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Nuove basi americane nelle Filippine in equilibrio tra USA e Cina

Secondo quanto riferito dal capo di stato maggiore delle forze sarmate Filippine, gli Stati Uniti hanno espresso la volontà di costruire installazioni militari in cinque aree nelle Filippine settentrionali. Tra le proposte di Washington, due delle nuove aree si troverebbero nella provincia settentrionale di Cagayan, situata di fronte allo Stretto di Taiwan e che potrebbero fungere da avamposto cruciale nel caso in cui le tensioni dovessero peggiorare tra la Cina e l’isola che Pechino rivendica come propria.

Gli altri siti proposti si troverebbero nelle province di Palawan e Zambales che si affacciano sul Mar Cinese Meridionale e consentirebbero alla forza militare americana di sostenere le forze filippine e di disporre di installazioni più vicine alle acque contese tra Cina e Taiwan rispetto a Okinawa, l’isola giapponese a sud dell’arcipelago nipponico che ospita basi degli Stati Uniti.

La presenza delle forze statunitensi all’interno della “prima catena di isole” potrebbe svolgere un ruolo di deterrenza nei confronti di Pechino nel Mar Cinese Meridionale.

Le isole più settentrionali delle Filippine si trovano a 190 chilometri da Taiwan, poco più in là dell’isola più vicina del Giappone (Senkaku a 170 km). Un’invasione cinese di Taiwan avrebbe implicazioni serie per le Filippine, pari alle conseguenze di un disastro umanitario, compreso il rischio di flussi di rifugiati.

Tale scenario ha un precedente, ben ricordato nelle Filippine, nella guerra del Vietnam. Inoltre ci sono circa 200.000 filippini che lavorano a Taiwan. Per Manila quindi il controllo di Taiwan da parte cinese sarebbe un disastro economico e strategico. Un’invasione da parte di Pechino aumenterebbe le capacità di proiezione del potere cinese e indebolirebbe la capacità degli Stati Uniti di sostenere il suo alleato attraverso una presenza aerea e navale nella regione.

Il territorio conteso tra le Filippine e la Cina è incentrato sullo Scarborough Shoal, isolotto a sud delle isole Spratyls, che Manila considera parte del proprio territorio e di cui Pechino rivendica la sovranità che permetterebbe alla Cina di controllare anche le 200 miglia nautiche di acque territoriali circostanti, ricche di risorse naturali.

La EIA (Energy Information Administration) stima che il Mar Cinese Meridionale contenga giacimenti di idrocarburi pari a circa 11 miliardi di barili di petrolio e 190 trilioni di gas naturale.

Nel 2013, il governo filippino aveva denunciato azioni sempre più aggressive della Cina nelle acque contese, intorno alle isole Spratly e alle vicine barriere coralline. Nel 2016 una sentenza del tribunale arbitrale dell’Aia ha invalidato le vaste rivendicazioni territoriali della Cina nel Mar Cinese Meridionale per motivi storici ma la Cina ha respinto tale sentenza non avendo partecipato all’arbitrato. Successivamente l’allora presidente filippino, Duterte, aveva preferito intraprendere la strada del dialogo con Pechino con risultati non entusiasmanti.

Secondo il think-tank del ministero della Difesa giapponese, NIDS (National Institute for Defense Studies), le forze armate cinesi starebbero migliorando le capacità di condurre operazioni nella cosiddetta “zona grigia”, cioè atti aggressivi in acque contese al di sotto della soglia dell’attacco militare armato, senza provocare un’escalation che sfoci in un confronto bellico esteso.

Pechino starebbe cercando di “creare costantemente situazioni da “zona grigia” ed esercitare pressioni sugli avversari per evitare scontri militari con altri paesi”.

Sempre secondo questo rapporto, se le capacità della Cina nelle situazioni di “zona grigia” hanno visto miglioramenti, questo deriva dall’integrazione della Guardia Costiera cinese e della Milizia Marittima nel comando militare.

Nel 2018, la Guardia Costiera cinese è stata posta sotto la Forza di Polizia Armata del popolo cinese, una forza paramilitare supervisionata dalla Commissione Militare Centrale del paese.

Secondo il rapporto, la Guardia Costiera assume una posizione più dura nel Mar Cinese Meridionale, in cui Pechino ha rivendicazioni territoriali contrastanti con i paesi vicini come Filippine e Vietnam, rispetto a quella nel Mar Cinese Orientale.

Questo si aggiunge alla legge emanata, alla fine gennaio del 2021 dal Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo cinese ed entrata in vigore il 1° febbraio dello stesso anno, sull’uso delle armi da parte della Guardia Costiera Cinese (CCG) contro navi straniere, in determinate condizioni, in acque sotto la giurisdizione cinese.

Le Filippine hanno ospitato per anni due delle più grandi basi della Marina (Subic Bay) e dell’Aeronautica (Henderson Field) degli Stati Uniti all’estero, intensamente impiegate durante il conflitto nel Vietnam. Le strutture sono state chiuse all’inizio degli anni ’90, dopo che il Senato filippino ha rifiutato un’estensione della permanenza, anche se le forze americane sono tornate per esercitazioni con le truppe filippine, in base a un accordo del 1999.

Nel 2014, i due paesi hanno firmato l’accordo di cooperazione per la difesa potenziata, che consente a un numero maggiore di forze americane di rimanere a rotazione all’interno di basi militari filippine, con la possibilità di costruire magazzini, alloggi, strutture di addestramento congiunte e immagazzinare attrezzature da combattimento, ad eccezione delle armi nucleari.

Dopo la firma dell’accordo, gli americani hanno avviato progetti di costruzione in cinque campi e aree filippine, compreso il sud del paese, dove le forze antiterrorismo statunitensi hanno supportato per anni nell’addestramento e fornito informazioni alle loro controparti filippine. Molti dei progetti sono stati ritardati da questioni legali e altri problemi, secondo quanto riportato da funzionari della Difesa filippina.

Un certo numero di forze americane è rimasto nelle basi nella città meridionale di Zamboanga e nelle province periferiche al culmine delle minacce rappresentate dai miliziani musulmani, che si sono attenuate negli ultimi anni. Secondo fonti di stampa, più di 100 militari statunitensi rimangono attualmente a Zamboanga e in tre province meridionali.

L’articolo IV del Trattato di mutua difesa USA-Filippine del 1951 obbliga i paesi ad aiutarsi a vicenda in caso di attacco. Sebbene gli Stati Uniti rimangano neutrali nelle controversie territoriali, si sono effettivamente schierati con Brunei, Indonesia, Malesia, Filippine e Vietnam, i quali si oppongono alle affermazioni cinesi di sovranità sulle aree marittime che circondano le isole, le barriere coralline e le secche del Mar Cinese Meridionale.

Washington e Manila hanno effettuato per decenni esercitazioni congiunte e i programmi rimangono inalterati nonostante le ripetute e passate minacce da parte dell’ex presidente, Duterte, di annullarle e abrogare i patti bilaterali di difesa. Minaccia successivamente rientrata successivamente, ma nel 2016 l’ex presidente si era impegnato a spostare la politica estera del suo paese avvicinandosi a Cina e Russia.

Oggi la politica dell’attuale presidente, Ferdinand Romuáldez Marcos Jr, (figlio di Ferdinando Marcos, presidente e dittatore delle Filippine dal 1965 al 1986), mira a stringere nuovamente i rapporti con gli Stati Uniti pur mantenendo un atteggiamento di equilibrio anche con la Cina.

Secondo quanto riportato dal CSIS, Marcos sarebbe stato un ardente sostenitore del business cinese. Quando era governatore di Ilocos Norte, avrebbe effettuato frequenti viaggi di lavoro in Cina, culminati con l’apertura di un consolato cinese a Laoag City.

La costruzione di installazioni militari americane nel nord dell’arcipelago filippino costituirà un indicatore sul futuro delle relazioni dei due paesi.

La Cina, finora, è stata il principale partner commerciale delle Filippine, è considerata un importante investitore straniero e la seconda fonte di turisti nelle Filippine. Il presidente Marcos dovrebbe recarsi in visita a Pechino nel gennaio 2023 ed è assai probabile che tra i temi in agenda vi siano anche le nuove installazioni statunitensi nell’arcipelago.

