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Miguel de Unamuno

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1) notizie biografiche
Nato a Bilbao nel 1864, dopo aver compiuto gli studi secondari nella città natale, seguì a Madrid i corsi di lettere e filosofia (1880-1884). Nel 1889 fece un viaggio in Francia e Italia. Nel 1891 fu chiamato alla cattedra di lingua e letteratura greca dell'Università di Salamanca. Nel 1901 fu nominato rettore: fu destituito nel 1914 per la sua attività contro la monarchia. Dieci anni dopo fu confinato nelle Canarie, a Fuerteventura, a causa della sua opposizione alla dittatura di Primo de Rivera. Ciò provocò la protesta di illustri intellettuali europei, tra cui Einstein, Rolland, Thomas Mann. Fuggì su una nave francese, visse in esilio a Paris e poi a Hendaye, nei pressi del confine con la Spagna. Prima dell'avvento della seconda repubblica, nel 1930, tornò in patria e riprese il suo incarico di rettore. Fu di nuovo destituito nei primi giorni della guerra civile, in seguito a dissensi con i militari nazionalisti e falangisti. Morì a Salamanca nel 1936.
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2) pensiero filosofico
Il pensiero filosofico di Unamuno è espresso in forma spesso non sistematica, commisto con motivazioni e suggestioni lettera rie, nei saggi raccolti in 7 volumi nel 1916-1918. I temi principali della sua meditazione sono di tipo irrazionalistico: l'an sia di immortalità che anima ogni individuo e ne determina la sua religiosità, che non coincide necessariamente con il cattolicesi mo. La dottrina dell'uomo concreto, «in carne e ossa», con la sua singolarità e la sua solitudine, condizionato dalla vita circostante ma anche dal sentimento e dalla ragione. L'attenzione per l'espressione e per la lingua, con la conseguenza che la filosofia vive più nei poeti che nella speculazione astratta. Il senso dell'angoscia che tinge di amarezza e di conflittualità l'esistenza umana. Sono tutti temi che lo pongono tra gli anticipatori del pensiero esistenzialista.
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Tra i suoi libri maggiori si ricordano "Intorno al tradizionalismo" (En torno al casticismo, 1895), "Vita di don Quijote e Sancho" (Vida de don Quijote y Sancho, 1905) appassionato commento del personaggio cervantesiano nel quale Unamuno identificò un simbolo dell'essenza nazionale spagnola, "Del sentimento tragico della vita" (Del sentimiento trágico de la vida, 1913) che è la sua opera più importante dal punto di vista ideologico imperniata sul tema dell'immortalità e del contrasto tra fede e ragione, "Agonia del cristianesimo" (Agonía del cristianismo, 1925) scritta a Paris durante l'esilio, in cui si trovano i riflessi delle sue letture preferite: Paulus, Augustinus, Pascal, Kierkegaard. Nel "Del sentimento tragico della vita" rivela un criterio per leggere i suoi scritti. Scrive Unamuno: «L'uomo concreto, di carne e ossa, è il soggetto e al tempo stesso il supremo oggetto di ogni filosofia. E la biografia interiore dei filosofi ci fa capire più cose». Unamuno ebbe una educazione cattolica ma si distaccò poi dal cattolicesimo per una visione anti-idealista quanto anti-razionalista. Se la ragione cerca l'universale, dice, la vita sceglie l'individuale, afferma il continuo cambiamento contro i tentativi di schematizzare tutto e grida il suo desiderio di immortalità contro i fabbricanti di dubbi. Da Kierkegaard eredita il senso dell'estenuante contrasto tra finitezza del vivere e aspirazione all'eternità. Nell' "Agonia del cristianesimo" scrive: «Il cristianesimo è il valore dello spirito universale [...] Il cristianesimo è qualcosa di individuale e di non comunicabile. Ecco perché agonizza in ognuno di noi». "Agonia" ha per Unamuno il significato greco di lotta. In Cristo nella croce l'uomo-dio morente manifesta l'apice della lotta contro vita e morte per proclamare la grandezza.
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3) opere letterarie
La narrativa di Unamuno riflette le stesse preoccupazioni dei saggi. Essa ha un carattere di novità, che lui stesso volle sottolineare usando per i suoi romanzi il termine di nívola , deformazione di "novela". A volte troppo discorsivi e sconnessi, essi contengono di volta in volta la storia di una passione o di una illusione. Dopo l'autobiografico Pace nella guerra (Paz en la guerra, 1897) sulla guerra civile carlista, Unamuno con Nebbia (Niebla, 1914) diede il primo esempio di personaggio che si sco pre come essere di finzione. In Abel Sánchez (1917) è una figura-metafora dell'invidia. In San Manuel Bueno (1933) la storia di un parroco che «credeva di non credere». In "San Manuel Bueno" riprende in forma narrativa la tematica espressa nel "Del sentimento tragico della vita" di vent'anni prima. Il prete di un villaggio situato simbolicamente tra la montagna (la fede) e il lago (il dubbio), scinde la sua missione cristiana dall'ombra negativa delle tentazioni della miscredenza. La fama di santo che Manuel si crea è giustificata e esaltata da questa larvata incoerenza. Nella finzione letteraria a riferire la vicenda umana del protagonista è Angela, sua discepola e ammiratrice.
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Molto belli i suoi racconti lunghi raccolti nelle Tre novelle esemplari (Tres novelas ejemplares, 1920).
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Anche in teatro Unamuno diede un suo personalissimo contributo di introspezione con Fedra (1910), L'altro (El otro, 1926) e Om bre di sogno (Sombras de sueño, 1926). Ciò nonostante le sue ope re teatrali rivelano scarsa sensibilità scenica e povera struttura drammatica.
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Molto significativa invece l'opera poetica. Essa, pur con molti agganci al simbolismo e al modernismo, nonostante che Unamuno non amasse, si snoda con accenti originali, profondi, spesso aspri ma sempre giustificati da un impavido scavo interiore. Così Il Cristo di Velázquez (El Cristo de Velázquez, 1920), il Romancero dell'esilio (Romancero del destierro, 1928), ma soprattutto il lungo Canzoniere. Diario poetico (Cancionero, Diario poético) pubblicato postumo nel 1955.
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Unamuno fu la personalità più vigorosa della sua generazione, quella che ha avuto maggiore ripercussione europea, soprattutto per certi elementi di dibattito sulla religiosità del nostro tem po e per la tensione intellettuale che anima la sua complessa opera letteraria. In Spagna ha avuto un influsso importante, di venendo un punto di riferimento in un'epoca disorientata e scon volta.
 
ANEDDOTI


"Se si fonderà in spagna il partito unamunista, io sarò il primo antiunamunista"


Si racconta che sul bavero usava mettere uno scudo con due iniziali: P.U.
-"Cosa significano quelle iniziali, don Miguel?"
-"Partito Unico"
-"E chi fa parte di questo partito?"
-"Per il momento solo io: e il giorno in cui entrerà nel partito qualcuno in più, rinuncio".



Un giorno, quando ancora era un bambino, arrivò in ritardo nella classe di disegno e si scontrò con don Antonio che gli chiese spiegazioni:
-"Da dove vieni?"
-"Da casa"
-"Per dove sei venuto?"
-"Per la strada"
-"Ma come sei venuto?"
-"Camminando"
"Erano i segni prematuri della mia vocazione filosofica".
 
