: :rolleyes: :p :p :p :p :p :p :p
 
QUELLO GIUSTO

Bond Cirio, Cragnotti chiede un rinvio sul piano Il consiglio slitta a domani


MILANO - Tutto in sospeso fino a domani pomeriggio alle 14, con Sergio Cragnotti che chiede e ottiene più tempo dal consiglio di amministrazione della Cirio Finanziaria. Le indiscrezioni della vigilia che puntavano sul fatto che il finanziere romano non si sarebbe arreso facilmente a un piano che sancisce di fatto la sua estromissione dalla società dei pomodori pelati si sono rivelate fondate. «In considerazione della complessità degli argomenti, che richiedono un'approfondita e meditata valutazione, il consiglio all'unanimità ha deciso di aggiornare la riunione», si legge nella nota diffusa al termine di un incontro tenutosi all’insegna dell’incertezza. Non solo per essere stato convocato nella tarda serata di ieri, alle 19 del secondo giorno consecutivo di sospensione dei titoli dalle contrattazioni di Borsa. Ma soprattutto perché incerta era la posizione che avrebbe preso Sergio Cragnotti, che dopo aver lasciato con riluttanza le cariche direttive nella società agroalimentare e nella Lazio - travolto dalla crisi scoppiata lo scorso novembre - è sempre azionista di maggioranza tramite Cirio Holding. E in consiglio può contare su una maggioranza di amministratori (sette su dieci) considerati a lui vicini. Arrivato in taxi alla sede della Cirio, Cragnotti non ha scoperto le carte, ma neppure fugato i dubbi sul suo atteggiamento limitandosi a un «non so, vedremo», consegnato ai cronisti che lo attendevano al varco. L’azzeramento del capitale della società, previsto del piano caldeggiato dall’amministratore delegato Roberto Colavolpe e dagli advisor Livolsi e Rothschild, annullerebbe la sua partecipazione (il 63%) e lo lascerebbe con un pugno di mosche. Neppure all’uscita Cragnotti ha chiarito i suoi propositi: prendere tempo e tirare la corda solo per contrattare le condizioni dell’uscita o presentare addirittura un progetto alternativo, ipotesi che circola con insistenza in ambienti finanziari coinvolti nel caso? Si vedrà. Il finanziere romano, che avrebbe comunque chiesto, senza ottenerlo, ancora più tempo, si incontrerà nuovamente oggi con il nuovo management, che lo aggiornerà più compiutamente. Nel frattempo la Cirio rimane in un vicolo cieco: il bilancio 2001 è impugnato dalla Consob, quello del 2002 e la relazione del primo trimestre 2003 non stati ancora presentati. E soprattutto i dipendenti e migliaia di obbligazionisti attendono di conoscere la loro sorte.

S.Agn.
corriere della sera 21 maggio 2003
 
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LIVOLSI ANCORA FIDUCIOSO SUL SUO PIANO. AI TITOLARI DI BOND «DEL MONTE» IL RECUPERO PIU’ ALTO: TRA IL 30 E IL 40%
Salvataggio Cirio, Cragnotti punta i piedi
Riunione del cda aggiornata a domani