-di Elvio Rotondo-

Mappa Laura Canali - Limes

#TGP #USA #Cina #Filippine

[Fonte: Nuove basi americane nelle Filippine in equilibrio tra USA e Cina – Analisi Difesa]

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The Economist: Il sostegno all’Ucraina potrebbe causare in Europa fino a 335.000 morti per ipotermia

Questo inverno il forte aumento dei prezzi dell’energia in Europa potrebbe portare a un aumento dei morti, che rischia di superare il numero di soldati uccisi in Ucraina, scrive The Economist (1).

La rivista prevede che un inverno rigido potrebbe costare agli europei un totale di 335.000 vite in più. Questa potrebbe essere una prova molto forte per il sostegno europeo a Kiev, notano gli autori dell’articolo.

Per raggiungere la sicurezza alle frontiere occidentali della Russia, il presidente Vladimir Putin ha bisogno che l’Occidente smetta di sostenere il suo avversario NATO. La migliore opportunità per creare un cuneo tra i due arriverà questo inverno, scrive The Economist.

Come ricorda la pubblicazione, prima dell’inizio del conflitto, la Russia forniva il 40-50% delle importazioni di gas naturale all’UE, ma ad agosto Mosca “ha chiuso i rubinetti di un grande gasdotto che portava il gas in Europa”, dopodiché i prezzi del carburante blu sono saliti bruscamente, mettendo sotto pressione l’economia degli alleati dell’Ucraina.

Finora, l’Europa ha affrontato lo shock riuscendo a riempire gli impinati di stoccaggio, afferma la rivista, anche se l’aumento complessivo dei prezzi dell’energia ha ugualmente colpito molti consumatori, le cui bollette medie di gas ed elettricità sono aumentate rispettivamente del 144% e del 78%, rispetto ai livelli del 2019/2000.

Sebbene questi costi siano incomparabili con quelli subiti dagli ucraini, rimangono significativi, perché più bassa è la temperatura a cui vivono le persone, più è probabile che muoiano, osserva il giornale.

Gli autori dell’articolo avvertono che se le relazioni storiche tra mortalità, condizioni meteorologiche e costi energetici persistono, il bilancio delle vittime delle “armi energetiche” di Mosca potrebbe superare il numero di soldati uccisi in combattimento durante l’intero conflitto.

Sebbene le ondate di caldo ricevano maggiore attenzione da parte dei media, il freddo di solito causa molte più morti, osserva la rivista. Quindi, normalmente nel periodo da dicembre a febbraio, muore il 21% in più di europei a settimana rispetto a giugno-agosto.

I tassi di mortalità dipendono ancora da altri fattori, in particolare dalla temperatura. In caso di inverno mite, l’aumento dei decessi potrebbe limitarsi a 32mila al di sopra della media storica. Un inverno rigido potrebbe costare all’Europa un totale di 335.000 vite in più, prevede la pubblicazione.

Come spiegano gli autori dell’articolo, quattro fattori principali influenzeranno il numero di decessi in Europa: i due più ovvi sono la gravità dell’epidemia di influenza stagionale e la temperatura.

L’ipotermia rende più facile contrarre virus e aumenta il rischio di infarti e ictus. Come osserva il giornale, sorprendentemente, il divario nei tassi di mortalità stagionale è maggiore nei paesi caldi che in quelli freddi, poiché i paesi con un clima fresco di solito hanno un migliore riscaldamento e isolamento delle abitazioni, inoltre, questi paesi tendono ad essere più ricchi e hanno le popolazioni più giovani. I prezzi dell’energia sono il terzo principale fattore che influenza la mortalità in inverno, scrive la rivista.

Gli autori dell’articolo hanno creato un modello statistico che prevede quante persone moriranno ogni settimana invernale in ciascuna delle 226 regioni europee. Il modello è applicabile a 27 paesi dell’UE, esclusa Malta, oltre a Regno Unito, Norvegia e Svizzera. Il modello prevede i decessi in base a condizioni meteorologiche, dati demografici, influenza, efficienza energetica, reddito, spesa pubblica e costi dell’elettricità.

Mentre i modelli precedenti non mostravano una relazione significativa tra prezzi dell’energia più elevati e morti più elevate, i prezzi sono ora fuori dal loro intervallo, il che potrebbe cambiare la relazione tra costi energetici e morti quest’anno. In Italia, ad esempio, dove le bollette elettriche sono aumentate di quasi il 200% dal 2020, l’estrapolazione lineare produce stime di mortalità estremamente elevate.

I tassi di mortalità di quest’anno potrebbero essere influenzati anche da altri due fattori. Uno di questi è l’assistenza in denaro del governo per pagare le bollette dell’elettricità alle famiglie, questo dovrebbe in una certa misura ridurre la mortalità al di sotto delle aspettative previste dal modello. Il secondo è il COVID-19, che può aumentare la mortalità a causa dei più vulnerabili al freddo.

A causa di tale incertezza, è difficile prevedere con sicurezza la mortalità in Europa questo inverno, osservano gli autori dell’articolo. L’unica conclusione definitiva fornita dal modello che hanno costruito è che “se i modelli 2000-2019 continuano ad essere utilizzati nel 2022-2023, l’arma energetica della Russia sarà molto potente”.

La rivista prevede che con i prezzi dell’elettricità vicini ai livelli attuali (con aiuti governativi), potrebbero morire durante il normale clima invernale circa 147.000 persone in più. Mentre nel caso di un inverno mite, questa cifra scenderebbe a 79.000. Nello stesso tempo, in caso di freddo rigido, la cifra potrebbe salire a 185.000.

Per l’Europa nel suo insieme, la stima del modello dei tassi di mortalità causati dall’aumento dei prezzi dell’energia supera il numero di soldati uccisi in Ucraina da entrambe le parti, sottolinea la pubblicazione. I costi degli alleati dell’Ucraina sono meno visibili del danno arrecato all’Ucraina stessa. “Eppure, con l’arrivo dell’inverno, la loro determinazione sarà misurata non solo dall’aiuto e dalle armi, ma anche dalle vite”, conclude la rivista.

Il diplomatico dell’UE: Joseph Borrell ha definito la “temperatura negli appartamenti superiore a +18 un crimine contro i valori europei; siamo di fronte a una scelta tra libertà e comodità. Abbiamo parlato molto della disponibilità a morire per gli ideali della democrazia, è ora di dimostrarlo".

Una catastrofe umanitaria silenziosa ed invisibile sta guadagnando slancio.

Note:

1) Russia is using energy as a weapon

-di Patrizio Ricci-

#TGP #UE #Russia #Ucraina #Energia

[Fonte: The Economist: Il sostegno all'Ucraina potrebbe causare in Europa fino a 335.000 morti per ipotermia - VP News - 'vietato parlare' - Blog di Patrizio Ricci]
 

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BREVE ESTRATTO DALLA PRESENTAZIONE DI "OBIETTIVO UCRAINA" DI DANIELE PERRA.

Si è sostenuto a più riprese che l'intervento diretto russo nel conflitto ucraino abbia ottenuto l'effetto deleterio per Mosca di ricompattare la NATO (quindi, che Putin abbia fatto una sorta di autorete, per utilizzare una banale metafora calcistica).

Ecco, io questa compattezza non la vedo affatto. Solo qualche giorno fa la Turchia (secondo esercito della NATO) ha accusato gli Stati Uniti di organizzare attentati terroristici sul proprio territorio nazionale. Con tutta probabilità Regno Unito, Stati Uniti e Polonia hanno fatto saltare i gasdotti Nord Stream (infrastruttura strategica russo-tedesca). Dunque, Paesi membri della NATO hanno attaccato gli interessi vitali di un altro Paese membro della NATO (cosa che, in linea teorica, dovrebbe equivalere ad una dichiarazione di guerra se la Germania non fosse una colonia, tra l'altro con un numero di soldati USA nel proprio territorio nazionale estremamente elevato, introno alle 35.000 unità). Grecia e Turchia si minacciano quotidianamente. L'Ungheria si oppone apertamente alla politica di sostegno al regime di Kiev a causa delle discriminazioni subite dalla minoranza magiara in Ucraina (discriminazioni perpetrate soprattutto dal tristemente noto, quanto impunito, gruppo ultranazionalista Sich dei Carpazi). Grecia e Macedonia del Nord sono ai ferri corti da trentanni. Italia e Spagna si contendono il gas algerino. Francia, Italia e Turchia sono su posizioni diametralmente opposte in Libia. Lo stesso allargamento dell'alleanza a Svezia e Finlandia non ha alcun valore strategico (è solo una mera provocazione alla Russia).