Di famiglia borghese e cattolica, Miguel de Unamuno nasce a Bilbao il 29 settembre 1864, e qui frequenta la scuola primaria e secondaria. Tre anni più tardi muore la sorella Maria Jesusa e due anni più tardi la sorella Maria Mercedes, all'età di appena un anno, a cui seguirà il padre, nel 1870, quando Unamuno aveva sei anni. La sua casa era un focolare femminile che, in un modo o nell'altro influenzò molto il suo comportamento. A dieci anni assiste all'assedio della sua città durante la seconda guerra carlista. A soli venti anni (nella Spagna di allora gli studi universitari duravano solo tre anni) è dottore in lingua basca e si dedica per alcuni anni all'insegnamento privato nella sua città natale. Nel 1891, anno del suo matrimonio con Concha Lizàrraga, donna di cui era innamorato sin da bambino, viene assunto come professore di greco all'Università di Salamanca, dopo aver vinto un concorso a cui si preparò per tutto l'inverno. In questa città visse fino alla morte, a parte la parentesi forzata o volontaria del suo esilio. Nel 1897 soffre una profonda crisi religiosa: momento cruciale della sua vita, fungerà da spartiacque nel suo pensiero e nella sua produzione letteraria. Descritta da Unamuno stesso come una " scarica fulminante " in una notte, il giorno seguente si recò nel convento dei frati domenicani di Salamanca, dove rimase tre giorni dedito alla lettura di Blaise Pascal. Seguirono quindi molte letture religiose, soprattutto di natura protestante, che alimenteranno sempre più il suo pensiero antidogmatico e anticlericale. Questa profonda crisi, introdusse nel suo pensiero quella che sarà la sua caratteristica principale: l' agonìa . Unamuno scriverà nel 1907: " la mia religione è cercare la verità nella vita e la vita nella verità […]; la mia religione è un lottare incessante con il mistero ". Nel 1901 viene eletto rettore dell'Università di Salamanca, carica da cui verrà destituito nel 1914 dal ministro dell'Istruzione Pubblica (per ragioni politiche) pur conservando la cattedra fino al 1924, anno del suo arresto a causa dei suoi attacchi al re Alfonso XIII e al dittatore Primo de Rivera, che aveva assunto il potere a seguito di un colpo di stato nell'anno precedente. Portato al confino nelle Canarie (isola di Fuerteventura), evade alla volta di Parigi e poi di Hendaye, sulla costa basca, città in cui divise il suo volontario esilio. Con la caduta della dittatura, nel 1930 torna a Salamanca e gli viene restituita la cattedra. Lo stesso anno, scrive Antonio Machado su Unamuno politico:
" è la figura più alta dell'attuale politica spagnola […] è un uomo orgoglioso di esserlo, che parla agli altri uomini in un linguaggio essenzialmente umano. Si dirà che questa non è politica. Io credo che è la più originale. […] Non basta invocare la cittadinanza. E' un concetto pagano e già superato per la storia. Un cittadino può essere un uomo libero che vive sopra una massa di schiavi. L'ultima grande rivoluzione politica non invocò i diritti del cittadino; proclamò i diritti dell'uomo. Perché lo si dimentica tanto frequentemente? Unamuno non lo scordò mai. Ma Unamuno pensa che l'uomo può malamente invocare i suoi diritti senza una previa coscienza della sua umanità. L'ingente opera politica di Unamuno consiste nell'illuminare questa coscienza, con la sua parola e con il suo esempio, nelle viscere del suo popolo ".

Il 1931 è l'anno della proclamazione della Repubblica, ed Unamuno è nominato deputato. Nel 1936 scoppia la guerra civile spagnola e il filosofo non nasconde la sua scelta franchista. Muore il 31 dicembre dello stesso anno, sentendo passare sotto la sua finestra le truppe naziste. Così lo commemora Ortega y Gasset: " Unamuno è già da sempre in compagnia della morte, la sua perenne amica-nemica. L'intera sua vita, tutta la sua filosofia, sono state, come quelle di Spinoza, una 'meditatio mortis'. Oggi una ispirazione del genere trionfa dappertutto, ma bisogna dire che fu Unamuno ad esserne il precursore".
 
La filosofia unamuniana parte dall'uomo (" l'uomo in carne ed ossa, che nasce, soffre e muore ") e in questo rivela saldi legami con l'esistenzialismo.. E' l'uomo concreto ed esistente, l'uomo vivente, soprattutto, " il soggetto e il supremo oggetto di tutta la filosofia ", perché il vivere è ciò che più importa: per questo si filosofa per vivere. Non si tratta, dunque, di ragione pura, di dogmatismo sistematico, per il motivo che Unamuno pone ragione e vita in due piani opposti su cui è necessario decidere. O si razionalizza la realtà, e in questo caso la si devitalizza, vista la sua linfatica prospettività; oppure la si vive irrazionalmente. Perché la realtà è vita, esiste, è dinamica e difficilmente imbrigliabile entro la morsa oggettivizzante di una ragione che astrae. In questo senso Unamuno ribalta la sentenza hegeliana: si legge nel " Sentimento tragico della vita " che " tutto ciò che è vitale è irrazionale, mentre tutto ciò che è razionale è antivitale ". Si tratta non di meno di una chiara presa di posizione contro le definizioni teoretiche e le concettualizzazioni, che vogliono fissare ciò che " è assolutamente instabile, assolutamente individuale ". Quindi la scienza, figlia della ragione, cosa può dire sui nostri dubbi, sui nostri più profondi bisogni e turbamenti? Cosa può dire sul senso autentico della vita individuale e sull'angoscia? La scienza è un cimitero di idee. Come bene afferma R.M. Albérès, infatti, il pensiero, la ragione e l'intelletto sono troppo ristretti per com-prendere totalmente tutto ciò che vogliono abbracciare; non per questo Unamuno rinunciò ad essi: li rese 'tragici' e 'agonistici', vale a dire, secondo l' etimologia greca, 'in lotta' . Non si pensa, insomma, solo con la testa, ma con il corpo tutto: per questo il pensatore spagnolo oppone il conoscere per conoscere al sentimentalismo agonico e tragico della vita. E in questo senso Unamuno è romantico. Ma è anche nel filone esistenzialista , alla stregua di Kierkegaard, di cui lesse le pagine e di cui si dichiarò "fratello", perché " in perpetua disperazione interiore ". La ragione, fabbricatrice di certezze schematiche, deve perciò essere vista nella sua limitatezza, nella sua finitezza; solamente se l'uomo, individualmente, si consapevolizza e accetta i limiti del proprio intelletto, se riesce a rendersi conto che molte realtà oltrepassano le capacità intellettive umane, allora l'uomo si troverà in lotta contro le arroganti pretese dell'intelletto e lottando metterà un peso alla ragione, perché non si stacchi da terra oltre al necessario e oltre il necessario. Unamuno sembra tornare agli esiti filosofici di Cusano e alla "dotta ignoranza" come consapevolezza della sproporzione, dell'alterità insita tra la mente umana e la verità assoluta, tra il finito dell'uomo e l'infinito a cui si anela. Non è possibile raggiungere la coincidenza. E se fosse possibile sarebbe solo un traguardo povero, alla San Bonaventura, perché al di là dell'assoluto astratto, perdiamo il prospettivismo del concreto, in cui peraltro viviamo. Unamuno, dunque, è diffidente nei confronti dei sistemi filosofici, in linea con il pensiero filosofico spagnolo, per esempio di Ortega y Gasset o di Maria Zambrano, per citare solo il XX secolo. In effetti, i nostri desideri, i nostri affetti, i nostri timori, non provengono dalla ragione, ma sono a posteriori, così come ogni altra dottrina filosofica. Persino dietro la scienza si nasconde la fede nella ragione, e " la fede nella ragione è destinata ad apparire, sul piano razionale, tanto insostenibile quanto qualsiasi altra fede ". L'esistenza dell'uomo, la realtà tutta, è contraddittoria: le lotte, soprattutto, sono le viscere ( " entran?as ") della vita stessa: " la vita è lotta ", lotta come agonìa greca. La nostra esistenza vitale è edificata su una lotta (" lucha ") tra il cervello e il cuore, tra la ragione e la fede. Unamuno vuole costruire con la fede ciò che ha distrutto con la ragione, di qui il suo tragicismo , che si radica in un abbraccio tra deismo sentimentale e scetticismo razionale. Ma un abbraccio, osserva il francescano Miguel Oromì, che non è " di pace e di concordia, ma di lotta disperata, da cui procede il dubbio, non metodico, ma passionale, vitale, fondato sulla disperazione sentimentale e lo scetticismo razionale; è l'eterno conflitto tra la ragione e il sentimento, la scienza e la vita ". Un ruolo importante nel sentimento tragico della vita è giocato dall'abisso, nel cui fondo si è lacerati dall'angoscia e non si trovano sicurezze, certezze: " tutto è nell'aria…la certezza assoluta e il dubbio assoluto non sono ugualmente vietate. Galleggiamo in un luogo incerto tra due estremi, come tra l'essere e il nulla ".
 
