Usa: il blogger non riveli la fonte

Spike V

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Da oggi ogni blogger è più libero. Libero di non dire chi gli ha dato una notizia, proprio come ha diritto di fare un giornalista. Perchè? Ma perché lo dice la costituzione o meglio il Bill of Rights. E sì perché la notizia viene dagli Stati Uniti e riguarda i blogger americani.

I quali vincono una partita importante in un processo voluto dalla Apple ma che ha dato luogo a una sentenza che, come spesso accade negli USA, diventa poi un precedente di giurisprudenza fondamentale per il comportamento successivo di giudici, avvocati e privati (sia cittadini che aziende). Il “precedente” creato dalla sentenza è che i blogger hanno un segreto professionale “forte” da proteggere: se si occupano di giornalismo, “sono” giornalisti, quindi protetti dalle leggi che si applicano all’attività giornalistica.

Venerdì pomeriggio un tribunale di San Diego, in California, ha deciso che la Apple aveva

torto nel chiedere che i responsabili di due blog specializzati su "cose Apple", appunto, rivelassero le fonti di alcune indiscrezioni pubblicate nel 2004. La Apple invocava la violazione del segreto industriale e riteneva che non si applicasse ai blog il diritto, riconosciuto ai giornalisti, di tutelare la fonte non rivelandola.

Il tribunale, come abbiamo visto, ha rifiutato questa tesi, riferendosi al primo emendamento alla Costituzione, nonché alla giurisprudenza successiva, anche statale oltre che federale, in materia di segreto professionale dei giornalisti

I due siti/blog sono PowerPage e AppleInsider. Tuttavia davanti al tribunale le loro ragioni e la questione di diritto sono state sostenute dalla Electronic Frontier Foundation (EFF), un’associazione no-profit che fin dagli albori di internet opera per l’affermazione e la difesa dei diritti del “cittadino elettronico” contro ogni prevaricazione, sia da parte dei privati che da parte delle autorità.

Il giudice ha motivato così la sua decisione: “Non c’è alcun modo per distinguere in modo corretto tra notizie legittime e illegittime. Ogni tentativo di farlo comporterebbe una minaccia allo scopo fondamentale del primo emendamento che identifica le idee valide e più importanti non sulla base di una formula sociologica o economica, né sulla base di altre regole di legge o derivanti dalll’attività economica, bensì attraverso la competizione delle idee-forza che si muovono sul mercato.

Questo giudice è un rivoluzionario e mai traduzione fu più difficile e certamente sbagliata (trovate il testo integrale della dichiarazione nel link alla EFF).

Il giudice applica il concetto di “meme” (qui la voce Wikipedia in italiano) e traghetta dentro la giurisprudenza una delle “metriche” (se è lecito definirla così) dei media e dei processi di comunicazione che questi generano. In altre parole il giudice misura i nuovi media e il loro impatto sociale con il metro della loro cultura locale, usando la costituzione e la giurisprudenza accumulata come principio ispiratore ma non gabbia. In nome del presente, non del passato, innovando non conservando.

Ricapitoliamo: negli USA il blogger conquista non uno “statuto” di giornalista fisso e immutabile, ma un diritto di protezione della sua libertà di espressione in quanto cittadino che esercita, attraverso il reporting, un diritto di espressione e di critica.

Certo, per noi italiani & europei, e come visitare Marte. Forte il senso di straniamento davanti a tutto ciò. Ma le conseguenze di questa sentenza saranno un’onda lunga, che si farà avvertire…

* Qui un'ampia e dettagliata cronaca , in inglese, sul caso qui trattato
** Il testo del primo emendamento:
"Congress shall make no law respecting an establishment of religion, or prohibiting the free exercise thereof; or abridging the freedom of speech, or of the press; or the right of the people peaceably to assemble, and to petition the government for a redress of grievances"

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