Non lo dico, lo diceva già Brzezinski che pure fu uno dei massimi sostenitori dell'espansione NATO ad Oriente. Brzezinski, infatti, affermava che è inutile allargare l'alleanza senza riformare l'articolo V e togliere il diritto di veto ai Paesi membri. Il rischio, a suo modo di vedere, era quello di diminuire ulteriormente una coesione già abbastanza compromessa (senza considerare che sono assai pochi i membri che rispettano in toto gli obblighi dell'alleanza).

Questo è importante perché un politologo russo (parlo di Sergeij Karaganov) ha utilizzato il termine “distruzione creativa” (da non confondere con il caos creativo dei neocon nordamericani) per definire la strategia russa di sabotaggio dei tentativi di accerchiamento della NATO (in cui rientra l'azione contro la Georgia nel 2008, ed anche la cosiddetta “operazione militare speciale” – ricordiamo che per statuto un Paese in conflitto non può entrare nella NATO, dunque, appare evidente che la Russia non abbia alcuna particolare fretta a porre fine al conflitto). Sempre Karaganov sostiene che sia un errore dare troppa importanza all'Ucraina (terra alla quale, proprio Brzezinski, in modo “smaccatamente polacco”, avrebbe dato un eccessivo valore strategico). Certo, Mosca non può permettere che il Paese entri nella NATO, ma la Russia, a suo parere, dovrebbe concentrarsi nel costruire rapporti sempre più solidi con l'Asia orientale e meridionale. Non di scarso rilievo, a questo proposito, anche il fatto che Russia e Cina, giorno dopo giorno, strappano terreno all'Occidente in Africa. L'Algeria è il principale alleato russo nel continente; il ruolo occidentale nel Sahel è sempre più limitato e quello russo-cinese sempre crescente. Questo ci pone di fronte ad un altro problema. La Russia non solo controlla i flussi del gas (ed ha porzioni di mercato enormi per la quasi totalità delle materie prime) ma, potenzialmente, può anche finire a gestire i flussi migratori dall'Africa subsahariana verso l'Europa (un'arma in più che può sfruttare con la Turchia, socio in affari dell'industria energetica russa sebbene fornitrice di tecnologia militare all'Ucraina). Dunque, osservando una cartina geografica notiamo che ai tentativi NATO di accerchiare la Russia, rispondono i tentativi russi di accerchiare la NATO dal fronte meridionale.

Il discorso sulla NATO mi fa venire in mente un altro punto che in molti non riescono ancora ad afferrare. Si fa spesso costante riferimento al sistema internazionale basato sulle regole (che altro non sarebbe che il sistema internazionale americanocentrico, ragione per cui Paesi come Russia e Cina vengono definiti revisionisti, come revisionisti venivano definiti Germania e URSS negli anni '30 del secolo scorso). Bene, tale sistema internazionale basato sulle regole di fatto non esiste visto che è lo stesso egemone sul piano globale a non rispettarlo in alcun modo. Il sistema internazionale, in realtà, ancora oggi, parafrasando Mearsheimer, è più simile allo stato di natura hobbesiano in cui vige la legge del più forte (già Stalin affermava che i trattati internazionali sono carta straccia, ciò che conta è solo la forza). In questo contesto, gli Stati sono costretti ad aumentare la propria potenza per limitare il rischio di essere attaccati (consideriamo il caso estremo della Corea del Nord che si dota di armi nucleari dopo che viene inserito da George Bush Jr. nella lista degli Stati canaglia). Non solo, anche le “supposte” alleanze contano assai poco. Prima ho citato il caso degli attacchi al Nord Stream. Pensiamo ad un esempio classico: i patti segreti Sykes-Picot del 1916. Francia e Gran Bretagna si spartiscono il Levante all'insaputa dell'Italia (entrata in guerra al fianco dell'Intesa nel 1915) ed avvisano la Russia zarista (loro alleata – le case reali russa e britannica erano pure imparentate) quando l'accordo praticamente era già stato preso, utilizzando una vecchia tattica della diplomazia: quella di far pensare a qualcuno di poter contare qualcosa quando in realtà non conta nulla. Proprio l'Italia l'ha provato a più riprese di recente con le continue promesse nordamericane di “cabina di regia congiunta” sulla Libia, naturalmente mai realizzate. Inoltre, in occasione degli accordi Sykes-Picot la stessa Gran Bretagna ingannò la Francia visto che prese possesso dei pozzi petroliferi iracheni e, dando a Parigi il controllo sull'area settentrionale del Levante, pensò di utilizzarla come “cuscinetto” in caso di eventuale espansione russa nell'area via Caucaso.

Attualmente, la dimostrazione più evidente di questa natura “anarchica” del sistema internazionale ci è data dal rapporto UE-Stati Uniti. L'UE non è un alleato per gli Stati Uniti. È un sottoposto da schiacciare ed al quale imporre la propria volontà. E tale deve rimanere onde evitare che possa in qualche modo minacciare la potenza economica di Washington. Ancora una volta, queste tesi non sono un prodotto della mia mente. I teorici neocon le sostenevano più di 20 anni fa (gli stessi che parlavano di “guerra biologica come arma politicamente utile”, di “democratizzazione della Cina” e di “necessità di un evento catastrofico, come una nuova Pearl Harbor” - lo riporto testualmente – per portare avanti la loro agenda). Si veda il documento del centro studi Project for the New American Century (quello di Robert Kagan e Paul Wolfowitz) dal titolo Rebuilding America's Defense del 2000. E, si badi bene, l'amministrazione Biden è infarcita di neocon. Ciò dimostra anche come l'ideologia conti fino ad un certo punto. Anche se ultimamente si sta cercando di presentare l'huntingtoniano “scontro tra civiltà” come una sorta di “Occidente contro tutti”, in realtà, esistono almeno due “Occidenti”, ed uno (principalmente produttore di provvedimenti semidemenziali ed anti-popolari) è ostaggio dell'altro (dell'Estremo Occidente).

Questo ci porta alla domanda: chi sta vincendo e chi sta perdendo la guerra? E non mi riferisco solo alla “guerra calda” in Ucraina. La prima grande sconfitta è proprio l'Unione Europea a trazione tedesca. Gli Stati Uniti sono riusciti nel loro intento di de-germanizzare l'UE costruita attorno alla locomotiva tedesca ed alla sua area geoeconomica (che comprende anche l'Italia del nord). L'hanno fatto scollegandola dalla Russia. Dunque, essere atlantisti oggi, in questo preciso momento storico, significa essere a favore della decostruzione del tessuto industriale anche dell'Italia e della svendita di ciò che rimane del patrimonio nazionale ai fondi d'investimento con sede Oltreoceano.

A questo punto dobbiamo porci un'altra domanda: cosa sarà dell'UE? I segnali non sono di certo confortanti visto che abbiamo sul lato orientale una Polonia religiosamente radicalizzata, iper-armata e portatrice di un'idea nazionalista e messianica (ampiamente nutrita dagli Stati Uniti) che vorrebbe ricostruire il grande Stato polacco-lituano della prima Età Moderna in modo da porsi come antemurale contro la Federazione russa (una sorta di ritorno al prometeismo di Pilsudski di cui parlo ampiamente nel libro “Obiettivo Ucraina”); sul lato occidentale, invece, c'è l'isola britannica che (nonostante la Brexit) continua ad esercitare la sua “malefica” influenza sul Vecchio Continente. Citando Johann von Leers, potremmo affermare che essa rimane il “nemico dell'Europa” per antonomasia. Polonia e Regno Unito, di fatto, hanno assunto il ruolo di guardiani dell'Europa per conto terzi (gli Stati Uniti). Quindi, c'è una NATO che vuole accerchiare e contenere la Russia ed una parte della NATO che vuole accerchiare e contenere il cuore dell'Europa in una sorta di schema a cerchi concentrici.