Ma Unamuno non vuole arrivare ad un estremo, non vuole acquietarsi ma preferisce avvicinarsi senza giungere alla meta: è un continuo affannoso tendere che non trova esaurimento, perché la pace e l'appagamento, per lui, sono la morte. Torna dunque la lotta come cifra di vita, come sintesi dinamica entro cui muoversi e trovar respiro, in una vitale ricerca. Molto spazio è dedicato dal filosofo spagnolo alla figura di don Chisciotte. Secondo Unamuno, don Chisciotte è una figura mitica positiva per la Spagna. La cavalcata contro i mulini a vento non è un gesto di follia, anzi:

" aveva ragione il Cavaliere: la paura, e solo la paura, faceva vedere a Sancio, e fa vedere a noi semplici mortali, mulini a vento nei prepotenti giganti che seminano il male sulla terra. Quei mulini macinavano pane, e di questo pane mangiavano gli uomini induriti nella cecità. Oggi non ci appaiono più come mulini, ma come locomotrici, turbine, piroscafi a vapore, automobili […] mitragliatrici […] ma cospirano per il medesimo male. La paura, e solo la paura sanciopanzesca, ci ispira culto e venerazione per il vapore e l'elettricità […] ci fa cadere in ginocchio davanti ai prepotenti giganti della meccanica e della chimica, a implorare misericordia ".

Don Chisciotte, divenne folle " unicamente per maturità di spirito ". Il don Chisciotte di Unamuno è lo stesso Unamuno che si scaglia contro il gigantismo del nozionismo , del dogmatismo, della ragione pura che crea sistemi che si arrogano il potere di contenere una verità universale. I libri cavallereschi contro le pretese del razionalismo supersemplificatorio, che in realtà non arricchisce la vita, ma la riempie di formule astratte inservibili. Don Chisciotte è l'uomo che si scaglia contro " la peste del buon senso che ci tiene tutti soffocati e compressi ". Contro i vantaggi di un progresso non solo tecnologico, ma anche intellettualistico-nozionistico, Unamuno preferisce di gran lunga l'ignoranza, che " è più che scienza, è saggezza ". Proprio perché così estremamente antisistematico e rivolto all'individuo in tutta la sua singolarità e concretezza esistenziale, canta e ricorda la vita reale della gente, che va a sbattere non solo contro ogni nazionalismo di sorta, ma anche contro la visione che della Spagna hanno intellettuali e politici. Loro vedono un popolo a tinta unica, una macchia indifferente e non vanno oltre, non entrano nella diversità di ogni singolo spagnolo, che si alza al levar del sole e compie il suo " compito sicuro e silenzioso, quotidiano ed eterno ". Non vi è l'idea della Spagna: a Unamuno interessa il singolo, che esula ogni tentativo di generalizzazione. E' tuttora ancora viva la polemica sul caso religioso di Unamuno. C'è chi lo ritiene un ateo (Antonio Sànchez Barbudo); chi lo vede come un razionalista luterano intriso di romanticismo kierkegaardiano, perché alla ricerca di un Dio immanente e non trascendente, un Dio dentro l'uomo (Hernàn Benitez). Ma è certo che il Dio di Unamuno è un Dio che parla al cuore , la sua è una cristologia poetica che non rientra nella tradizionale teologia religiosa o filosofica. Al contrario del razionalismo teologico tomista, l'esistenza di Dio, per il nostro filosofo, non è provabile con una prova razionale a posteriori, tanto meno aprioristica. La prova dell'esistenza di Dio è data dalla nostra istintiva volontà di sopravvivenza, dall'incapacità di rassegnarsi di fronte alla morte, dal desiderio di immortalità. Credere è creare ciò che vogliamo: " la fede crea, in una certa maniera, il suo soggetto. E la fede in Dio consiste nel creare Dio; come è Dio che ci dà la fede in Lui, così è Dio stesso che si sta creando di continuo in noi ". Il sentimento tragico, la lotta, arriva fino a Dio stesso: Dio stesso soffre, ma " soffre in me e io soffro in Lui ", questa è l'angoscia religiosa. Del resto la sofferenza, l'angoscia della morte, la passione per la vita è un costitutivo della vita del singolo. E' ineludibile il problema di Dio, non è ammissibile un atteggiamento agnostico, non si può fermarsi a dire " non so. E' vero, forse non potrò mai sapere, ma voglio sapere. Lo voglio, e questo mi basta! ": la tensione mai spenta compare in ogni tratto del pensiero unamuniano. La fede di cui ci parla, non ha niente a che vedere con la grazia divina, in questo ambito la convinzione metafisica fondamentale di Unamuno, se di metafisica si può parlare, è il potere dell'immaginazione: è la fede che crea il suo oggetto, per desiderio e volontà di immortalità. Dio è il suo dialogante, ma un aneddoto della sua vita, può forse evidenziare meglio il suo rapporto non solo con Dio, ma con la vita stessa, cifra della sua filosofia: si sporge guardando il fondo del pozzo e urla Dio, aspettando che l'eco restituisca la parola-soggetto di tutta la sua vita: "Io".
 