21/5/2003



Niente di fatto. Il cda del gruppo Cirio convocato ieri per affrontare il piano di salvataggio messo a punto dagli advisor Livolsi-Rothschild è stato aggiornato a domani. Doveva essere una riunione fiume fino a notte fonda, è durata solo un’ora. Che non si sarebbe arrivati alla chiusura lo si era capito quasi subito quando, ieri dopo le 19, l’azionista di maggioranza (63% del capitale) Sergio Cragnotti è arrivato in sede in taxi accompagnato dal figlio Andrea. Ad attenderlo c’erano Giovanni Fontana, Gianfranco Cianci e Roberto Colavolpe che più di ogni altro si sta battendo per trovare la quadratura del cerchio e salvare il salvabile. Cragnotti però avrebbe espresso immediatamente i suoi dubbi, dicendo di non aver nemmeno ricevuto il piano nei dettagli, di non essere in grado di sciogliere la riserva e di non escludere progetti alternativi. Il clima all’interno della riunione è stato teso. L’appello alla concordia fatto da Ubaldo Livolsi alla vigilia sarebbe caduto nel vuoto, anche se all’uscita della riunione un comunicato del gruppo Cirio ha giustificato il rinvio con «la complessità degli argomenti, che richiedono un'approfondita e meditata valutazione» e il presidente Gianni Fontana ha sostenuto «la disponibilità al dialogo» di Cragnotti ad accettare le proposte. Nel piano predisposto da Livolsi, che comunque confida ancora in una soluzione positiva, il sacrificio maggiore spetta ai titolari delle obbligazioni di Cirio Holding. A rimetterci meno di tutti sarà chi ha in portafoglio i bond di Cirio Del Monte. In generale chi, nella catena di controllo, è più lontano dagli asset strategici, pagherà il prezzo più alto. Il piano per salvare la Cirio si fonda su due capisaldi: dismissione delle attività non strategiche e conversione di 1,3 miliardi di debiti (1,125 miliardi di sole obbligazioni) in azioni. Le banche dovrebbero recuperare crediti non garantiti per un valore attorno ai 200 milioni di euro. Le rinunce comunque saranno pesanti per tutti, a partire dai risparmiatori, passando per gli istituti di credito fino ai fornitori. Se Cragnotti darà il suo via libera la Cirio potrebbe diventare la prima vera public company italiana, incentrata sull’agroalimentare puro (Cirio-Del Monte-De Rica) con un buon rapporto debiti-capitale e per di più con una composizione azionaria che renderà la società veramente contendibile. Elemento decisivo per trovare futuri acquirenti tra altri operatori del settore agroalimentare o tra qualche grande fondo di investimento. Un’altra fetta di debiti sarà poi saldata con la vendita delle attività non strategiche (Del Monte Pacific e a catena Bombril, Cirio Brasil, Cirio immobiliare, Panificio Moderno, Cirio Agricola Spa e la polisportiva Lazio). I fondi incassati saranno tutti destinati alla nuova società. Per ora non si può dire che ci sia la fila con il portafoglio in mano ma qualche offerta è già arrivata sia per Pacific che per il Panificio Moderno. Discorso a parte per la società di calcio biancoceleste. Dopo la conversione dei debiti il pacchetto azionario dovrebbe essere così suddiviso: il socio di maggioranza, nonché presidente, sarà l’imprenditore Stefano Ricucci con il 28% del capitale dopo aver versato 20 milioni di euro. Un’altra fetta consistente di azioni (al massimo il 23%) sarà in mano a Vittorio Merloni. L’industriale degli elettrodomestici vanta un debito di 32 milioni di euro più altri otto di interessi e punta a incassare subito 18-20 milioni. Il suo ingresso nel calcio sarà del tutto temporaneo e solo per tutelare la sua esposizione legata a doppia mandata agli anticipi sui diritti televisivi che la pay Tv di Murdoch, la nuova Sky Italia, non pagherà qualora la seconda squadra della capitale non trovasse i mezzi per iscriversi al prossimo campionato di serie A. La partecipazione di Merloni va esclusivamente in una direzione: salvare quanto c’è già in casa Lazio. Poi, al massimo entro dodici mesi, cercherà un acquirente. Attorno al 20-25% sarà anche la partecipazione del gruppo Ligresti. Tornando alla conversione i titolari di obbligazioni Cirio Del Monte per un valore di 375 milioni di euro dovrebbero ricevere azioni tra il 30 e il 40% del valore facciale dei bond. Il sacrificio per i detentori di bond Cirio Finanziaria (475 milioni di euro) sarà maggiore: porteranno a casa tra il 20 e il 25% dei loro crediti convertiti in azioni. Ancora meno (il 15%) otterrà chi ha sottoscritto il prestito della Cirio Holding (275 milioni). Una salvataggio lacrime e sangue se si pensa che, secondo gli studi di Moody’s, dal 1982 ad oggi la media di recupero era attorno al 40% dei crediti. Il piano Livolsi prevede anche l’azzeramento del capitale, inevitabile per fare fronte alla riconversione, e poi un successivo aumento riservato a obbligazionisti, creditori e banche. La nuova composizione azionaria, dopo lo swap e l’arrivo di forze finanziarie fresche, dovrebbe vedere molto ridimensionata la partecipazione di Sergio Cragnotti, anche al di sotto del 5%.
LA STAMPA
 
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INDUSTRIA & RISPARMIO -1/ Oggi nuovo consiglio sul progetto di riassetto


Vertici Cirio a rapporto in Consob

Alcuni creditori presentano istanza di fallimento. Cragnotti frena ancora sul piano La commissione preme per un’intesa in tempi rapidi sul nodo delle obbligazioni


