Virginia

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Figlia di un noto storiografo, cresce fin da piccola in un ambiente ad altissima densità intellettuale.

Quando il fratello Thoby entra a Cambridge, nel 1899, lei stringe amicizia con i cosiddetti "Apostoli del Trinity college", come Russell e Wittgenstein, fra i maggiori filosofi del momento.

Nel 1906, insieme al fratello e alla sorella Vanessa, pittrice di un certo talento, Virginia si trasferisce nel quartiere di Bloomsbury.
Intorno a loro si riunisce un gruppo di intellettuali (che prende il nome dal luogo nel quale si ritrovano) che per circa 30 anni rimane un punto di riferimento fondamentale nella vita artistica londinese.

Virginia è uno degli elementi più importanti e trainanti di quel gruppo di intellettuali.

Ma la sua salute mentale è alquanto instabile. Già preda di gravi momenti di depressione in occasione della morte della madre (nel 1895) e poi del padre (nel 1904), poco dopo il suo matrimonio con Leonard Woolf (nel 1912) piomba in un nuovo e grave stato di malessere psichico, che si prolunga per tre anni.

Nonostante questo riesce a scrivere e nel 1915 esce il suo primo romanzo, La crociera.
La sua attività letteraria, da quel momento in poi, non conosce soste.
 
Nel 1919 Virginia Woolf pubblica il racconto Kew gardens, al quale fanno seguito Giorno e notte, Lunedì o martedì, La stanza di Giacobbe e La signora Dalloway.
Il suo capolavoro, Gita al faro, è del 1927 e Orlando (che tratta anche esplicitamente la relazione dell'autrice con Vita Sackville West) è del 1928; nel 1929 esce il saggio Una stanza tutta per sé.
Tutti i suoi romanzi e saggi, insieme a quelli di autori come T.S. Eliot, Katherine Mansfield e Robert Graves, vengono pubblicati dalla rivista The Hoarth Press, che la Woolf fonda insieme al marito.

Nel 1940, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, la scrittrice cade di nuovo in una profonda depressione e nel 1941, a 59 anni, si riempie le tasche di pietre e si lascia annegare nelle acque del fiume Ouse, a Rodmeil.

Virginia Woolf è tuttora considerata una figura fondamentale nella lotta per l'emancipazione femminile, avendo profuso tempo ed energie in favore della battaglia per la conquista dei diritti delle donne. Il suo stile trasparente, quasi classico e per molti versi vicino alla poesia ne fanno una delle scrittrici più incisive del Novecento.

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Il suo fu un periodo di tempo particolare sia per le trasformazioni che si verificavano in ambito sociale, economico sia per le novità che interessavano la cultura, la filosofia, la letteratura, l’arte. Sembrava che tutto, in quel momento, stesse cambiando: cambiava la realtà, cioè la condizioni di vaste masse popolari richiamate dal lavoro in fabbrica e avviate ad una sempre maggiore urbanizzazione con i conseguenti vantaggi e svantaggi, cambiava il pensiero nel senso che il positivismo esauriva il suo ciclo e si delineavano nuove concezioni, più ampie, più complesse poiché scienze come la Fisica (Einstein) e la Psicanalisi (Freud), filosofie come il Superomismo (Nietzsche) e l’Intuizionismo (Bergson) contribuivano ad estendere gli orizzonti noti sino ad allora, svelavano la presenza e l’azione, nell’uomo, di una vita interiore che, consapevolmente o inconsapevolmente, determinava quella esteriore. Dall’oggettività perseguita dai filosofi positivisti e dai contemporanei scrittori naturalisti, veristi o realisti si passava alla soggettività e spiritualità che sarebbero state tipiche dei nuovi filosofi e degli autori detti decadenti. Questi si sarebbero sentiti tanto diversi dal contesto umano e sociale da considerare le proprie qualità un privilegio superiore ad ogni altro. Primi sarebbero stati i poeti ad avvertire tale mutata atmosfera, poi gli scrittori quali James Joyce, Marcel Proust e, appunto, Virginia Woolf. Questa sarà così naturalmente disposta ad accogliere i nuovi fermenti culturali ed artistici da non ritenersi privilegiata né isolarsi a causa loro ma da abbandonare la maniera realista e piuttosto tradizionale che era stata dei suoi primi lavori e pervenire, col tempo, ai romanzi che l’avrebbero resa celebre quali La Camera di Giacobbe, La signora Dalloway, Al faro, Le onde, Gli anni, Tra un atto e l’altro.
 