Miguel de Unamuno (1864-1936) mette in evidenza le insufficienze del razionalismo, del deismo e dell’idealismo. Queste filosofie non sono in grado di rendere conto della realtà specifica dell’individuo, della concretezza dell’esistenza personale e del bisogno che l’uomo ha di un Dio personale e trascendente.

In questa lettura il filosofo spagnolo afferma che la tradizione razionalistica greca e il cristianesimo si sono salvati a vicenda ed entrambi sono alla base del Rinascimento e della Riforma. La fede ha bisogno della ragione se non altro per essere trasmessa, ma “la fede nella ragione è esposta alla medesima insostenibilità razionale di ogni altra fede”. La fede è un fatto di volontà e tra fede e ragione non ci può essere che inimicizia, anche se hanno bisogno l’una dell’altra.



M. de Unamuno, Del sentimento tragico della vita; trad. it. dal manoscritto di G. Beccari, Libreria Editrice, Milano, 1914, pagg. 115-125, cap. VI



Il Cristianesimo, la follia della croce, la fede irrazionale che Cristo era risuscitato per risuscitarci, furono salvati dalla cultura ellenica razionalista, e questa dal cristianesimo. Senza questo, senza il cristianesimo, sarebbe stato impossibile il Rinascimento; senza il Vangelo, senza San Paolo, i popoli che erano passati attraverso al Medioevo non avrebbero compreso né Platone né Aristotele. Una tradizione puramente razionalista è impossibile come una tradizione puramente religiosa. Suole discutersi se la Riforma fu figlia del Rinascimento o se nacque come protesta contro questo; è il caso di accogliere l’una e l’altra ipotesi, perché il figlio nasce sempre come protesta contro il padre. Si dice pure che furono i classici greci redivivi quelli che volsero uomini come Erasmo a San Paolo, al cristianesimo primitivo, il piú irrazionale; ma bisogna pur dire che fu San Paolo, l'irrazionalità cristiana che sosteneva la sua teologia cattolica, ciò che volse Erasmo ai classici. “Il cristianesimo è quello che è arrivato a essere – si dice – solo per la sua alleanza coi tempi antichi, mentre fra i copti e gli etiopi non è altro che una buffonata. L’Islam si svolse sotto l’influsso della cultura persiana e greca, e sotto quello dei turchi si è convertito in ignoranza distruttrice”. (V. Troeltsch in Systematische christliche Religion della collezione Die Kultur der Gegenwart).

Uscimmo dal Medioevo e dalla sua fede ardente quanto disperata nel fondo, e non senza intime e profonde incertezze, ed entrammo nell’età del razionalismo, non senza altre incertezze. La fede nella ragione è esposta alla stessa insostenibilità razionale di ogni altra fede.

[...]

Ed è che, come dicevo, se la fede, la vita, non si può sostenere che su una ragione che la renda trasmissibile – e prima di tutto trasmissibile da me a me stesso, cioè, riflessa e cosciente, – la ragione non può a sua volta che sostenersi sulla fede, sulla vita, per lo meno sulla fede nella ragione, fede per la quale questa, la ragione, serve a qualcosa di piú che a conoscere, serve a vivere. E nondimeno, né la fede è trasmissibile o razionale, né la ragione è vitale.

[...]

Filosofia e religione sono nemiche fra loro, ed essendo nemiche hanno bisogno l’una dell’altra. Non c’è religione senza qualche base filosofica, né c’è filosofia senza radici religiose; ognuna vive della sua contraddittoria. La storia della filosofia è in realtà una storia della religione. E gli attacchi rivolti alla religione da un punto di vista presunto scientifico o filosofico non sono altro che attacchi da un altro avverso punto di vista religioso. “Il conflitto che avviene fra scienza naturale e religione cristiana, non avviene in realtà che fra l’istinto della religione naturale, fuso nell’osservazione naturale scientifica, e il valore della concezione cristiana dell’universo, che assicura allo spirito la sua preminenza in tutto il mondo naturale”, dice Ritschl (Rechtfertigung und Versöhnung, III, cap. 4, § 28). Ora quell’istinto è l’istinto stesso di razionalità. E l’idealismo critico di Kant è di origine religiosa; per salvare la religione Kant varcò i limiti della ragione dopo averla in certo modo dissolta in scetticismo. Il sistema di antitesi, contraddizioni e antinomie su cui Hegel costruí il suo materialismo assoluto, ha la sua radice e il suo germe in Kant stesso, e questa radice è una radice irrazionale.

Vedremo in seguito, nel trattare della fede, come questa non sia nella sua essenza che una cosa di volontà, non di ragione, siccome credere è voler credere, e credere in Dio prima di tutto e soprattutto è voler che ci sia Dio. E cosí, credere nell’immortalità dell’anima è voler che l’anima sia immortale, ma è volerlo con tanta forza che questo volere urtando contro la ragione passa su di essa. Ma non senza rappresaglia.

[...]

Ogni posizione di accordo e d’armonia persistente fra la ragione e la vita, fra filosofia e religione, è impossibile. E la tragica storia del pensiero umano non è altro che una lotta fra la ragione e la vita, quella impegnata a razionalizzare questa facendo in modo che si rassegni all’inevitabile, alla mortalità; e questa, la vita, impegnata a “vitalizzare” la ragione obbligandola a servir d’appoggio alle sue ansie vitali Tale è la storia della filosofia, inseparabile da quella della religione.

Il sentimento del mondo, della realtà oggettiva, è necessariamente soggettivo, umano, antropomorfico. E il vitalismo si erigerà sempre di fronte al razionalismo, e la volontà alla ragione. Da ciò il ritmo della storia della filosofia e la successione di periodi in cui la vita s’impone producendo forme spiritualiste, e altri in cui s’impone la ragione, producendo forme materialiste, per quanto l’una e l’altra specie di forme vengano mascherate con vari nomi. Né la ragione, né la vita si danno mai per vinte. Ma sopra ciò ritorneremo in seguito.

La conseguenza vitale del razionalismo sarebbe il suicidio. Lo dice benissimo Kierkegaard: “Il suicidio è la conseguenza di esistenza (existents consequents) del pensiero puro... Non elogiamo il suicidio, ma la passione. Il pensatore, al contrario, è un curioso animale, che è molto intelligente in certi momenti del giorno, ma che, per il resto, non ha niente di comune con l’uomo”.



Novecento filosofico e scientifico, a cura di A. neri, Marzorati, Milano, 1991, vol. I, pagg. 707-709
 
SAN MANUEL BUENO, MARTIRE


Un povero parroco di campagna lacerato dai dubbi, che "crede di non credere", ma è anche persuaso della funzione insostituibile della religione, di qualsiasi religione, come utile "oppio dei popoli", necessario per sopportare il tedio di una vita che senza Dio appare priva di senso: questo è don Manuel, martire proprio per aver represso in sé, senza lasciarlo intuire se non a un paio di amici intimi e legati al segreto, il proprio dramma interiore, per non lasciar mancare ai propri parrocchiani l'affettuosa sollecitudine pastorale di cui hanno bisogno, in una vita tutta dedicata agli altri che lo porta vicino alla santità. Privo delle lungaggini e dei difetti di costruzione che spesso appesantiscono la sua opera, questo breve romanzo, nel quale Unamuno ci offre la sua più chiara trattazione in forma narrativa del sentimento tragico della vita, costituisce, a giudizio pressoché unanime della critica, il capolavoro narrativo dello scrittore basco.
 
unamuno.jpg
 
Prova Juan Goytisolo.