MILANO - La Consob è, a dir poco, preoccupata. E ieri ha chiesto e ottenuto un’informativa sugli sviluppi recenti della vicenda. Anche Banca d’Italia, nelle ultime 24 ore è tornata a farsi sentire in via informale. «Non c’è più tempo da perdere - hanno ammonito i due organi di vigilanza - su Cirio va trovata un’intesa nelle prossime ore». Ovvero nel consiglio di amministrazione di oggi pomeriggio. Così, dopo il flop di mercoledì sera, anche ieri i vertici di Cirio sono tornati a incontrarsi per ore con Cragnotti. Obiettivo: convincere il finanziere ad approvare il piano di salvataggio dell’azienda. Un piano che annullerebbe la quota (63%) dell’ex patron della Lazio nel capitale Cirio. A tarda sera, però, la strada verso un’intesa sembrava ancora tutta in salita. E ad aumentare la tensione è arrivata la notizia di un’istanza di fallimento su Cirio presentata da un gruppo di obbligazionisti. Un segnale in più che il tempo sta per scadere. Il presidente di Cirio, Gianni Fontana, si è limitato ad augurarsi che in consiglio si arrivi a un accordo «quantomeno a maggioranza». Cragnotti infatti può contare sull’appoggio di più della metà dei dieci amministratori del gruppo. E il finanziere, nonostante le sue azioni siano in pegno alle banche, conserva ancora, tramite Cirio holding, i diritti di voto sulla quota di controllo di Cirio finanziaria.
A dividere i due fronti sono le valutazioni delle attività del gruppo. A cominciare dalla controllata Bombril. Cragnotti stima questa società 400 milioni di dollari. Cioè almeno dieci volte di più rispetto alla valutazione contenuta nel piano di riassetto. E mercoledì sera la reazione di Cragnotti è stata durissima quando qualcuno ha fatto notare che proprio da Bombril sono partiti i prestiti per 500 milioni di euro verso società personali del finanziere. Anche ieri l’ex presidente della Lazio ha protestato per non essere stato informato per tempo sul progetto di ristrutturazione. Del resto, già nelle settimane scorse, Cragnotti aveva messo per iscritto la sua richiesta di maggiori informazioni con una lettera in cui ricordava a manager e consulenti i suoi diritti di azionista di maggioranza. La questione dei conti è fondamentale. Infatti, secondo i calcoli dei vertici di Cirio, il patrimonio netto del gruppo sarebbe negativo per 180 milioni di euro. Quindi, in base al codice civile, deve essere convocata «senza indugio» un’assemblea per ricostituire il capitale. L’alternativa è il fallimento.

Vittorio Malagutti
Corriere della sera 22 maggio 2003
 
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«La banca mi ha venduto i titoli ma ora devo cavarmela da solo»


MILANO - «Vendere i bond Cirio e a che prezzo? Semmai il problema è: chi se li compra?». P.G. è un obbligazionista Cirio in attesa del piano di ristrutturazione. Ieri ha telefonato alla sua banca, il Credicoop Lombardo, una delle tante che in passato ha collocato le sette emissioni del gruppo di Cragnotti. Voleva sapere quali sono le opzioni per gli obbligazionisti. E ha scoperto che non ce ne sono: lasciare il binario che porta diritto alla ristrutturazione sembra impossibile. La stessa storia da sei mesi, da quando le obbligazioni sono andate in default . Non ci sono uscite di emergenza e l’odissea per P.G. deve continuare. Per vendere, gli ha ricordato il suo direttore ieri, bisognerebbe scovare un improbabile compratore in questo momento. E il prezzo sarebbe stracciato. Senza possibilità di appello. Perché i bond Cirio non sono quotati in Borsa. Sono titoli over the counter . Che si traduce, in pratica, nell’assenza di un prezzo ufficiale a cui attaccarsi. E quindi un listino da scrutare per avere almeno degli aggiornamenti.
Invece per P.G. c’è solo l’attesa. Il direttore gli ha detto che riceverà notizie dopo la presentazione del piano. Se tutto andrà "bene", sarà la convocazione per l’assemblea degli obbligazionisti che dovranno votare l’unica opzione che gli verrà presentata.
E pensare che la ruota della sfortuna per P.G. ha iniziato il suo giro con un semplice squillo del telefonino. Era la sua banca che gli voleva proporre dei titoli Cirio Finance. Proprio quelli che non sono stati rimborsati nel novembre del 2002. E che hanno fatto scoppiare il caso. Addirittura una settimana prima della scadenza la sua banca lo aveva chiamato per avvisarlo che il suo investimento si stava liberando. E per proporgli qualcosa di nuovo con cui rimpiazzarlo. Poi quei soldi non sono mai arrivati. E la banca? Non lo ha chiamato più. P.G. ha dovuto scoprire il mancato rimborso dal telegiornale.
msideri@corriere.it
Massimo Sideri