Virginia Woolf è stata, nel XX secolo, una delle interpreti più acute della condizione femminile. Nei due saggi, Una stanza tutta per sé e Le tre ghinee, ma anche in romanzi come La signora Dalloway.
Il grande passo avanti compiuto nell'analisi di Virginia Woolf , è stato quello di spezzare mediante una satira fantastica, la rigida connessione sociale fra identità sessuale e ruolo. Un esempio è rappresentato dal ritratto di Orlando, ora uomo, ora donna, ispiratole da Vita Sackville-West, un aristocratica lesbica, con la quale la scrittrice ha avuto una lunga passione amorosa. Virginia Woolf , forse anche in virtù delal sua bisessualità, difende l'androginia dell'essere umano, l'ambiguità sessuale (gli aspetti maschili e femminili conviventi in ognuno di noi).

In Una camera tutta per sé, Virginia unisce due conferenze sul tema "le donne e la narrativa" tenute nel 1928 alle studentesse di Cambridge nelle quali aveva rivisto tutte le proprie certezze giovanili. Le invita a procurarsi una indipendenza economica e, appunto, una camera tutta per sé, al fine di scrivere con la concentrazione necessaria e parla dei limiti imposti alla creatività femminile dalla dipendenza economica e morale dall'uomo e dalla mancanza di cultura. Le esorta a scrivere in quanto donne, orgogliose di esserlo, ma uscendo dal personale.

La Woolf aveva acquisito durante gli anni '10 e '20 una sensibilità femminista, che attecchisce su una sua sofferenza antica: il suo senso di esclusione, di oppressione, il suo odio per la società patriarcale e il suo essersi ritenuta fin da ragazzina una vittima di quest'ultima.
In Le tre ghinee si trovano almeno due fondamentali idee portanti: l'idea che a causa della millenaria esclusione sociale femminile, esista una cultura delle donne letteralmente estraniata da quella maschile. Estranea sia al potere patriarcale che alla cultura della violenza, della dittatura della guerra da lui generata, che questa estraneità vada dichiarata e difesa, che esista, dunque, una cultura diversa e separata delle donne.
 
Henrik Ibsen (Skien -Norvegia- 1828, Cristiania, odierna Oslo, 1906) inizia la sua carriera come poeta dedicandosi poi ad una serie di drammi storici di ispirazione romana. Direttore di teatri e drammaturgo di successo ebbe il pregio di essere un grande innovatore sulla scena europea con il passaggio in prosa di drammi di ambiente borghese dove attuò una fusione tra realismo e tensione ideologico-morale.
Fondamentalmente pessimiste, le sue opere analizzano con impietosa acutezza il travaglio delle anime, il dissidio interiore dei personaggi, soprattutto femminili, le nuove problematiche familiari e coniugali, il che gli valse il titolo di autore scandaloso.
Preso come emblema del movimento femminile che cominciava a prendere piede in quegli anni ebbe il merito di essere il primo a descrivere la posizione della donna all'interno della famiglia e della società, i suoi più intimi pensieri e l'incomunicabilità con i propri familiari, ancorati al passato.



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Il teatro di Ibsen è stato definito di volta in volta naturalista, simbolista, anarchico... In verità, la sua opera, basata su realtà vissute, propugna teorie spesso audaci, calate in personaggi di una verità intensa. La norma di quest’arte è il rigore. Ibsen era convinto - è una delle lezioni che aveva tratto dal pensiero di Kierkegaard - che il mondo intero è alla ricerca di una fede, di una vocazione. Questo spirito puritano che ausculta i “cuori atomizzati” degli Scandinavi era convinto che qualsiasi uomo abbia una “passione vitale” che ha necessità di tradurre in atti. Tale è la verità degli uomini e delle donne che mette in scena, i quali cercano di essere liberi fino in fondo, fino alla radice del proprio essere.
 