Io devo scappare. Ti leggo stasera.

Ciao :)
 
"Desaparecidos" della Letteratura
di Ermanno Bartoli n.11
Autori Introvabili o quasi



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MIGUEL de UNAMUNO
Il poeta delle Nivole
Miguel de Unamuno:
Tex Willer potrebbe pure definirlo un "Satanasso" e Kit Carson, pure, ma stiamo per fare la conoscenza con un autore al quale quell'attributo potrebbe pure andar stretto.
Miguel de Unamuno, Bilbao 1864 - Salamanca 1936, scrittore e filosofo spagnolo è uno dei più poliedrici e geniali autori che stanno a cavallo fra questi due secoli. Morto al principio della guerra civile spagnola, dopo esser stato perseguitato dal dittatore Primo De Rivera, Unamuno rappresenta l'obiezione al potere cieco e costituito. Permeato da uno spirito religioso quasi mistico, egli ha al suo attivo (secondo diverse fonti ben poco riscontrabili in Italia causa la carenza di materiale) diverse cose di pregevole valore e fattura, prima fra tutte l'inventiva che ho potuto riscontrare anche nel romanzo «Nebbia» (uno dei rari scritti tradotti in italiano e in qualche modo reperibili) che mi accingo fiato-corto a presentare.
Quella stessa inventiva gli farà ribattezzare, in un sopralzo terminologico molto italico, le sue numerose novelle "Nivole" - ovvero leggere come le nuvole - quelle nuvole al quale il poeta-saggista-scrittore si è sempre ispirato per le sue creazioni più alte e vigorose.
La sua genialità gli farà scrivere intere pagine sul rapporto scrittore-opera-lettore, in un connubio quasi goliardico che ben poco ha di "maceratesco"e che si risolve in un assunto possibilista.
Sentite qua; tratto dal breve saggio «Come si fa un romanzo»:
«Voglio raccontarti, lettore, come si fa un romanzo, come fai e devi fare tu stesso il tuo proprio romanzo. L'uomo di dentro, l'intra-uomo, quando diventa lettore , contemplatore, se è vivo, deve farsi, lettore, contemplatore del personaggio che sta creando nel momento in cui legge; contemplatore della sua stessa opera e ogni lettore che sia uomo di dentro e umano, è, lettore, autore di quello che legge e sta leggendo, Questo che leggi ora qui, lettore, lo stai dicendo tu a te stesso ed è altrettanto tuo quanto mio. E se non è cosÏ è perchÈ non leggi.»
Sublime.
E ancora, Unamuno ha scritto un'opera stupenda sul senso di umanità al quale tiene tanto: «Del sentimento tragico della vita negli uomini e nei popoli».
Ma venendo a «Nebbia», questo romanzo del 1914 che ci tenevo a presentare.
Esso tratta di un uomo che, non corrisposto, si innamora di una donna che egli trova stupenda. Non solo: ma nel cammino tormentato di sua vita, l'uomo finisce coll'innamorarsi, in una catena senza fine, dell'amore stesso: della sua ineffabile essenza.
E - poiché innamorato e non corrisposto - il nostro decide di suicidarsi. Ma non può farlo perché l'autore non glielo permette.
Fra autore e personaggio ha così luogo un dialogo, figlio di un rapporto di prossimità unico e vivacissimo, ricco di spirito e d'ingegnosità.
Quell'ingegnosità che, non difettandogli, fa di Unamuno uno scrittore profondo ed avvincente.
 
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La vita di Miguel de Cervantes è estremamente ricca di avvenimenti, viaggi e avventure non sempre a lieto fine. Nacque nel 1547 a Alcalá de Henares, quarto di sette figli di un modesto chirurgo, e trascorse l’infanzia tra Valladolid, Salamanca, Siviglia e Madrid. Non si hanno molte notizie sulla sua educazione; nel 1569 era in Italia al seguito di Giulio Acquaviva, probabilmente per sfuggire alla cattura dopo aver ferito un uomo. In Italia si arruolò come militare partecipando tra l’altro alla battaglia di Lepanto (1571), durante la quale fu ferito piuttosto gravemente perdendo l’uso della mano sinistra.

In seguito partecipò alla battaglia di Navarino (1572) e alla presa di Biserta e Tunisi (1573). Nel 1575, durante una traversata che lo avrebbe riportato in Spagna, la sua nave fu assalita dai pirati e Cervantes fu fatto schiavo e portato ad Algeri; durante i cinque anni di schiavitù provò a fuggire ben quattro volte. Nel 1580 fu finalmente riscattato e raggiunse il Portogallo mettendosi a servizio di Filippo II. Fino al 1600 abitò a Siviglia, impiegato come commissario per la fornitura di viveri all’Invincibile Armada; nel 1602 fu di nuovo in carcere, coinvolto nel fallimento di un banchiere. Probabilmente durante questo periodo di prigionia cominciò ad avere l’idea di scrivere il Don Chisciotte, la sua opera più importante.

Uscito di prigione si stabilì a Valladolid ma anche qui ebbe problemi con la giustizia: fu sospettato infatti di aver ucciso un nobile e tornò in prigione per breve tempo. Nell’ultimo periodo della sua vita si impiegò presso Filippo III, seguendo la sua corte a Madrid. Qui si dedicò alacremente alla letteratura, scrivendo la maggior parte della sua vasta opera. Morì nel 1616 a Madrid.

Dopo l’esordio con Galatea (1585), Cervantes pubblicò nel 1605 la prima parte del romanzo La storia di don Chisciotte della Mancha, noto in Italia con il titolo più breve di Don Chisciotte. Tra il 1605 e il 1615, data della pubblicazione della seconda parte del romanzo, scrisse le dodici Novelle esemplari (1613), il poema Il viaggio nel Parnaso (1614) e i testi teatrali Otto commedie e otto intermezzi (1615). La novella I travagli di Persiles e Sigismonda, pubblicata postuma, è l’ultima opera scritta da Cervantes.