INDUSTRIA & RISPARMIO -2 / Gli scenari per il caso del gruppo alimentare


Mini-rimborso o liquidazione, investitori al bivio


MILANO - Si gioca oggi una nuova mano nell’infinita partita di poker sul destino della Cirio. Ma questa volta nessuno dei giocatori, cioè le banche creditrici e l’ex presidente Sergio Cragnotti, può permettersi di bluffare. Se il consiglio di amministrazione di questo pomeriggio si concluderà con un nuovo rinvio nella definizione di un piano di salvataggio, i tempi per evitare il crac diventerebbero veramente stretti. Forse troppo. L’eventuale conversione in azioni dei bond per 1,1 miliardi di euro va sottoposta entro fine giugno all’assemblea degli obbligazionisti. E se la trattativa sul piano dovesse andare ancora per le lunghe, sarà molto difficile rispettare quella scadenza. I vertici di Cirio, quelli nominati a gennaio dopo il «passo indietro» di Cragnotti, non si stancano di ripetere che l’alternativa al loro piano sarebbe il fallimento. D’altra parte, le prime reazioni dei comitati di obbligazionisti appaiono scettiche. Non tutti sembrano entusiasti di recuperare, nella maggior parte dei casi, non più del 30-40% del valore delle loro obbligazioni. E per di più sotto forma di azioni Cirio dall’incerto futuro.
In base al piano di riassetto, anche le banche convertirebbero i loro crediti in una partecipazione nel capitale dell’azienda dei pomodori pelati. E questa soluzione suona come una beffa per gli obbligazionisti. Gli istituti che hanno collocato con grande leggerezza i bond della società romana verrebbero trattati nello stesso modo dei risparmiatori, che, invece, quei bond li hanno acquistati.
Ecco perché, se davvero il riassetto otterrà il via libera dal consiglio di amministrazione di oggi, appare tutt’altro che scontata l’approvazione da parte dell’assemblea degli obbligazionisti. La bocciatura aprirebbe la strada al fallimento, ma in questo caso, se possibile, le incognite per i risparmiatori appaiono ancora maggiori. Gli asset di Cirio sono sparsi in mezzo mondo, dal Brasile all’Inghilterra a Singapore. E queste attività, che risultano quasi tutte in pegno alle banche, passerebbero immediatamente nella disponibilità di questa categoria di creditori. Con buona pace delle speranze degli obbligazionisti. Anche le possibilità di successo di eventuali azioni revocatorie nei confronti degli istituti di credito sono tutt’altro che garantite. Alcuni esperti di diritto le considerano una via percorribile. Altri invece ritengono che non porterebbero a nessun risultato.
Non è da escludere neppure l’ipotesi che per Cirio, in caso di bocciatura del piano di riassetto, si apra la strada dell’amministrazione controllata. Anche in questo caso però alcuni grandi creditori stranieri potrebbero far valere le garanzie ricevute in passato prendendo il controllo di alcune attività con sede oltrefrontiera. In ogni caso l’eventuale rimborso delle obbligazioni potrebbe essere questione di anni. Logico allora che tra i risparmiatori qualcuno spera ancora che si faccia avanti un cavaliere bianco disposto a comprare gli asset industriali di Cirio liquidando in contanti, almeno in parte, gli obbligazionisti. Un sogno lungo sei mesi. E che per ora è rimasto tale.

V.Mal.


Il passo indietro che non c’è


Sono passati sei mesi e mezzo da quando i sottoscrittori del primo prestito Cirio hanno scoperto che i loro titoli non sarebbero stati rimborsati. Da allora una lunga sequela di perizie, valutazioni, annunci, rinvii. Ed ora l’ultimo braccio di ferro tra Sergio Cragnotti, l’azionista che ha ancora i diritti di voto sulla maggioranza della Cirio e le banche, che hanno in pegno i titoli, ma che nel consiglio di amministrazione non contano sulla maggioranza. Una situazione paradossale che riguarda 30 mila risparmiatori rimasti incastrati nei titoli obbligazionari collocati da Cirio e venduti attraverso gli sportelli bancari. Una querelle dal sapore intollerabile. E’ ora, per Cragnotti, di fare un passo indietro e delle banche di assumersi le loro responsabilità.