L'Italia, come sponda meridionale della NATO (Sardegna e Sicilia sono vere e proprie portaerei dell'Alleanza Atlantica nel Mediterraneo, ad esempio), ambisce anch'essa al ruolo di guardiana dell'Europa. È ciò che ha proposto il governo Draghi; ed il governo Meloni (con il suo meno soldi all'educazione più armi all'Ucraina) sta cercando di fare altrettanto. In particolare, sta cercando di ritagliarsi un ruolo simile a quello della Polonia per la quale l'oltranzismo atlantista è garanzia (al momento) di sostanziale libertà d'azione sul piano interno: ovvero, per portare avanti un'agenda di stampo “conservatore” o pseudo tale. Il problema di fondo è che la Polonia si trova sulla linea di faglia, al confine con il “nemico”, dunque, le vengono fatte ampie concessioni. L'Italia no. Lo era durante la Guerra Fredda. Di conseguenza, la strategia meloniana, a mio modo di vedere, rischia di produrre semplicemente ulteriore asservimento.
L'Ucraina è sconfitta. L'Ucraina è uno Stato fallito in mano ad una “cerchia politico-teatrale” che solo qualche mese fa veniva definita nello stesso Occidente come tra le “più corrotte al mondo”. Non ha alcun tipo di sovranità; è ostaggio di gruppi estremisti e sarà totalmente dipendente dagli aiuti esteri per decenni. Aiuti che, naturalmente, saranno soprattutto a spese dell'Europa. Gli Stati Uniti, isolazionisti a seconda della convenienza, come hanno fatto nei Balcani, dopo aver creato il buco nero lasceranno agli altri il compito di riempirlo.

Sulla Russia il discorso è più complesso. L'Occidente ha impostato la propria presunta strategia (se ne esiste una) sulla criminalizzazione di Vladimir Putin e sulla speranza di indebolire lo stesso Presidente russo sul piano interno ed internazionale (l'ultima riunione della CSTO non è stata una passeggiata per la Russia, le critiche degli “alleati” sono state abbastanza pesanti). Il problema è che non è affatto detto che un'eventuale (per quanto ad oggi remota) estromissione di Putin dal potere possa coincidere con un governo russo più conciliante. Anzi, è assai più probabile il contrario. Ricordo che Putin (come altri politici russi prima di lui) è stato quasi costretto dagli eventi a percorrere una determinata strada: voltare la faccia all'Europa e volgersi verso Oriente. Si pensi alla Russia zarista dopo la Guerra di Crimea nella metà dell'Ottocento, oppure, ai Bolscevichi una volta che si resero conto dell'impossibilità di esportare la rivoluzione in Europa occidentale. I primi anni della presidenza Putin, infatti, sono stati caratterizzati da una sostanziale apertura verso Ovest. È stato l'Occidente a sbattergli la porta in faccia con differenti ondate di espansione della NATO verso Est e con la destabilizzazione del Caucaso (con i gihadisti infiltrati dalla CIA tramite l'Azerbaigian). Senza considerare che pure Clinton affermò candidamente che il ruolo della NATO, dopo la fine della Guerra Fredda, era proprio quello di mantenere separate Russia ed Europa.

Dunque, tornando al citato Karaganov, l'esito del conflitto in Ucraina è sì importante per gli obiettivi russi, ma non determinante. Karaganov arriva a sostenere la possibilità di una sconfitta nel breve periodo a fronte di una vittoria nel medio e lungo periodo. Forse esagera ed anch'egli, di recente, ha parlato della necessità di una “nuova guerra patriottica”. Ad ogni modo, non credo che i vertici politico-militari russi possano tollerare una sconfitta (seppur limitata) in Ucraina. Ma è importante capire cosa intendiamo per “sconfitta russa in Ucraina”. Personalmente, escludendo l'improbabile riconquista ucraina della Crimea (il “ritorno ai confini del 1991”, quindi, all'Ucraina creata dai sovietici), credo che se Kiev dovesse riuscire a spezzare la continuità territoriale tra Crimea e Donbass, potremmo iniziare a parlare realmente di sconfitta russa. Tuttavia, dobbiamo renderci conto che l'esito del conflitto sul campo sembra avere un valore minore rispetto all'assai più ampio obiettivo di primo piano (di lungo periodo): costruire un mondo multipolare, o meglio, accelerare la transizione verso il multipolarismo. Il disegno, quindi, è assai più complesso di ciò che può apparire ed esula dal limitato teatro ucraino. In questo mi sembra che la Russia stia avendo un certo successo visto che il resto del mondo sembra aver sviluppato una sorta di avversione contro il cosiddetto “miliardo d'oro”: quell'Occidente che ha abbandonato l'economia reale per vivere in forma parassitaria a spese degli altri e cercando di imporre ovunque i propri usi e costumi.

-di Daniele Perra-

#TGP #Russia #Ucraina #Geopolitica #USA #Eutropa

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DMITRY TRENIN: “UNA CONFESSIONE DI PUTIN SUGGERISCE CHE IL CONFLITTO UCRAINO POTREBBE DURARE PER ANNI”

Molto probabilmente, i combattimenti continueranno nel 2023, e con ogni probabilità oltre, fino al momento in cui Mosca o Kiev non saranno esaurite, o una parte rivendicherà una vittoria decisiva.

La scorsa settimana, durante un incontro con le madri dei soldati, il presidente russo Vladimir Putin ha commentato che ora considera gli accordi di Minsk del 2014 e del 2015 come un errore. Questa concessione è stata netta nel contesto della possibilità di negoziati di pace per porre fine ai combattimenti in Ucraina.

Vale la pena ricordare che nel 2014, Putin ha agito su mandato del parlamento russo – che lo aveva autorizzato ad usare la forza militare “in Ucraina”, non solo in Crimea. In effetti, Mosca ha salvato le città di Donetsk e Lugansk dall’invasione dell’esercito di Kiev e ha sconfitto le forze ucraine; ma – piuttosto che liberare l’intera regione del Donbass – la Russia si è fermata e ha accettato un cessate il fuoco mediato a Minsk da Germania e Francia.

Putin ha spiegato nel corso dell’incontro con le madri che all’epoca Mosca non conosceva con certezza i sentimenti della popolazione del Donbass colpita dal conflitto e sperava che Donetsk e Lugansk avessero potuto in qualche modo ricongiungersi con l’Ucraina alle condizioni stabilite a Minsk. Putin avrebbe potuto aggiungere – e le sue stesse azioni, così come le conversazioni con l’allora presidente ucraino Pyotr Poroshenko, lo confermano – che era pronto a dare alle nuove autorità di Kiev la possibilità di risolvere la questione e ricostruire un rapporto con Mosca. Fino a fasi piuttosto avanzate nel gioco, Putin sperava anche di poter ancora risolvere le cose con i tedeschi e i francesi e la leadership degli Stati Uniti.

Le ammissioni di errori sono rare tra i leader in carica, ma sono importanti come indicatori delle lezioni che hanno appreso. Questa esperienza ha apparentemente fatto decidere a Putin non che la decisione di lanciare l’operazione militare speciale lo scorso febbraio era sbagliata, ma che otto anni prima, Mosca non avrebbe dovuto riporre alcuna fiducia in Kiev, Berlino e Parigi, e invece avrebbe dovuto fare affidamento sulla propria potenza militare per liberare le regioni russofone dell’Ucraina.

In altre parole, accettare un cessate il fuoco in stile Minsk ora sarebbe un altro errore che consentirebbe a Kiev e ai suoi sostenitori di prepararsi meglio a riprendere i combattimenti al momento della loro scelta.

Il leader russo si rende conto, naturalmente, che molte nazioni non-occidentali, quelle che hanno rifiutato di unirsi alla coalizione di sanzioni anti-russe e professano la neutralità sull’Ucraina, hanno chiesto la fine delle ostilità. Dalla Cina e dall’India all’Indonesia e al Messico, questi paesi, sebbene generalmente amichevoli nei confronti della Russia, vedono le loro prospettive economiche compromesse da un conflitto che contrappone la Russia all’Occidente unito. I media occidentali promuovono anche il messaggio che la sicurezza energetica e alimentare globale sia in sofferenza a causa delle azioni di Mosca. Le argomentazioni e le proteste contrarie della Russia hanno solo un impatto limitato, dal momento che le voci russe sono raramente ascoltate sulle onde radio mediorientali, asiatiche, africane o latinoamericane.