Trovatosi a vivere la complicata fase di passaggio tra ‘500 e ‘600, Cervantes è uno degli scrittori europei che meglio coglie la crisi del mondo cavalleresco rinascimentale e che da voce alle incipienti inquietudini barocche. Il Don Chisciotte si pone infatti come parodia del genere epico-cavalleresco, che aveva costituito la forma d’espressione più rappresentativa del Rinascimento. Le strampalate avventure del paladino idealista Don Chisciotte e del suo prosaico scudiero Sancho, traggono spunto sicuramente dalle esperienze biografiche dell’autore, che era stato un militare per lungo tempo, per incarnare la crisi dei valori cinquecenteschi in quello che è stato definito come il primo “romanzo” moderno
 
Flaubert scrisse: "Quello che v’è di prodigioso nel "Don Chisciotte" è la perpetua fusione dell’illusione e della realtà, che fa di questo un libro tanto comico e tanto poetico". Don Chisciotte è un hidalgo, un gentiluomo di campagna, che rappresenta quella nobiltà decaduta, di fatto esistita nella Spagna del Cinquecento, economicamente debole , costretta a vivere in modo inattivo, ozioso, meschino , monotono. Proprio per evadere dalla monotonia d’una vita mortificante dapprima si rifugia nella lettura dei romanzi cavallereschi e poi, suggestionato dagli eroismi narrati, decide di rinnovare le gesta degli antichi cavalieri. E così riadatta l’antica armatura , assume il nome di Don Chisciotte della Mancia, si fa armare Cavaliere della Triste Figura da un volgare oste, eleva a dama dei suoi pensieri una rozza contadina e, cavalcando in groppa ad un misero ronzino, battezzato Ronzinante , intraprende la vita errante.
Fisso nell’idea d’emulare le gesta cavalleresche , e cioè di dover riparare alle ingiustizie e proteggere gli oppressi, va incontro ad una serie d’avventure dalle quali, puntualmente , esce sconfitto. Nella sua fantasia la realtà esterna acquista una nuova parvenza, diviene realtà interiore , e il mondo, nella sua esaltazione , diviene ciò che lui vuole che sia, perdendo completamente il contatto con la vita reale. Ed è così che scambia mulini a vento per smisurati giganti, branchi di montoni per eserciti , osterie per castelli, una dama per principessa prigioniera.
Il personaggio di Don Chisciotte esprime appunto il rapporto tra l’illusione e la realtà, ed incarna perfettamente il disperato bisogno d’evasione: è proprio per evadere dalla realtà che il gentiluomo, ispirandosi agli antichi personaggi del mondo cavalleresco, decide di farsi cavaliere. Da quel momento nella sua fantasia tutto diventa esagerato e portato alla dimensione d’epopea cavalleresca: il semplice cappello di cartone diventa un elmo, un lungo ramo la lancia , il povero ronzino un indomito destriero in grado di competere con i cavalli della mitologia, la donna rozza la dama del cuore alla quale dedicare le imprese eroiche, e il semplice contadino assume la dignità di fedele servitore. Così armato ed equipaggiato , spinto da un animo puro e generoso, sostenuto da una sfrenata fantasia, si spinge nelle più disparate avventure, perseguendo ideali di pace, giustizia , verità ed amore, proprio come un antico cavaliere. Ed è Sancio Panza , il servitore, che nel romanzo si pone come elemento di concretezza, che riesce ad equilibrare e a contenere la fantasia troppo sciolta del cavaliere riconducendolo alla realtà. Don Chisciotte, infatti, vive in un suo mondo ideale di sogno , di illusioni, dal quale non si distacca, come del resto non si distaccarono nella realtà tutti coloro che, quando la cavalleria ed il sentimento cavalleresco volsero al tramonto, volendone rivivere gli ideali si trovarono fuori del loro tempo e furono considerati folli. Sancio, invece , aderisce alla vita quotidiana, è un istintivo che sente la necessità materiale, è la realtà che si contrappone al sogno, un insieme d’astuzia, buon senso e concretezza. Contadino rozzo e goffo, ignorante ma non sciocco, è tuttavia capace di buon senso e ragion pratica che gli impediscono di concepire il sogno.
E' proprio dal contrasto tra i due personaggi che scaturisce la filosofia del romanzo ed anche la sua comicità. Il personaggio di Don Chisciotte resta, tuttavia, quello predominante: sognatore , ricco di umanità, falsamente comico, in realtà drammatico. Costretto dalla vita a condurre un’esistenza meschina ed angusta, in una società priva di valori morali, cerca riparo nell’ideale, nel sogno, per far rivivere un suo mondo scomparso, ove prevalgano senso dell’onore ed eroismo, tuttavia il suo rapporto con la realtà permane ambiguo : da un lato sente il bisogno di certezze, necessita di regole di comportamento, di punti di riferimento (le regole della cavalleria), dall’altro il bisogno di evadere, trasfigurando la realtà , mutandola in sogno. E da questo sogno Don Chisciotte si risveglierà, ritrovando la ragione, curiosamente, solo nel momento della morte, "Visse pazzo e morì savio".
 
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In un paese della Mancia, di cui non voglio fare il nome, viveva or non è molto uno di quei cavalieri che tengono la lancia nella rastrelliera, un vecchio scudo, un ossuto ronzino e il levriero da caccia. Tre quarti della sua rendita se ne andavano in un piatto più di vacca che di castrato, carne fredda per cena quasi ogni sera, uova e prosciutto il sabato, lenticchie il venerdì e qualche piccioncino di rinforzo alla domenica. A quello che restava davano fondo il tabarro di pettinato e i calzoni di velluto per i dì di festa, con soprascarpe dello stesso velluto, mentre negli altri giorni della settimana provvedeva al suo decoro con lana grezza della migliore. Aveva in casa una governante che passava i quarant'anni e una nipote che non arrivava ai venti, più un garzone per lavorare i campi e far la spesa, che gli sellava il ronzino e maneggiava il potatoio. L'età del nostro cavaliere sfiorava i cinquant'anni; era di corporatura vigorosa, secco, col viso asciutto, amante d'alzarsi presto al mattino e appassionato alla caccia.

Bisogna dunque sapere che il detto gentiluomo, nei momenti che stava senza far nulla (che erano i più dell'anno), si dedicava a leggere i libri di cavalleria con tanta passione, con tanto gusto, che arrivò quasi a trascurare l'esercizio della caccia, nonché l'amministrazione della sua proprietà; e arrivò a tanto quella sua folle mania che vendette diverse staia di terra da semina per comprare romanzi cavallereschi da leggere, e in tal modo se ne portò in casa quanti più riuscì a procurarsene.

Insomma, tanto s'immerse nelle sue letture, che passava le nottate a leggere da un crepuscolo all'altro, e le giornate dalla prima all'ultima luce; e così, dal poco dormire e il molto leggere gli s'inaridì il cervello in maniera che perdette il giudizio. La fantasia gli si empì di tutto quello che leggeva nei libri, sia d'incantamenti che di contese, battaglie, sfide, ferite, dichiarazioni, amori, tempeste e altre impossibili assurdità; e gli si ficcò in testa a tal punto che tutta quella macchina d'immaginarie invenzioni che leggeva, fossero verità, che per lui non c'era al mondo altra storia più certa.