articoli tratti da Corriere della sera 22 maggio 2003
 
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Cirio, un gruppo di obbligazionisti chiede il falliment
Il nuovo


L'istanza è stata presentata al tribunale di Roma, ma secondo la società sarà superata dal piano di ristrutturazione in discussione domani. L'ipotesi, per gli obbligazionisti, è di convertire parte dei crediti in azioni


MILANO – Fallimento. È questa l’obiettivo di un gruppo di obbligazionisti, che hanno chiesto al Tribunale di Roma un'istanza di fallimento su Cirio Finanziaria. La prima udienza è fissata per il 5 giugno, ma è probabile che il destino del gruppo alimentare non sia di portare i libri in cancelleria e che neppure si celebri l’udienza.

Secondo la società, infatti, “una volta attuato il piano di ristrutturazione del debito”, all'esame del consiglio di amministrazione, saranno “superati i presupposti dell'azione”. E domani pomeriggio, alle 14, dopo il nulla di fatto di ieri , si riunirà di nuovo il cda per approvare all’unanimità “o almeno a maggioranza”, secondo l’auspicio del presidente Giovanni Fontana, il piano di salvataggio, che prevede la conversione delle obbligazioni (bond) in azioni Cirio. Gli obbligazionisti potrebbero recuperare, in questo modo, una quota dei propri crediti compresa fra il 15 e l'80 per cento, a seconda del grado di rischio dei titoli acquistati

In serata, però, è arrivata la notifica della richiesta di fallimento, ma non è chiaro chi l’abbia presentata. Do certo non il Siti, il sindacato italiano per la tutela del risparmio, che secondo il segretario Domenico Bacci rappresenta 600-700 obbligazionisti che detengono circa il 2,5% del capitale dei bond complessivamente emessi dalla società di Sergio Cragnotti.

La smentita viene dallo stesso Bacci che esclude anche un'azione dello studio legale inglese Orrick Herrington & Sutcliffe, collegato con il Siti e con la banca d'affari Houlihan Lokey nella difesa degli obbligazionisti: “La nostra intenzione – ha detto – era quella di vedere il piano”.

Il piano, predisposto dagli advisor Livolsi&Partners e Rothschild, sostengono fonti bancarie citate dall’agenzia Ansa, prevede la possibilità per i detentori dei Cirio-bond di convertire le obbligazioni in azioni. Il progetto prevede dunque una svalutazione sostanziale, l'unica alternativa “credibile al default del gruppo”. Anche perché, “Cragnotti non ha presentato un piano alternativo".

Per gli obbligazionisti dei 375 milioni di bond Cirio del Monte, caratterizzati da maggiori garanzie, il rimborso sarà pari all'80%, mentre si scende a "livelli di rimborso superiori al 20%" per i bond Cirio Finanziaria e Cirio Finanziaria Lussemburgo. Il rimborso sarà invece del 15% del capitale investito per gli obbligazionisti dei titoli Cirio Holding, mentre per gli istituti di credito, esposti complessivamente per 125 milioni verso Cirio finanziaria e Cirio holding, i rimborsi saranno "fino a un massimo presumibile di un quarto del loro valore”.

(21 MAGGIO 2003, ORE 21:50)
 
piano di "salvamento"!

Cirio, ok al piano di salvataggio


Il cda ha approvato all'unanimità il piano di salvataggio presentato dali advisor: "Cragnotti uscirà dal capitale, agli obbligazionisti il 95% della società". La palla ora passa ai detentori di bond


MILANO – Dopo il niente di fatto di due giorni fa e la richiesta di fallimento , presentata ieri da un gruppo di obbligazionisti, è stato finalmente trovato l'accordo tra il nuovo management di Cirio e Sergio Cragnotti. Così il cda del gruppo agro-alimentare, inizialmente convocato per le 14 e poi riunitosi in serata dopo lunghe trattative, ha approvato all'unanimità il piano di salvataggio messo a punto dagli advisor Livolsi e Rothshild, così come il bilancio 2002 e i conti del primo trimestre 2003. L'amministratore delegato Giovanni Cianci al termine del consiglio ha confermato che si va verso un "quasi azzeramento" della quota in capo a Cragnotti che attualmente ammonta a circa il 63%. Cianci ha sottolineato come da parte di Cragnotti "c'è stato un atto di grande responsabilità e anche da parte della famiglia. E' prevalso l'interesse della società". Soddisfatto anche l'altro amministratore delegato, Roberto Colavolpe, che afferma: "Cirio sarà una public company a tutti gli effetti, gli obbligazionisti avranno complessivamente il 95% del capitale, mentre le banche saranno sotto il 5%". E i due manager contano di chiudere la partita incassando il sì dell'assemblea degli obbligazionisti entro la fine di giugno per poi convocare l'assemblea della società a fine luglio per chiudere il cerchio. Colavolpe ritiene che il piano tuteli "tutti i creditori: gli istituzionali, gli obbligazionisti e gli azionisti di minoranza". A favore di questi ultimi verrà emesso un warrant e che, se sottoscritto, "darà la possibilità di recuperare valore".