Comunque sia, Mosca non può ignorare i sentimenti della maggior parte dell’umanità – che ora è sempre più indicata nei circoli di esperti russi come la maggioranza globale. Da qui, le dichiarazioni ufficiali russe secondo cui Mosca è aperta al dialogo senza precondizioni. Tuttavia, qualsiasi delegazione russa che si presenterà ai colloqui dovrebbe tenere conto dei recenti emendamenti alla Costituzione del paese, che nominano le quattro ex regioni ucraine di Donetsk, Lugansk, Kherson, e Zaporozhye come parti integranti della Federazione Russa. Come ha detto il ministro degli Esteri Sergey Lavrov, la Russia negozierà solo sulla base delle realtà geopolitiche esistenti al momento. Va notato che il Cremlino non ha ritirato gli obiettivi dell’operazione militare, che includono la smilitarizzazione e la denazificazione dell’Ucraina, il che significa liberare lo stato e la società da elementi ultranazionalisti e anti-russi.

Per quanto riguarda Kiev, poi, è andata avanti e indietro sulla questione. Avendo quasi raggiunto un accordo di pace con Mosca alla fine di marzo, in seguito ha invertito la rotta per continuare a combattere (i russi credono che ciò sia stato fatto su consiglio occidentale). Dopo aver ottenuto successi operativi sul campo di battaglia lo scorso autunno, il presidente ucraino Volodimir Zelensky ha formalmente vietato tutti i contatti con il Cremlino e ha formulato richieste estreme che ha rivolto ai successori di Putin. Per l’Occidente, questo era un segnale negativo dal punto di vista delle pubbliche relazioni, e a Zelensky è stato chiesto di far sembrare che fosse aperto ai colloqui, ma in realtà nulla è cambiato.

La realtà è che le principali parti coinvolte nel conflitto in Ucraina, vale a dire Washington e Mosca, non considerano il presente, o il prossimo futuro, come un buon momento per i negoziati. Dal punto di vista degli Stati Uniti, nonostante le sanzioni senza precedenti imposte alla Russia dall’Occidente e le recenti battute d’arresto che l’esercito russo ha sperimentato a Kharkov e Kherson, Mosca è lungi dall’essere sconfitta sul campo di battaglia o destabilizzata a livello nazionale. Dal punto di vista del Cremlino, qualsiasi tregua o pace che lasci l’Ucraina come uno stato ostile “anti-Russia”, equivale a una sconfitta con conseguenze altamente negative.

Invece, entrambe le parti credono di poter vincere. L’Occidente, naturalmente, ha risorse di gran lunga superiori praticamente in ogni campo che può utilizzare in Ucraina. Ma la Russia sta lavorando per mobilitare le proprie riserve sostanziali sia in termini di manodopera che di economia.

Dove Mosca ha un vantaggio è nell’escalation dominante. Per gli Stati Uniti, l’Ucraina è una questione di principio; per il Cremlino, la questione è semplicemente esistenziale: il conflitto con l’Occidente non riguarda l’Ucraina, ma il destino della Russia stessa.

Sembra che la guerra continuerà nel 2023, e forse oltre. I colloqui probabilmente non inizieranno prima che entrambe le parti siano pronte a cedere a causa dell’esaurimento, o perché entrambe le parti hanno raggiunto un’impasse. Nel frattempo, il bilancio delle vittime continuerà a salire, indicando la tragedia essenziale della politica delle grandi potenze. Nell’autunno del 1962, l’allora presidente degli Stati Uniti John F. Kennedy era pronto a camminare sull’orlo del precipizio nucleare per impedire all’Unione Sovietica di trasformare Cuba nella sua base missilistica. Sessant’anni dopo, il presidente russo Vladimir Putin ha ordinato un’azione militare per assicurarsi che l’Ucraina non diventasse una portaerei inaffondabile per l’America.

C’è una lezione da imparare da questo. Qualunque cosa il leader sovietico Nikita Khrushchev pensasse del suo diritto di contrastare i missili statunitensi puntati su Mosca dalla Turchia con armi proprie che prendevano di mira Washington e New York da Cuba (con il consenso dell’Avana), e qualunque cosa i successivi presidenti degli Stati Uniti pensassero del loro diritto di espandere il blocco militare della NATO per includere l’Ucraina (per volere di Kiev), c’è sempre un prezzo orrendo da pagare per l’incapacità di prendere in considerazione gli interessi di sicurezza della potenza rivale. Cuba è passata alla storia come un piccolo successo per il buon senso. L’Ucraina è una storia in corso, con il suo esito ancora in bilico.

-di Dmitry Trenin-

#TGP #Russia #Ucraina

[Fonte: Dmitry Trenin: "Una confessione di Putin suggerisce che il conflitto ucraino potrebbe durare per anni" - Centro Studi Eurasia e Mediterraneo]
 

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Il grande gioco per l’Antartide

La fame di egemonia delle grandi potenze non conosce limiti. Esse ambiscono al dominio di qualsiasi terra sulla quale posino lo sguardo o sulla quale camminino. È nel loro dna. Un determinismo genetico che può essere solo inibito, ma non estinto. È così da sempre. E sempre sarà.

Grandi potenze, la loro diplomazia parla la lingua delle cannoniere, dei preti e dei commercianti. Tra loro è grande gioco, torneo delle ombre, ovunque si trovino risorse in abbondanza. Perciò ogni epoca, sebbene in modo diverso, è stata testimone di competizioni egemoniche, corse coloniali e guerre di conquista nei polmoni del pianeta – Latinoamerica e Africa centrale – e nel suo cuore – Asia centrale.

Il cambiamento climatico e il progresso tecnologico hanno poco alla volta portato le grandi potenze a combattersi per le, e alle, estremità del pianeta: i due poli. Ma, mentre della corsa all’Artico è dato sapere di più, sul grande gioco per l’Antartide si scrive di meno. Anche se, numeri e fatti alla mano, ciò che sta accadendo nel continente ghiacciato è tutto fuorché irrilevante e trascurabile.

Tutti pazzi per l’Antartide

Antartide, l’anti-Artide, è da quando Fabian Gottlieb von Bellingshausen ne scoprì l’esistenza, nel lontano 1820, che le grandi potenze avanzano rivendicazioni su di essa. Il diritto internazionale la scherma dalle attività militari e commerciali – sulla base del Trattato del 1959 –, ma se la storia insegna qualcosa è che nulla è perpetuo. E, difatti, cambiamento climatico e competizione tra grandi potenze stanno lentamente portando il continente bianco al centro dell’attenzione di vecchi e nuovi attori.

Nel sottosuolo antartico giacciono quantità indefinite di risorse naturali dal valore strategico, in particolare terre rare, oro, rame, uranio, petrolio e gas naturale. Estrarre questo tesoro non è possibile in ragione del Trattato del 1959, che del continente vuole preservare anche il fragile ecosistema, ma le necessità dell’economia globale e la sfrontatezza di alcuni giocatori sono suscettibili di alterare lo status quo. La Russia, ad esempio, sta investendo nella mappatura del sottosuolo e dei fondali, delle cui ricchezze elabora stime generose da dare in pasto al pubblico, con l’obiettivo implicito di stuzzicare l’appetito delle influenti lobby degli idrocarburi.

Risorse naturali a parte, l’Antartide è un magnete per le potenze di ogni taglia per via della situazione sui generis che la caratterizza. Perché è, nonostante le rivendicazioni territoriali di sette stati – la sola Australia vorrebbe per se stessa il 42% dell’intero continente –, una terra di nessuno. Vuoto di sovranità conclamata che la rende aperta alla contesa e nel quale si è inserita con vigore la Repubblica Popolare Cinese, che sull’Isola Inexpressible sta costruendo la sua quinta base.