Così, con il cervello ormai frastornato, finì col venirgli la più stravagante idea che abbia avuto mai pazzo al mondo, e cioè che per accrescere il proprio nome, e servire la patria, gli parve conveniente e necessario farsi cavaliere errante, e andarsene per il mondo con le sue armi e cavallo, a cercare avventure e a cimentarsi in tutto ciò che aveva letto che i cavalieri erranti si cimentavano, disfacendo ogni specie di torti e esponendosi a situazioni e pericoli da cui, superatili, potesse acquistare onore e fama eterna. E la prima cosa che fece fu ripulire certe armi che erano state dei suoi bisavoli che, prese dalla ruggine e coperte di muffa, stavano da lunghi secoli accantonate e dimenticate in un angolo. Le ripulì e le rassettò come meglio poté.
Andò poi a guardare il suo ronzino, e benché avesse più crepature agli zoccoli e più acciacchi del cavallo del Gonnella, che tantum pellis et ossa fuit, gli parve che non gli si potesse comparare neanche il Bucefalo di Alessandro o il Babieca del Cid. Passò quattro giorni ad almanaccare che nome dovesse dargli; perché (come egli diceva a se stesso) non era giusto che il cavallo d'un cavaliere così illustre, ed esso stesso così dotato di intrinseco valore, non avesse un nome famoso; perciò, ne cercava uno che lasciasse intendere ciò che era stato prima di appartenere a cavaliere errante, e quello che era adesso; ed era logico, del resto, che mutando di condizione il padrone, mutasse il nome anche lui, e ne acquistasse uno famoso e sonante, più consono al nuovo ordine e al nuovo esercizio che ormai professava; così, dopo infiniti nomi che formò, cancellò e tolse, aggiunse, disfece e tornò a rifare nella sua mente e nella sua immaginazione, finì col chiamarlo Ronzinante, nome, a parer suo, alto, sonoro e significativo di ciò che era stato ante quando era ronzino, e quello che era ora, primo ed innante a ogni ronzino al mondo.
Avendo messo il nome, con tanta soddisfazione, al suo cavallo, volle ora trovarsene uno per sé, e in questo pensiero passò altri otto giorni, finché si risolse a chiamarsi don Chisciotte.

Ma, da buon cavaliere, volle egli aggiungere al suo il nome della sua patria e chiamarsi don Chisciotte della Mancia, e così a parer suo egli veniva a dichiarare apertamente il suo lignaggio e la sua patria, e la onorava, assumendone il soprannome.

Ripulite dunque le armi, battezzato il ronzino e data a se stesso la cresima, si convinse che non gli mancava ormai nient'altro se non cercare una dama di cui innamorarsi: perché un cavaliere errante senza amore è come un albero senza né foglie né frutti o come un corpo senz'anima. Oh, come si rallegrò il nostro buon cavaliere quand'ebbe trovato colei a cui dar nome di sua dama! Ed è che, a quanto si crede, in un paesetto vicino al suo c'era una giovane contadina di aspetto avvenente, di cui un tempo egli era stato innamorato, benché, a quanto è dato di credere, essa non ne seppe mai nulla e non se ne accorse nemmeno. Si chiamava Aldonza Lorenzo: ed è a costei che gli parve bene dare il titolo di signora dei suoi pensieri; e cercandole un nome che non disdicesse molto dal suo, e che si incamminasse a esser quello di una principessa e gran dama, la chiamò Dulcinea del Toboso, perché era nativa del Toboso: nome che gli parve musicale, prezioso e significativo, come tutti gli altri che aveva imposto a se stesso e alle proprie cose.
 
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A questo punto scoprirono trenta o quaranta mulini a vento che si trovano in quella campagna, e non appena don Chisciotte li vide, disse al suo scudiero:

"La fortuna va incamminando le nostre cose assai meglio di quanto potremmo desiderarlo, perché guarda lì, amico Sancio Panza, che ci si mostrano trenta e più smisurati giganti, con i quali ho intenzione di azzuffarmi e di ucciderli tutti, così con le loro spoglie cominceremo ad arricchirci, che questa è buona guerra, ed è fare un servizio a Dio togliere questa mala semenza dalla faccia della terra".

"Che giganti?" disse Sancio Panza.

"Quelli che vedi là", rispose il suo padrone, "dalle smisurate braccia; e ce n'è alcuni che arrivano ad averle lunghe due leghe."

"Badi la signoria vostra", osservò Sancio, "che quelli che si vedono là non son giganti ma mulini a vento, e ciò che in essi paiono le braccia, son le pale che girate dal vento fanno andare la pietra del mulino."

"Si vede bene", disse don Chisciotte, "che non te n'intendi d'avventure; quelli sono giganti; e se hai paura, levati di qua, e mettiti a pregare, mentre io entrerò con essi in aspra e disugual tenzone."

E così dicendo diede di sprone al suo cavallo Ronzinante, senza far caso a ciò che gli gridava Sancio Panza, per avvertirlo che erano certamente mulini a vento, e non giganti, quelli che andava ad attaccare. Ma lui era talmente convinto che erano giganti che né sentiva le grida del suo scudiero Sancio, né s'accorgeva, nemmeno ora che era arrivato vicino, di ciò che erano; anzi gridava a gran voce:

"Non scappate, codarde e vili creature, che è un cavaliere solo chi vi attacca".

A questo punto soffiò un po' di vento e le grandi pale cominciarono a muoversi, e don Chisciotte disse, vedendo ciò:

"Quand'anche muoviate più braccia del gigante Briareo, me la pagherete".
Così dicendo, e raccomandandosi ardentemente alla sua signora Dulcinea per chiederle che lo soccorresse in quel frangente, ben coperto dalla rotella, con la lancia in resta, spinse Ronzinante a gran galoppo e investì il primo mulino che si trovò davanti; e avendo dato un gran colpo di lancia alla pala, il vento la fece ruotare con tal furia che fece in pezzi la lancia, trascinandosi dietro cavallo e cavaliere, che rotolò tramortito per terra. Accorse ad aiutarlo Sancio Panza, con tutta la velocità del suo asino, e quando arrivò lo trovò che non era neanche in grado di muoversi: tale era il colpo che Ronzinante gli aveva dato.
"Per l'amor di Dio!" disse Sancio. "Non gliel'avevo detto io che stesse bene attento a quel che faceva, che quelli erano mulini a vento, e solamente chi ce li avesse avuti in testa poteva non accorgersene?"

"Taci, caro Sancio", rispose don Chisciotte, "poiché le cose della guerra sopra tutte le altre son soggette a continua vicenda; tanto più che io credo, ed è e sarà certamente così, che il mago Frestone ha convertito questi giganti in mulini, per togliermi la gloria di vincerli: tale è l'inimicizia che mi tiene; ma alla resa dei conti, poco varranno le sue male arti contro la bontà della mia spada."

"Ci pensi il Signore, che tutto può", rispose Sancio Panza. E lo aiutò ad alzarsi.
 