Ma il sì degli obbligazionisti al piano (quello degli azionisti di minoranza non conta nulla) non è così scontato. E' vero che la conversione dei bond in azioni consentirebbe forse di recuperare una parte dei crediti, ma non è affatto detto che tutti siano d'accordo come dimostra anche la netta spaccatura che si è venuta creare proprio in questi giorni tra i sottoscrittori. Da una parte il Siti, con le sue deleghe, che aspettava l'approvazione del piano per decidere il da farsi, dall'altra un gruppo di sottoscrittori che ha chiesto invece il fallimento della società eche invita i detentori di obbligazioni a “contarsi”, perché Cirio “è insolvente e chi aderisce “perde tutto”. Quest'ultima iniziativa è stata promossa dal commercialista milanese Francesco Rimbotti con un avviso pubblicato da alcuni quotidiani. L’obiettivo di Rimbotti è creare una mappa degli obbligazionisti per valutare “azioni comuni” contro le banche che hanno venduto i titoli”. Anche se “andasse bene il piano di salvataggio”, alcuni obbligazionisti avrebbero “il 10-15% di quanto investito e in azioni Cirio”; mentre quelli delle banche sono “crediti garantiti”.

In effetti, a ben guardare, gli istituti di credito dopo aver scaricato a tempo debito il rischio obbligazionario sulle spalle dei loro correntisti, si sfilano anche dal capitale di rischio dell'azienda che - qualora il piano venisse approvato anche dagli obbligazionisti - vedranno convertiti i bond in azioni. Per contro, come spiega Colavolpe, da questa vergognosa vicenda Sergio Cragnotti ne uscirebbe del tutto "pulito". L'ad di Cirio, infatti ha chiuso con una battuta la questione dei crediti infragruppo (500 milioni di euro) giudicati inesigibili dal perito Luigi Guatri: "il bilancio ha registrato una grave perdita - ha detto l'ad - ma ora la società è totalmente pulita" e, soprattutto, resterà italiana.

Nel dettaglio, il piano approvato oggi prevede il ripianamento delle perdite e la contestuale reintregrazione del capitale mediante aumento di capitale a pagamento (450 milioni di euro senza sovrapprezzo), con esclusione del diritto d’opzione, al servizio del piano di ristrutturazione del debito. Per quanto riguarda il rilancio dell’attività operativa, il piano prevede degli interventi a breve e medio termine tra cui la concentrazione e lo sviluppo del settore agroalimentare facente capo a Cirio Del Monte e la dismissione o liquidazione delle altre attività ritenute non strategiche.

“Il Cda - spiega una nota di Cirio Finanziaria - ritiene infatti che, nelle attuali condizioni, la massima valorizzazione del gruppo Cirio Finanziaria possa ottenersi soltanto mediante la concentrazione sul core business agro-alimentare e la realizzazione del piano di sviluppo di tale settore in un contesto di continuità aziendale. Tale programma consentirà da un lato di conseguire incrementi di valore stimati in 223 milioni di euro, dall'altro di realizzare al meglio le dismissioni delle altre attività aziendali non costituenti il core business". Csfb (credit Suisse First Boston) incaricata dal gruppo Cirio di dare una valutazione del piano di ristrutturazione ha espresso un giudizio positivo sull’equità e la ragionevolezza del corrispettivo offerto ai creditori in considerazione dell'attuale situazione delle società del gruppo e dei portatori di Notes.

Ancora incertezza, invece, sul fronte Lazio, che secondo indiscrezioni vedrebbe impegnata una cordata composta da Salvatore Ligresti, Vittorio Merloni e il costruttore romano Stefano Ricucci. L’imprenditore siciliano ha dichiarato che “per ora non c’è nessun interesse, nessuna trattativa” che coinvolge il gruppo Ligresti per l'acquisto della società sportiva.