Di fronte a questi “cavalieri della fede in sé”, come avrebbe detto Kierkegaard, si erge, tra impegno incondizionato ed inerzia, la “maggioranza silenziosa”: i vigliacchi, gli ossessi, gli spiriti deboli e limitati. Tutti questi mediocri sono i veri nemici di Ibsen, che li ha violentemente attaccati, a parole velate talora, apertamente di solito. Bernard Shaw, grande ammiratore del drammaturgo norvegese, ha denominato giustamente “ibsenismo” questo tipo di contestazione della morale tradizionale - il timore-di-ciò-che-dirà-la-gente, il rispetto delle convenienze e dell’ordine stabilito – tutto ciò gli suggerisce l’ideazione di eroi inflessibili ed innegabilmente eccessivi.

Con una simile rigidità morale («Lo spirito di compromesso si chiama Satana»), in virtù della quale occorre vivere sempre “in alto” (è il titolo di una delle poesie di Ibsen, che non fu soltanto drammaturgo), i personaggi corrono verso la loro rovina o evolvono in zone oscure, di pertinenza della psicanalisi. Le grandi eroine di questo teatro sono abitate da passioni piene che le conducono spesso alla distruzione di se stesse.

Un manicheismo latente sottende i drammi di Ibsen, i loro giochi d’ombra e di luce, di ragione e di follia, che danno loro così spesso un passo espressionista, vicino a quella dei quadri di Edvard Munch, suo contemporaneo
 
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Casa di bambola

Dramma in 3 atti di Henrik Ibsen (1879).



Una casa borghese serena, la sera di Natale. Nora, giovane madre e moglie felice, decora l’abete sotto lo sguardo commosso del marito, il rispettabile avvocato Helmer. Ma l’arrivo inatteso di una vecchia amica d’infanzia di Nora, Kristine Linde, rivela gradualmente una verità fino ad allora accuratamente nascosta. Helmer è stato seriamente malato ed è stato necessario portarlo in Italia per curarlo. Per fare ciò, Nora ha dovuto prendere in prestito del denaro da un usuraio, l’avvocato Krogstad, compiendo un falso. Ora Helmer è diventato direttore della banca. Krogstad che è in una situazione difficile e che desidera farsi assumere , viene a chiedere a Nora di intercedere per lui, poiché Helmer, che non ignora il suo passato, ha rifiutato di prenderlo. Nora esita. Krogstad la ricatta minacciandola di rivelare tutto a Helmer.

Costruito con un meccanismo scenico ad alta precisione, come tutti i drammi di Ibsen, si giunge ad un punto in cui sembra inevitabile che Helmer sia messo al corrente di tutto. Nora, tuttavia, ha fiducia: in piena rettitudine di cuore, crede che la menzogna di cui si è resa colpevole e che ha salvato la vita di suo marito le sarà perdonata, poiché era un atto d’amore. All’ultimo istante, la situazione si scioglie: Krogstad scopre l’amore di Kristine Linde, che credeva definitivamente perso ed è ben disposto a dimenticare il gesto di Nora. Ma Helmer ha avuto il tempo di essere messo al corrente. Una litigio terribile scoppia tra i due coniugi, nel corso del quale Helmer ripudia in qualche modo Nora. Quindi la tensione sparisce di colpo, avendo Krogstad inviato a Helmer il documento compromettente che avrebbe distrutto la sua reputazione borghese. Di conseguenza, Helmer è pronto a perdonare la moglie. Ma Nora è stata definitivamente ed irrimediabilmente colpita nel nucleo più profondo del suo essere, ha scoperto che l’amore senza misura che portava al marito non ha resistito alla schiacciante pressione delle convenzioni borghesi. Abbandona dunque bambini e focolare e va via, decisa ad assumere, sola, la propria condizione di donna.

Ibsen non ha scritto dramma più famoso di questa superba meditazione sul valore unico ed insostituibile della persona umana. Lungi dall’essere quella sorta di manifesto del femminismo che si è voluto farne, Casa di bambola è una riflessione implacabile sul peso degli atti che ci seguono, sui diritti ed i doveri dell’amore vero, ma anche sul rigore e la rettitudine del cuore.
 
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