Indubbiamente Federico Nietzsche era affascinato dalla figura di Don Chisciotte. Per un pensatore che aveva dedicato un paragrafo della sua opera più importante, "Così parlò Zarathustra", alla "libera morte", il personaggio di Cervantes cui si "prosciugò talmente il cervello, che perse la ragione" non poteva non ispirargli simpatia. Sappiamo come Don Chisciotte morì: "Il mio intelletto è ora libero e chiaro senza le ombre caliginose dell’ignoranza, in cui l'aveva avvolto la continua e detestabile lettura dei libri di cavalleria. Io riconosco ora le stravaganze e i loro inganni, e mi duole soltanto d’essermene accorto troppo tardi, poiché non mi resta più tempo di compensare il mio fallo con la lettura d’altri libri che possano illuminarmi l’anima. (...)Vorrei morire in modo da far capire che la mia vita non è stata tanto cattiva da meritarmi la reputazione di pazzo: perché sebbene lo sia stato, non vorrei confermare questa verità con la mia morte" . E’ proprio questo "tipo" di morte che Nietzsche non accetta. Nietzsche amava Don Chisciotte e tendeva ad identificarsi con lui; egli criticava Cervantes per aver reso il suo eroe così ridicolo e non può esservi dubbio sulla paura di Nietzsche di essere non meno ridicolo, al punto tale che nello scritto "Ecce Homo" così si esprime:"...Ho una paura spaventosa che un giorno mi facciano santo: indovinerete perché io mi premunisca in tempo, con la pubblicazione di questo libro, contro tutte le sciocchezze che si potrebbero fare con me...Non voglio essere un santo, allora piuttosto un buffone...Forse sono un buffone....E ciononostante, anzi non ciononostante - perché non c’è mai stato sinora niente di più menzognero dei santi - la verità parla in me - Ma la mia verità è tremenda. Perché fino ad oggi si chiamava verità la menzogna. Trasvalutazione di tutti i valori: questa è la mia formula per l’atto con cui l’umanità prende la decisione suprema su se stessa, un atto che in me è diventato carne e genio. Vuole la mia sorte io debba essere il primo uomo decente, che sappia oppormi a una falsità che dura da millenni (....)Io vengo a contraddire, come mai si è contraddetto, e nondimeno sono l’opposto di uno spirito negatore. Io sono un lieto messaggero, quale mai si è visto, conosco compiti di un altezza tale che finora è mancato il concetto per definirli, solo a partire da me ci sono nuove speranze". Successivamente Nietzsche annota:" Uno dei libri più dannosi è Don Chisciotte "(Schopenhauer als Erziecher 18749- e spiega in una nota successiva:" Cervantes avrebbe potuto combattere l’inquisizione, ma preferiva fare apparire ridicole le sue vittime, cioè gli eretici ed idealisti di tutti i tipi...". L’attacco di Cervantes al romanzo cavalleresco divenne, osserva Nietzsche, la "più generale ironizzazione di tutte le aspirazioni più elevate" ed il libro deve perciò essere considerato un sintomo della "decadenza della cultura spagnola" e " una disgrazia nazionale"(Der Wanderer und sein Schatten. Nella stessa nota Nietzsche protesta contro la conclusione del libro di Cervantes:" Egli non risparmia neanche al suo eroe la terribile illuminazione sulla sua condizione al termine della vita". In un altro appunto Nietzsche fa di nuovo riferimento alla "terribile fine" di Don Chisciotte e così commenta:" L’ umanità è sempre minacciata da questa ignominiosa negazione di se stessi alla fine della propria lotta" (Die Morgenrote 1881). Rimane in Nietzsche un desiderio inespresso quindi, ossia quello di voler un’altra morte per Don Chisciotte. Quest’ultimo muore smentendo se stesso. Nietzsche rimane colpito da questa morte "insignificante". La morte di Don Chisciotte non restituisce il preciso significato del vissuto -ante, al contrario rappresenta la negazione di se stessi, la morte del significato di una vita peculiare e la morte del significato di una "libera morte". Don Chisciotte muore togliendosi la maschera che aveva indossato:" Rallegratevi con me, signori miei, perché io non sono più Don Chisciotte della Mancia, ma Alonso Chisciano, a cui gli esemplari costumi meritarono il nome di buono(...)Ormai mi sono odiose tutte le storie mondane della cavalleria errante". Sembra quasi paradossalmente che il personaggio di Cervantes non muore di "libera morte" , "non muore al momento giusto" , muore come molti che "muoiono troppo tardi". infatti Don Chisciotte va incontro alla morte smentendo se stesso, negando proprio le qualità e i caratteri della sua vita, che potevano in qualche modo essere sigillati con una morte diversa, con una "morte come adempimento", la morte che per i vivi diventa stimolo e una promessa". In tal modo Nietzsche sembra prendere le parti di Sancio, il quale sapendo che Don Chisciotte stava morendo disse:" Non muoia , signor padrone, non muoia. accetti il mio consiglio, e viva molti anni, perché la maggior pazzia che possa fare un uomo in questa vita è quella di lasciarsi morir così senza un motivo ,senza che nessuno lo ammazzi, sfinito dai dispiaceri e dall’avvilimento. Su, non faccia il pigro, si alzi da questo letto, e andiamocene in campagna vestiti da pastori come s’è fissato, e chi sa che dietro a qualche siepe non si trovi la signora Dulcinea disincantata, che sia una meraviglia a vedersi. Se Lei muore dal dispiacere d’essere vinto, la colpa la dia a me, dicendo che la scavalcarono perché io avevo sellato male Ronzinante...". Ci piace pensare, a conclusione di questa breve noterella, a una superiore mistificazione romanzesca, che vuole la pazzia di Nietzsche suggellata dall’abbraccio a un cavallo, in una mattina del 3 gennaio 1889, in piazza Carlo Alberto a Torino e pensare che in qualche modo la vita e la morte di Nietzsche si possono volutamente confondere con quella di Don Chisciotte. Un ronzinante lega queste due figure, quando don Chisciotte scende da cavallo torna savio, quando Nietzsche abbraccia un cavallo afferma la sua pazzia. Ma è appunto solo una superiore mistificazione romanzesca.
 
Una biblioteca infinita
Jorge Luis Borges nacque e visse trai libri. Nella casa dove crebbe ogni parete era stracolma di volumi, alla morte del padre si impiegò in una biblioteca. In "Finzioni", uscito in Argentina nel 1944, sono raccolti diciotto racconti dove si incontrano in un labirinto surreale fantasia ed erudizione letteraria
di Massimo Merletti


Alla morte del padre, nel 1938, Borges si impiega, per necessità, presso una modesta biblioteca alla periferia di Buenos Aires. Nel dicembre dello stesso anno un grave incidente lo porta vicino alla morte e gli compromette irrimediabilmente la vista. «Sono nato in una libreria», romanza di sé lo scrittore argentino ricordando i ricchi scaffali della villa paterna dove lui, appena dodicenne, trascorreva con piacere e grande curiosità molte ore della sua giornata. Nei libri, in quelli scritti e in quelli letti, è tutta la sua vita; Borges elenca gli autori preferiti, Chesterton, Bloy, Mauthner, come fossero compagni di giochi; raramente un erudito ha così intrecciato la propria esistenza alla corporeità cartacea della letteratura.

Un uomo malato e tenero, perpetuo frequentatore di polverose scansie, ardito faticatore d'occhi e di reiterate pagine. "Finzioni" è una splendida e complessa mistione di narrativa e saggistica, d'erudizione e ironia, apparsa per la prima volta in Italia nel 1955 grazie alla preziosa traduzione di Franco Lucentini. Diciotto racconti introdotti da due prologhi in cui Borges dimostra le sue intenzioni di letterato e giocoliere. Il libro favoleggia di cosmi inventati, di cauti negromanti, di matematici ammazzamenti.

Ne è lustre divulgatore Pierre Menard, solitario passeggiatore e immodico poeta. La già non modesta carriera letteraria di Menard è tuttavia lumeggiata dalla sua opera prima; una riscrittura, del tutto indifferente all'originale, del "Don Chisciotte" di Cervantes. L'arte di Menard non è quella di un bieco plagiario, ma di un autentico genio. Egli, a secoli di distanza, non copia il "Chisciotte" ma lo crea, identico al primo. Tra celie e seriosità Borges fabbrica un labirintico universo di finte realtà che dilettano o amareggiano in forza di un'indiscutibile verosimiglianza.

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