(22 maggio 2003, ORE 12:25, aggiornato alle 22:30)

IL NUOVO
 
infocirio@gscproxitalia.com

SI’ DEL CDA ALLA CONVERSIONE DEI BOND IN AZIONI, NASCE UNA PUBLIC COMPANY CONTENDIBILE
Via libera al salvataggio del gruppo Cirio
Sergio Cragnotti accetta il piano e lascia

23/5/2003



Alla fine, come l’uomo Del Monte, Sergio Cragnotti ha detto «sì». Il consiglio di amministrazione della Cirio ieri è riuscito ad approvare, all’unanimità, il piano di ristrutturazione del debito (1.318 milioni di euro) della holding agroalimentare messo a punto dagli advisor Livolsi e Rothschild. Per banche creditrici e obbligazionisti si tratta di un salasso. Un salasso però inevitabile perché, a questo punto, l’alternativa era la liquidazione con il rischio di portare a casa ancora meno. «Ha prevalso, anche da parte di Cragnotti, - è stato il commento del presidente Giovanni Fontana - la volontà di salvare la società e di tutelare gli obbligazionisti». Come anticipato nei giorni scorsi i bond saranno convertiti in azioni: i titolari di bond Cirio Del Monte recupereranno il 77,7% del loro credito, quelli di Cirio Finanziaria il 21,2% e quelli di Cirio Holding il 13,5%. Alla fine gli obbligazionisti perdono, in tutto, 741,7 milioni. Un’altra fetta del debito sarà coperta con la vendita delle attività non strategiche. Le trattative, a sentire l’amministratore Roberto Colavolpe, «stanno procedendo nei tempi stabiliti e saranno legate alla successo della riduzione dell’indebitamento». L’obiettivo è incassare 160 milioni di euro al netto dei debiti. Per tutte le società in vendita ci sarebbero già offerte destinate ad andare in porto in breve tempo non appena il piano di ristrutturazione sarà definitivamente licenziato. Ieri il cda ha approvato la reintegrazione del capitale mediante aumento di capitale a pagamento per 450 milioni destinato solo agli obbligazionisti e alle banche creditrici; aumento di capitale in opzione agli attuali azionisti per 192 milioni nel rapporto di una nuova azione ogni due vecchie; autorizzazione all'acquisto di azioni proprie e utilizzazione di tutte le riserve disponibili e degli utili portati a nuovo a parziale copertura della perdita, per un importo di 175 milioni di euro. Pare risolta anche la questione dei 500 milioni di crediti infragruppo per i quali è stato stabilito un accantonamento al fondo rischi. Il cda ha anche analizzato i conti del primo trimestre 2003: a fronte di un patrimonio netto di 367 milioni le perdite ammontano a 567 milioni. Nella futura società, forse l’unica vera e propria public company italiana, gli obbligazionisti saranno titolari del 95,2% del capitale (428 milioni 600 mila euro) mentre il delfino di Raul Gardini uscirà di scena. Alle banche rimarrà il 4,8%. Un gruppo, ha spiegato Colavolpe, «pulito che potrà affrontare il futuro finanziario e industriale sul mercato» e soprattutto, nell’ottica dei risparmiatori «un investimento vendibile con facilità». La parola ora passa agli obbligazionisti. Gsc Proxitalia, l’advisor della comunicazione ai titolari dei bond per Cirio, ha attivato una e-mail (infocirio@gscproxitalia.com) e un numero verde (800.189.915) per chi vuole avere informazioni tecniche dettagliate. Le sette assemblee, una per ogni bond emesso, dovranno dare il loro benestare. Infine «entro luglio», secondo le previsioni dei vertici Cirio, ci sarà l’assemblea degli azionisti per l’approvazione definitiva. Una strada che, viste le perdite consistenti, si annuncia non priva di rischi. Le difficoltà a trovare l’intesa nel cda, del resto, è stato solo l’antipasto. Dopo il rinvio di lunedì scorso, anche il consiglio di ieri ha avuto una storia travagliata. Convocato per le due del pomeriggio, è iniziato cinque ore dopo. La trattativa si è svolta quasi tutta in una preriunione. La strategia di Fontana, Cianci e Colavolpe era chiara: o si va all’intesa o si rompe senza ulteriori rinvii. Sulla porta del cda gravava ancora la minaccia di un voto a maggioranza, seppur al riparo da grosse sorprese grazie al via libera di sette consiglieri su dieci. Poi è arrivato il voto all’unanimità. Fatto il primo passo, nella vicenda Ciro restano ancora da chiarire molti aspetti oscuri. Primo fra tutti - in questa direzione sta indagando la Consob per il bond scaduto nell’ottobre 2002 e dichiarato in default - se le banche hanno violato le norme sull’offerta del risparmio nel loro rapporto con i semplici clienti. Un prospetto redatto da Abaxbank per il bond emesso da Cirio Del Monte, garantito da Cirio Finanziaria, per 25 milioni di euro, rendimento al 7,5% e scadenza marzo 2005, avvertiva che il prestito obbligazionario «non è stato registrato presso la Consob». Pertanto le obbligazioni «potevano essere offerte, vendute o consegnate solo a investitori istituzionali». E non si poteva nemmeno «presentare il prospetto informativo». Ovvero banche e sim non potevano offrire il bond ai risparmiatori. L'acquisto da parte del pubblico poteva invece avvenire solo su espressa richiesta del singolo risparmiatore. L’indagine si annuncia complessa. Certo è che molti italiani sono rimasti scottati dalla Cirio. Incerto è, per ora, come un elevato numero di risparmiatori siano venuti in possesso di un prodotto finanziario che si è dimostrato fallimentare.