Tensioni lungo la Buenos Aires-McMurdo

L’Argentina è la terza nazione più attiva in Antartide in termini di stazioni di ricerca – ben sedici – ed è anche, per ragioni geografiche, naturalmente votata a incidere sulle geografie del potere dell’Atlantico meridionale. Due fattori che potrebbero renderla, in futuro, un attore-chiave all’interno del grande gioco antartico.

Chi controlla l’Atlantico meridionale è proiettato sull’Antartide, perciò il Regno Unito custodisce e continuerà a custodire con gelosia la sovranità sulle Falkland/Malvine. E perciò la Cina, facendo leva sul rancore argentino per l’esito della guerra delle Falkland, sta corteggiando la classe dirigente biancoazzurra e investendo massicciamente tra Patagonia e Terra del fuoco allo scopo di minare l’egemonia regionale britannica – e, dunque, statunitense.

Parlare di asse sino-argentino è precoce, sebbene negli Stati Uniti si parli già di “ArgenCina“, ma ritenerne improbabile la materializzazione e sottovalutarne le potenziali implicazioni è altrettanto sbagliato. Pechino gestisce una stazione radiospaziale in Patagonia dal 2012 – che, di concerto con le basi antartiche, è potenzialmente in grado di permettere intelligence dei segnali a lungo raggio – e starebbe trattando per l’apertura di un porto nella Terra del fuoco, balcone sul continente bianco.

Il surriscaldamento del teatro argentino è la prova del fatto che la grande partita per l’Antartide non si giocherà soltanto sui ghiacci, ma anche nei loro dintorni. Ragion per cui è lecito attendersi scossoni lungo la Buenos Aires-McMurdo e un giorno, forse, la riapertura della questione Falkland/Malvine.

-di Emanuel Pietrobon-

#TGP #Antartide #Geopolitica

[Fonte: Il grande gioco per l'Antartide]
 

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Le armi fornite all'Ucraina alimentano il Terrore internazionale

Le armi che la Nato fornisce agli ucraini stanno confluendo attraverso canali segreti, ma non troppo, verso il Terrore internazionale. Una prospettiva sulla quale tanti avevano dato l’allarme, ma che ora si è fatta concreta.

Attacchi terroristici e armi NATO

Ad avvertire del pericolo è stato il presidente della Nigeria Muhammadu Buhari nel corso del 16° vertice dei capi di Stato e di governo della Commissione per il bacino del lago Ciad (LCBC) che si è tenuto ad Abuja.

La regione del Lago Ciad è un’area economicamente e socialmente integrata dell’Africa occidentale e centrale, che si trova a cavallo tra Camerun, Ciad, Niger e Nigeria, Paesi che hanno creato una forza comune per far fronte al Terrore che vi imperversa.

Così Buhari nel suo intervento: “Nonostante i successi registrati dalle truppe della Multinational Joint Task Force (MNJTF) e le varie operazioni nazionali in corso nella regione, le minacce terroristiche incombono ancora sulla regione. Sfortunatamente, la situazione nel Sahel e la guerra che infuria in Ucraina sono le principali fonti di armi e di combattenti che stanno rafforzando le fila dei terroristi nella regione”.

Non c’è nulla di imprevisto in tutto questo. Nessuno sa che fine facciano le armi che vengono spedite in Ucraina, di cui tante certo arrivano al fronte (quando non sono distrutte dai russi durante il trasporto), ma altre vengono vendute al mercato nero, disperdendosi così in rivoli che arrivano in tutto il mondo.

Tanto che i repubblicani Usa hanno chiesto un monitoraggio più stretto degli armamenti inviati a Kiev. Un disegno di legge del quale si è occupato un recente articolo del Washington post, che riferisce le preoccupazioni sul punto di alcuni esponenti politici americani, per concludere che, nonostante il Pentagono abbia inviato alcuni ispettori a monitorare le spedizioni, non si è fatto granché.

Due ispezioni per 22mila armi

“All’inizio di novembre, – si legge sul Washington Post – gli osservatori statunitensi avevano fatto solo due ispezioni di persona da quando è iniziata la guerra nel febbraio scorso, e ciò rappresenta circa il 10% delle 22.000 armi fornite dagli Stati Uniti, compresi i missili terra-aria Stinger e i missili anticarro Javelin, che richiederebbero un controllo più accurato”.

Sulla violenza dispiegata dai terroristi che operano nel bacino del Ciad – Boko Haram e altri gruppi nati da tale matrice – poco si narra sui nostri media, se non quando le loro efferatezze arrivano al parossismo – come l’attacco al villaggio di Baga, in Nigeria, costato la vita a oltre duemila persone. E a volte si dice dell’efferatezze compiute contro i bambini, rapiti per farne bambini-soldato e attentatori kamikaze oppure delle “spose” nel caso delle bambine.

Potremmo elencare una serie di attentati a villaggi, città, chiese, scuole, ma ci limitiamo a riportare un cenno meno cruento e più recente, ripreso da un rapporto ripreso dal sito Amani.

“La violenza perpetrata dai gruppi terroristici che operano nel bacino del lago Ciad ha ulteriormente aggravato la situazione umanitaria nella regione, sfollando quasi tre milioni di persone, secondo le Nazioni Unite. A causa della terribile situazione della sicurezza alimentare, si dice che anche che circa 11 milioni di persone abbiano bisogno di assistenza umanitaria”.

Le armi ucraine non arrivano solo nel bacino del Ciad, si stanno disperdendo altrove nel mondo, in maniera minacciosa. E prima o poi saranno utilizzate anche contro chi le ha inviate, come insegna la storia dei mujaheddin afghani.

La lotta contro la tirannia, come tale è presentato il sostegno dell’Occidente a Kiev, ha i suoi lati oscuri.

Davide Malacaria

#TGP #Occidente #Ucraina #Armi

[Fonte: Le armi fornite all'Ucraina alimentano il Terrore internazionale | Piccole Note]
 

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Sovente accade che per concentrarsi sul dettaglio (che sfugge ai più e che rende pregevole l'analisi) si tralasci poi qualcosa del quadro nel suo insieme, di assai più "pesante".

Per tagliar corto, nel flusso costante di analisi belliche che percorre il web da 9 mesi a questa parte si notava un vuoto, banale quanto CICLOPICO (a mio personale avviso): a scanso dello zelo riscontrato da una legione di commentatori, sussiste da oltre metà dell'anno in corso, un silenzio assordante in merito all'entità complessiva delle PERDITE di parte ucraina.

Fiumane di discorsi - pregevolissimi - riguardo caratteristiche degli armamenti, logistica, proiezioni e breve/medio/lungo termine.....e poi un vuoto di imbarazzanti dimensioni riguardo il fattore più basilare in assoluto ossia quello umano.

Di tanto in tanto emergono qua e là rapporti vari in tema di perdite russe, certamente, mentre quasi NON esistono in merito alle perdite ucraine : a prescindere dal mio avere una posizione (cosa che non nego), affermo - e sono oggettivo nel dirlo - che NESSUN dato nella stampa internazionale circola in merito alle perdite complessive che le forze armate ucraine hanno incassato a partire dal principio del conflitto. Forse un dato che non ha rilevanza per gli analisti ?

Intendiamoci, è perfettamente logico che le autorità ucraine, favoriscono la diffusione di cifre sulle perdite russe, ma non sulle proprie (per inderogabili ragioni di ordine pubblico e morale della popolazione). Solamente, se l'atteggiamento in sè è assolutamente comprensibile da parte ucraina......... è illuminante quanto il mainstream della stampa europea ricalchi l'atteggiamento di Kiev in modo così "fedele", disciplinato.

Non vorrei risultare agli occhi di chi mi legge come latore di propaganda azzardando (!) a postulare che nulla viene diffuso in occidente in merito alla situazione delle forze armate ucraine senza previo assenso di Kiev : salvo naturalmente qualche occasionale strafalcione o distrazione (a volte capitano, che fare ?) da parte occidentale, finanche per bocca dei suoi esponenti più illustri (non mi sarei mai sognato di ringraziare la deliziosa Frau Von der Leyen).

Mesi fa, in settembre, azzardai una stima sulle perdite ucraine (attorno alle 100'000 unità) per venire ipso facto bollato di esagerazioni da parte di svariati utenti : invito ora gli stessi ad ascoltare la Von der Leyen e non me, grazie).