Federico Monga
La Stampa
 
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RICHIAMO DELL'AUTORITÀ AL GRUPPO AGROALIMENTARE. LE AZIONI GIU’ DEL 20%
La Consob: nuovo prospetto sui bond Cirio

27/5/2003

ROMA

La Consob ha chiesto un nuovo prospetto alla Cirio sulla riconversione dei bond in azioni come stabilito nel cda di venerdì scorso. Il nuovo testo, è scritto nella newsletter settimanale pubblicata dall’autorità di Borsa, dovrà essere approvato prima delle sette assemblee dei portatori di notes (prestiti obbligazionari che danno diritto a convertire i bond i azioni) che si terranno fra il 10 e il 20 luglio prossimi. Inoltre la Cirio dovrà dare la massima pubblicità all’operazione attravreso annunci sugli organi di stampa. L’argomento sarà affrontato nell’esecutivo che si terrà oggi. Ieri il titolo Cirio ha perso il 20% mangiandosi praticamente tutto il balzo di venerdì scorso (+26%) quando le azioni vennero riammesse alle contrattazioni dopo 4 giorni di sospensione in attesa del piano di salvataggio. Gli alti e bassi sono il segno della grande incertezza che regna ancora attorno al gruppo alimentare soprattutto a causa della possibilità che qualche assemblea di obbligazionisti bocci il piano e di fatto spedisca il gruppo di fronte al giudice fallimentare. «Data la complessità delle modalità di attuazione di tale sollecitazione - continua l’autorità presieduta da Luigi Spaventa - le informazioni contenute nel relativo prospetto dovranno inoltre essere opportunamente integrate rispetto a quanto previsto dal regolamento emittenti per i prospetti di sollecitazione/quotazione di azioni da parte di emittenti quotati». Insomma per la Consob la conversione dei bond è da considerarsi alla stregua di una qualsiasi operazione di offerta pubblica di prodotti di risparmio.

r. e. s.
La stampa
 
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http://www.codacons.it

27/05/2003

Cirio Bond, pronte cause nullità stipula contratti- Consumatori


Le associazioni dei consumatori hanno presentato cause di nullità dei contratti stipulati per la sottoscrizione di bond Cirio (Milano: CBDI.MI - notizie - bacheca) e Argentina denunciando violazioni del regolamento Consob. Lo comunica l'Intesa dei consumatori, tra cui l'Adusbef, che parla di "responsabilità anche della Banca d'Italia e della Consob, che non avrebbero vigilato sulla corretta applicazione del prospetto informativo". Il regolamento intermediari della Consob, richiamato nella denuncia, parla all'art. 28 di adeguatezza dell'investimento in relazione al rischio. Secondo i consumatori, "questa norma sarebbe stata ignorata dagli istituti di credito", ha detto Elio Lannutti, presidente Adusbef. Quanto a Consob e Banca D'Italia, "avevano l'obbligo di vigilare e quindi di impedire che le obbligazioni Cirio, con un rischio elevatissimo, fossero vendute ad un pubblico di investoriori non professionali", ha chiarito Lannutti
 
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