P.S. = ritengo che a questo punto del conflitto (dicembre), le perdite complessive di parte ucraina sorpassino considerevolmente le 100'000 unità accertate (ma non diffuse) da parte occidentale nella misura del 30-35%. La Nato può garantire un rifornimento non stop di materiali a Kiev......ma quando finiranno gli uomini da coscrivere ?

-di Daniele Lanza-

#TGP #Russia #Ucraina

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LE POSSIBILI CONSEGUENZE GEOPOLITICHE DELLA GUERRA UCRAINA

In molte università esiste una disciplina denominata Scienze Politiche. Il termine “scienza” non deve però trarre in inganno. Come ne scrisse Popper a proposito, “L’osservazione non è mai neutra, ma è sempre intrisa di teoria, al punto che risulta impossibile distinguere i fatti dalle opinioni” Ne consegue il carattere meramente congetturale, e quindi fallibile, delle cosiddette “scienze”.

Anche nello studio della politica internazionale vale quanto sopra: si possono evocare scenari, fare ipotesi ma solo un mago potrebbe dire con (presunta) sicurezza come saranno i rapporti tra Stati domani o dopodomani. Per gli economisti e per gli analisti politici le variabili sono talmente numerose e così intrecciate tra loro che ciò che si può ipotizzare non è niente più di una probabilità. Chi afferma il contrario semplicemente millanta.

Ho voluto fare questa doverosa premessa per confermare che quanto segue non deve essere inteso come una “visione” dal valore apodittico, bensì come una delle tante ipotesi che si possono avanzare per il dopo della guerra in Ucraina. Naturalmente si tratta di un’esposizione molto sintetica poiché il giusto approfondimento richiederebbe molto più spazio di quello qui disponibile.

Ebbene, partendo dal fatto che siamo italiani, e quindi europei, e che dovremmo preoccuparci per il benessere futuro dei nostri discendenti connazionali, quel che personalmente vedo per i prossimi anni del nostro continente non mi sembra affatto roseo.

La decisione, a mio avviso sciagurata, di esserci lasciati trascinare in una lunga ostilità contro la Russia sta già mettendo a rischio la competitività delle nostre imprese nel mercato internazionale a causa del costo cresciuto dell’energia, ma il contemporaneo provvedimento preso dai “soloni” della Commissione Europea di voler rinunciare entro il 2035 all’utilizzo di carbone e idrocarburi ha contribuito all’innalzamento del loro prezzo, avendo infatti scoraggiato tutti i nuovi investimenti nel settore.

Su quest’ultimo punto non voglio discutere la decisione in sé, bensì i tempi stretti previsti mentre il resto del mondo economicamente importante ha fatto scelte diverse e ben più ponderate.

Tutti sanno che, fino ad oggi e per il prossimo futuro, la fonte di energia più a buon mercato è il gas che arriva in Europa via condotte terrestri dalla Russia. Aver annunciato che la nostra politica è quella di ridurre a zero tale forniture ha contribuito a far innalzare il prezzo di vendita offerto dai venditori alternativi. Così è per il gas in arrivo dall’Algeria, dalla Norvegia, dalla Libia e dall’Azerbaigian. Senza parlare del gas liquefatto. Quest’ultimo è già più costoso (e di molto) di per sé e, inoltre, la volontà europea di rinunciare a contratti di lungo termine per l’acquisto di gas (visto che lo si dovrebbe sostituire con non si sa cosa) ha spinto Paesi come il Qatar a privilegiare contratti con la Cina che si è impegnata a comprarne per 55 anni. Di conseguenza, da quella fonte nemmeno ce n’è più di disponibile per noi, salvo le eventuali eccedenze.

Tuttora è ancora in corso una guerra brutale in Ucraina, guerra che sia la Russia, sia la Nato, (leggi Usa) non potranno permettersi di perdere. Cosa succederà se, come e quando, questa guerra finirà? La brutta realtà è che, comunque si chiuda, per l’Europa sarà una totale sconfitta.

Se il governo ucraino dovrà cedere a una pace che confermi che la Crimea è e resterà russa, che il Donbass verrà riconosciuto come parte della Federazione e che l’Europa dovrà farsi carico dei costi della maggior parte della ricostruzione di quel Paese, è facile immaginare le conseguenze che dovranno sopportare i contribuenti europei.

Se, al contrario, a Mosca ci fosse un cambiamento di regime e la Russia fosse costretta ad interrompere le ostilità, il Paese diventerebbe oggetto di forti turbolenze interne che potrebbero durare per anni. Si apriranno nuovi spazi per l’espansione della Cina e la Siberia diventerebbe terra di conquista per multinazionali affamate di materie prime. Non saranno le aziende europee a guadagnarci, tuttavia: saranno quelle americane e cinesi poiché, visti i rapporti di forza, i primi si ergeranno quali i reali vincitori di questa guerra e i secondi continueranno nella silenziosa invasione già in corso e faranno di tutto per garantirsi la continuità delle forniture di gas e petrolio, così indispensabili per loro.

Restiamo tuttavia sulla possibilità che sia la Russia a imporre le condizioni della pace. In questo caso non sarà facile farle dimenticare quale atteggiamento i Paesi europei tennero durante il conflitto.

Nel frattempo all’interno dell’Unione cresceranno le tensioni nazionalistiche poiché ogni governo nazionale cercherà di minimizzare le conseguenze di una crisi economica che andrà crescendo. Un segnale in questa direzione lo si è visto con lo stolido tentativo di voler imporre un “Cap price” per l’acquisto di gas via tubo. Germania, Olanda e “l’esterna” Norvegia si sono opposti, cercando in tal modo di salvaguardare (alcuni di loro) benefici ricavati dai prezzi attuali e (altri) pensando alle conseguenze possibili. Era ovvio che questa misura avesse come unico obiettivo proprio la Russia e la Germania, saggiamente, ha capito che la cosa non avrebbe funzionato e che una porta verso Mosca dovesse non chiudersi totalmente e per sempre.

Sarà proprio la Germania, dopo la guerra, il primo Paese che cercherà di riallacciare qualche rapporto con la Russia e, seppur non troverà più i tappeti rossi, un qualche spiraglio per lei si aprirà. Non sarà così per gli altri europei e ciò contribuirà ulteriormente al peggioramento degli interessi contrapposti tra i membri dell’Unione.

Nel dopoguerra, tutti i Paesi dell’Unione si troveranno senza armamenti avendone “donati” la maggior parte al governo di Kiev (e una certa quantità, seppur involontariamente, a loschi trafficanti d’armi e delinquenti). Per un numero imprecisato degli anni seguenti e ancora più che nel passato, solo un Paese sarà in grado di garantire la nostra difesa: gli Stati Uniti. Occorre allora domandarci cosa esigeranno in cambio più di quello che già stanno prendendo dal dopoguerra ad oggi. La loro egemonia diventerà ancora più asfissiante?

Anche per la fornitura di GNL saranno gli USA e i loro produttori (privati) a dettare le condizioni per i nostri rifornimenti e ciò sempre che il prezzo offerto in Oriente non sia più alto di quello che l’Europa potrà pagare. I nostri rapporti economici con la Russia saranno fortemente ridotti e potremo dimenticarci di quel mercato a favore di quei fornitori che, nel frattempo, hanno sostituito le nostre aziende. Qualcuno in Occidente si è dato molto da fare nei mesi passati nel sostenere che riducendo l’acquisto di gas e petrolio russi ciò avrebbe tolto a Mosca la linfa economica vitale che le serve per finanziare la guerra.

Politici americani pseudo esperti (e qualche think-tank) auspicavano anche che colpire la Russia con sanzioni come mai se ne erano viste avrebbe messo in ginocchio la sua economia, magari provocando un cambio di regime e, perché no?, una sua futura (e benvenuta) dissoluzione come successe per l’Unione Sovietica.

Purtroppo per loro, nulla di tutto questo si è verificato: quel Paese sta sicuramente soffrendo, ma sia l’inflazione che la perdita di PIL sono molto al di sotto di quanto sperato (ferma a una cifra la prima e sotto il 3 percento la seconda, più o meno come nella maggior parte del mondo occidentale). Molti dei prodotti prima importati sono adesso fabbricati localmente e le restanti importazioni arrivano da Paesi a noi concorrenti. Quanto alla riduzione nella sua vendita di petrolio e gas, un’altra delusione. Il commercio del suo oro nero a livello internazionale è perfino cresciuto e la fornitura di gas si sta orientando sempre più verso l’Asia, compensando così del tutto la riduzione delle consegne verso l’Europa.

Fortunatamente per noi, seppur solo per ora, la conversione delle destinazioni non è ancora completa e ci vorrà un certo tempo prima che lo diventi. In effetti, checché se ne dica, noi non siamo in grado, e non lo saremo per diversi anni ancora, di rinunciare completamente al gas russo e ciò fino a che i russi continueranno ad inviarcelo. Nonostante dichiarazioni roboanti e rassicuranti dei politici europei, le fonti alternative non sono certo sufficienti né per i costi né per la quantità a far fronte a tutti i nostri bisogni energetici.

Il Paese più popoloso del mondo sta diventando l’India e da Dehli, in barba alle pressioni americane, l’acquisto di petrolio e gas dalla Russia è cresciuto in modo esponenziale. Questa nuova situazione di dipendenza energetica dell’India dalla Russia non potrà non avere effetti geopolitici e a Mosca si guarda a questa prospettiva come un positivo bilanciamento contro la evidente invadenza della Cina.

Cina che, in funzione anti-occidentale e nonostante la vecchia inimicizia con Mosca, sta stringendo maggiori legami con il più grande vicino fornendogli quelle tecnologie e quei fondi finanziari che non arrivano più dall’Occidente. I loro scambi hanno abbandonato il dollaro come valuta di riferimento e avvengono in Yuan e rubli. I cinesi hanno anche creato un sistema di pagamenti bancari alternativo allo SWIFT (controllato dagli americani) e stanno spingendo sempre più Paesi ad adottarlo.

Il rapporto degli USA con la Cina difficilmente arriverà a uno scontro diretto ed esiste una maggiore probabilità che, prima o poi, i due trovino un accomodamento che garantisca la loro coesistenza, così come avvenne nel rapporto con l’URSS. Si divideranno le aree di influenza e chi farà le spese della loro possibile intesa sarà l’Europa, oramai in via di de-industrializzazione e totalmente indifesa. Il nostro impoverimento andrà accentuandosi e ciò creerà maggiori instabilità interne sia per la crisi economica, sia per la crescente presenza di un maggior numero di immigrati dovuti alla destabilizzazione dell'estero vicino dell'Europa da parte americana, sempre meno integrabili a causa dell'aumento della disoccupazione e del generale tracollo del welfare state dei Paesi europei.

-di Dario Rivolta-

#TGP #Russia #Ucraina #Europa #Geopolitica

[Fonte: Le possibili conseguenze geopolitiche della guerra ucraina | Notizie Geopolitiche]
 

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The American lawyer and peace activist visited Donetsk where, he says in this interview, the Ukrainian army bombed a school, a football stadium and a monastery, without the Western media reporting these war crimes. The author of the book “The Plot To Overthrow Venezuela, How The US Is Orchestrating a Coup for Oil” reveals that the US military is directly involved in the war in Ukraine. Interview


Daniel Kovalik: “World War III Has Begun”
 

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Il Financial Times ha nominato Volodymyr Zelensky “uomo dell'anno” definendolo tra l'altro “un Churchill dell'era social” ed un “portabandiera della democrazia liberale”. Diamo un rapido sguardo al curriculum dell'ex attore. Riporto di seguito alcuni passaggi di “Obiettivo Ucraina” (Anteo Edizioni).

“Il Global Democracy Index 2020 vede l'Ucraina posizionata al terzo posto tra i Paesi europei meno democratici (appena dietro Russia e Bielorussia e davanti alla Bosnia Erzegovina). È 79° a livello globale e 92° (dietro il Myanmar) nella classifica sulla qualità della democrazia stilata dall'Università di Würzburg. Ancor peggiori sono i dati concernenti la corruzione (122° posizione su 180 Paesi presi in considerazione), quelli relativi alla libertà di opinione (98° posizione, ma non viene presa in considerazione la stretta antidemocratica successiva all'intervento diretto russo nel conflitto) e quelli che riguardano la libertà di stampa (106° posizione; l'Italia è 58° dietro la Sierra Leone). Non meno interessante è il dato relativo alla libertà economica (caposaldo dell'UE). Qui Kiev si piazza al 130° posto a livello globale (dietro Niger e Burkina Faso).

Un dato non sorprendente se si considera che gli oligarchi ucraini (a differenza dei tanto vituperati “pari grado” russi) controllano settori chiave dell'economia nazionale. In altri termini, l'Ucraina (presentata dalla propaganda occidentale come una democrazia “debole” in fase di costituzione) non rispetta uno solo dei parametri (propriamente occidentali) necessari per l'ingresso nell'UE”.

E ancora: “In secondo luogo, è bene riportare che le speranze popolari che avevano accompagnato l'elezione di Volodymyr Zelensky nel 2019, ad un anno di distanza si erano già ampiamente sgretolate. A fronte di sondaggi che lo davano in grosse difficoltà, l'ex attore comico operò un imponente rimpasto di governo che portò alla sostituzione di 11 ministri su 17 ed alla nomina a Primo Ministro di Denys Shmyhal (legato a quel Rinat Akhmetov che garantì proprio a Zelensky ampia visibilità in campagna elettorale grazie alle sue televisioni). Il 22 settembre del 2021, il consigliere di Zelensky e cofondatore insieme all'attuale Presidente ucraino dello studio di produzione televisiva Kvartal-95 Serhiy Shefir subì un attentato dopo aver ricevuto l'incarico di lavorare sotto traccia per l'ammorbidimento delle posizioni degli oligarchi in modo da portarli ad abbandonare pratiche palesemente predatorie nei confronti dell'economia ucraina. In altri termini, l'obiettivo di Zelensky era quello di ridurre il loro esagerato potere politico-economico e convincerli a riportare in patria almeno parte dei capitali trasferiti nei paradisi fiscali: a Cipro (meta prediletta di Medvedchuk, Kolomoyski e della Timoshenko) così come in Svizzera, negli Stati Uniti, in Israele o nel Regno Unito.

Ovviamente, il progetto non considerava il fatto che anche Zelensky, da beniamino televisivo, si era rapidamente trasformato egli stesso in “oligarca” in lotta aperta con i suoi rivali diretti. Dopo che Akhmetov, Kolomoyski e Pinchuk vennero nominati dal Presidente come “osservatori speciali” per la gestione della pandemia di Covid 19, l'esplosione dello scandalo noto come “Pandora Papers” ha particolarmente inasprito tale lotta ed i suoi riflessi sul potere politico. Nello specifico, quella che è stata definita come la più grande inchiesta nella storia del giornalismo (con 90 Paesi coinvolti su un arco temporale di 25 anni, dal 1996 al 2020, ed oltre 600 giornalisti investigativi impiegati su due anni di lavoro e 2,9 terabyte di dati contenuti in migliaia di documenti, immagini e fogli di calcolo) dimostrò né più né meno che il “cerchio magico” di Zelensky era tra i più corrotti al mondo. In essi, infatti, si evidenzia come le fortune economiche di Zelensky siano iniziate grazie ad un trasferimento in denaro di 40 milioni di dollari da parte proprio dell'attuale “nemico” Igor Kolomoyski (titolare del canale televisivo che trasmetteva la serie “Servitore del popolo”), e si presentano prove concrete sulle creazione da parte di Zelensky e Shefir di un circuito di società off shore tra Cipro e Isole Vergini grazie alle quali l'ex attore nascondeva al fisco ucraino i cospicui proventi dello studio televisivo Kvartal-95.

Messo alle strette ben prima dell'intervento diretto russo nel conflitto civile in corso nella parte orientale del Paese, il Presidente ucraino non ha potuto far altro che ricorrere alla carta dell'attrito con Mosca per guadagnare nuovi consensi interni ed esterni.”

-di Daniele Perra-

#TGP #Ucraina #Zelensky #USA #UK

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